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Con il senno di prima

milano duomodi Isidoro Pennisi* - Premetto sempre, a scanso di equivoci, che il problema, che stiamo affrontando, è serio, fa male, è conosciuto da qualche millennio (nelle sue varie forme) e non esiste il bisogno di andare a scomodare fantasia e immaginazione per postulare invenzioni in vitro e complotti di Potenze di vario tipo, terrestri e aliene.

Solo nel Secolo passato, il più recente, in almeno tre casi un virus non simile ma della stessa razza maligna ha attraversato le nostre comunità facendo male e causando mortalità inattesa e inaspettata. Questo non vuol dire che, come in ogni contingenza, la geografia politica (nelle sue varie parti) la distribuzione dei poteri (nelle sue varie forme) non utilizzi questo, come altri eventi, per spingere o rallentare alcuni disegni in corso. Non è questo, però, il momento di pensarci. Soprattutto non dovrebbero pensarci coloro che, invece di annegare e accettare ogni azione o decisione che stiamo compiendo, hanno come compito, in qualsiasi momento, di porre questioni e individuare errori non veniali ma fatali, se non corretti in tempo.

Al momento, secondo me, il più importante e, alla lunga, fatale, ma non per la fine di questo stato d'eccezione ma per come finirà, è che non siamo noi a governare l'andamento dell'epidemia ma è essa, ormai, che governa ogni decisione che abbiamo già preso.

In attesa di capire come evolverà l'epidemia in altre regioni d'Italia, se si dovrà passare tutti dal martirio Lombardo, oppure no, una cosa a me viene non spontanea ma logica da dire per provare a dare una risposta, che non sia una di quelle che, sinceramente, trovo quasi da disperazione, sul perché la Lombardia (il Nord dell'Italia) stia pagando un prezzo così enorme e fuori scala. Ho sentito varie spiegazioni, ma sempre da coloro che un mese fa dicevano tutto e il loro contrario su una cosa scontata com'è un virus, e già questo mi lascia dubbioso. La qualità dell'aria, ad esempio, e tralascio il resto.

Io provo a dire un'altra cosa, non perché abbia voglia di soddisfare una presunzione e un ego che, al momento, chiuso in casa, lasciano il tempo che trovano, ma per sostenere il motivo di questa nota che, ripeto, prova a dare conto del fatto che, in questo momento, non siamo noi che stiamo governando l'epidemia, ma è essa che governa noi e le nostre decisioni.

All'inizio dell'ultima settimana di Febbraio, dopo almeno un'altra settimana d'indecisioni e discussioni in televisione, a seguito dei primi casi in Lombardia e Veneto (e preceduta da altre settimane in cui il virus era visto da lontano e sembrava argomento alternativo a quelli politici) in maniera urgente e perentoria, in alcune Regioni del Nord si chiusero le Scuole, gli Atenei e finanche gli Asili Nido. Questa fu l'unica e prima misura di emergenza per contrastare l'epidemia, che si andava a inserire in una realtà che, però, per quella settimana, continuò a vivere e produrre come sempre.

Traduciamo questa decisione in realtà, solo nell'area Lombarda, quella che, in questo momento, sta vivendo una specie di martirio collettivo.

In Lombardia ci sono circa due milioni di esseri umani che vanno da zero a diciotto anni che, all'improvviso, furono tenuti lontani tra di loro, ma, automaticamente, furono liberi di stare vicino ad altri e occupare la giornata in rapporto alle loro possibilità ed età. Vennero, cioè, espulsi da un luogo controllabile per essere lasciati liberi e incontrollati. Una parte di questi, che va da un'età che varia da zero a dieci anni (circa un milione di esseri umani) non sono autonomi per organizzare da sé le loro giornate e costrinsero i loro genitori (circa due milioni) a trovare in tempo reale modi e persone che potessero sostituirli.

Credo che sia anche a portata dei virologi e dei consulenti scientifici del Governo, immaginare (almeno adesso) che la soluzione che fu trovata dai genitori di questi figli non autosufficienti, nella maggioranza dei casi, fu quella di collocarli presso la fascia d'età anziana e pensionata della Lombardia (circa due milioni) composta dai nonni, zie e zii, o da persone comunque libere da attività lavorative. Potrei anche dire, in aggiunta, che anche il personale scolastico non Lombardo (la maggioranza) avendo una settimana libera, approfittò per prendere un aereo o un treno e recarsi nelle diverse città di provenienza, per poi tornare in Lombardia verso la fine della settimana, visto che, ancora in quel momento, la chiusura delle Scuole non era, come adesso, sine die. Potrei ulteriormente dire, ma senza tediarvi con i dati (che comunque sono disponibili) che anche la chiusura degli Atenei, lasciando liberi molti studenti fuori sede, produsse un altro spostamento, soprattutto nel Nord dell'Italia: studenti Liguri, Emiliani e Romagnoli, Marchigiani, Friulani, in quei giorni, si recarono da Milano, soprattutto, verso altre destinazioni, approfittando di questa decisione, per compiere le operazioni di routine che qualsiasi studente fuori sede conosce.

