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“Per sdebitarsi con Riina, i calabresi fornirono appoggio per l’omicidio del giudice Scopelliti”

scopelliti antonino giudicedi Claudio Cordova - Una delle cosche appartenenti al gotha della 'ndrangheta. In grado di relazionarsi, da pari a pari, con altri casati storici della criminalità calabrese, ma non solo. La famiglia Mancuso di Limbadi avrebbe giocato un ruolo in alcune delle vicende più oscure degli ultimi anni. L'indagine "Rinascita-Scott", con cui alcuni giorni fa la Procura della Repubblica di Catanzaro ha colpito ala militare e collegamenti con la zona grigia apre quindi il vaso di Pandora su dinamiche e rapporti della cosca.

A delineare la caratura del clan sono alcuni collaboratori di giustizia. A cominciare da Andrea Mantella che, in un interrogatorio del settembre 2016, afferma: "Agli inizi degli anni '90 per il tramite di mio cognato Pasquale Giampà ho conosciuto Luigi Mancuso ...omissis....quello che ragiona meglio, inoltre ha un livello altissimo di ndrangheta...omissis...lui è sicuramente il più autorevole dei Mancuso ed evita sempre le cose eclatanti tipo gli omicidi; a livello criminale posso affermare che Luigi Mancuso ha fama nazionale e non solo regionale...omissis...sono a conoscenza degli ottimi rapporti che intercorrono tra Razionale Saverio ed i Mancuso, in particolare con Luigi Mancuso...omissis...Luigi Mancuso era il più giovane capo crimine, quando venne ucciso Manco Michele a Pizzo omissis...".

A detta di Mantella, quindi, uno dei capi più carismatici sarebbe proprio Luigi Mancuso. Ed è concorde anche Raffaele Moscato, di cui pure è recente la collaborazione, risalendo all'anno 2015, ha dichiarato, sul conto di Luigi Mancuso: "abbiamo saputo che Luigi Mancuso, di cui parlano tutti bene, alla fine dell'anno 2012 aveva provato a contattarci, attraverso Saverio Razionale, per fare la pace con noi Piscopisani si diceva, inoltre, che Luigi Mancuso si è distaccato dal crimine della provincia di Reggio Calabria e si è alleato con Nicolino Grande Aracri, con i Farao, gli Arena e Marincola; negli ambienti carcerari si diceva insomma che si era avvicinato ai crotonesi".

Circostanza non da poco, dato che, in maniera unanime, la 'ndrangheta della provincia di Reggio Calabria viene indicata come la più influente nel panorama criminale. E, sul punto, interessanti sono anche le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, quel Cosimo Virgiglio, imprenditore, massone e in contatto con le cosche di Gioia Tauro, in particolare con i Molè: "So che a Gioia Tauro quando si faceva riferimento al capo dei Mancuso si intendeva Luigi Mancuso. Era considerato uno dei "tre punti della stella", questi infatti erano: Mancuso Luigi (a Limbadi), Pino Piromalli (a Gioia Tauro) e Nino Testuni ossia Pesce a Rosarno. Questo l'ho saputo, non solo quando avevo rapporti con i Molè, ma anche in carcere, in particolare da Giuseppe detto "Pippo" Di Giacomo, attualmente collaboratore di giustizia della cosca dei Laudani di Catania".

E proprio l'escussione del collaboratore Di Giacomo apre mondi inquietanti sui contatti e i rapporti tra Cosa Nostra e la 'ndrangheta. Di Giacomo entrò a far parte della mafia da giovanissimo, prima da alleato dello storico clan Santapaola, poi tra gli scissionisti. Di Giacomo, detenuto dal 1993, parla delle dinamiche dei primi anni '90, quelli più intensi della lotta della mafia allo Stato: "Dopo la sensazione di delusione conseguita alle condanne del maxi processo, anche in veste di secondodi Gaetano Laudani partecipai in diverse occasioni a riunioni nelle quali si discuteva di decisioni assuntedal direttorio di Cosa Nostra (il cui nucleo ristretto era composto da Riina, i fratelli Graviano, MatteoMessina Denaro e Santo Mazzei per la zona di Catania); molte notizie io le ricevevo direttamenteda Santo Mazzei Obiettivo di questo direttorio, soprattutto di Riina, era quello di estendere il coinvolgimento nellalotta alle istituzioni anche alla 'ndrangheta ed alla camorra, anche in rivendicazione di alcuni favori resi neltempo a queste organizzazioni".

Ed è proprio a questo punto che il racconto del collaboratore entra nello specifico, andando a menzionare l'uccisione del giudice Antonino Scopelliti, ancora senza colpevoli a distanza di moltissimi anni.. A suo dire, il debito di riconoscenza delle 'ndrine