Che cosa io voglio dire? Che quella decisione, presa subendo l'onda degli eventi e non cavalcandola, come sarebbe giusto fare, ha ottenuto l'esatto contrario di ciò che si proponeva: assunta per contenere e delimitare i contagi mise in moto, invece, meccanismi di ridistribuzione sul territorio della popolazione che non sarebbero avvenuti, se non fosse stata presa in quel momento e in quella maniera. Questo, pur essendo tanto, è purtroppo nulla rispetto alla capacità di quella decisione di tramutarsi nel killer inconsapevole di una percentuale, assolutamente non valutabile ormai (ma comunque postulabile senza definire una cifra) di anziani e meno che, oggi, stanno riempendo i cimiteri Lombardi aumentando la crisi, di per sé già alta, con effetti di moltiplicazione ormai evidenti e di fronte ai quali impera l'incredulità o le spiegazioni che non spiegano.

Sono quasi un milione, i bambini lombardi (che nelle condizioni conosciute dalla virologia, sono quelli che più d'altri sono capaci di assumere, trasmettere e, contemporaneamente, non subire gli effetti del contagio) quelli che, incolpevolmente, hanno contagiato la parte che oggi sta pagando un prezzo ancora maggiore di quello che già avrebbe comunque pagato. Aver messo insieme la parte più debole (gli anziani) e quella più forte (i bambini) negli stessi metri quadri (per almeno sette giorni) è il motivo plausibile di ciò che oggi piangiamo come nemmeno i coccodrilli saprebbero fare.

Se dico questo, io non lo faccio senza uno scopo: solo per mettere il dito dentro un eventuale piaga. Sarebbe sciocco e inopportuno. Stigmatizzare qualsiasi azione, su cui non si può tornare indietro, è una forma d'inutile cattiveria. Lo dico perché, ancora adesso, mi sembra che tutti noi continuiamo ad accettare decisioni prese sempre dall'epidemia e non da noi. Decisioni prese secondo una catena di comando contraria a quella normale, in cui, di giorno in giorno, le varie Regioni e i diversi Presidenti di Regione, ognuno con un virologo di fiducia, si alzano, decidono, dicono, intimano, decretano in attesa che arrivi il solito Sabato Sera in cui il Presidente del Consiglio si affaccia a reti unificate per comunicare le sue decisioni già prese, però, da altri. Se lo dico, quindi, è perché noto il punto dolente e pericoloso di questa vicenda, che non è il virus (che, ripeto, come da milioni d'anni fa ciò che un virus deve fare) ma la maniera scomposta, illogica, irresponsabile con cui lo stiamo affrontando.

In questo, devo dire, molte colpe le hanno (le abbiamo) coloro che, dovrebbero, ogni tanto porre domande diverse da quelle mediche, o di necrofilia statistica, entrando nel merito della logica e della razionalità delle decisioni, senza lasciare inevasi punti di flesso, vuoti senza senso, affinché ogni decisione sia realmente di governo del problema e non di reazione allo stesso. In questo momento, non è il caso di entrare nel merito delle conseguenze che questa forma, incosciente e autolesionista, d'agire, potrebbe ragionevolmente produrre, ma di avvertire tutti, cosa abbia voluto dire, in altri momenti, astenersi da non chiedere conto di come si agisce, pur facendo di tutto per non mettere a rischio le dure misure cui dobbiamo attenerci. Perché esistono due forme d'indifferenza: quella passiva, di chi accetta tutto per convenienza, e quella attiva, di chi accetta tutto per paura di perdere delle convenienze tra cui, la principale, è la vita ovviamente. La forma attiva, meno censurata eticamente, alle volte ha prodotto arretramenti sociali, che, dopo, hanno avuto bisogno di un tempo e di vite ancora maggiori di quanto ne sarebbero occorsi se si fosse prestata attenzione al quadro generale della vita e non solo alla nostra personale vita.

Per quanto mi riguarda, essendo un banale architetto, posso dire che fare un progetto per governare un problema, materiale o meno, bisogna ordinare delle parti specializzate ed egoiste, facendole incontrare (componendole) dentro la misura di un sogno spazioso, collettivo e generoso, che in questo caso è un ritrovato benessere sanitario di una comunità che, però, non può e non deve essere compiuto ad ogni costo ma al migliore possibile, che non è il minore, ma quello che tenga conto degli sforzi di chi ci ha preceduto e dalle speranze, ancora sconosciute, di chi ancora non è nemmeno nato.

*Docente universitario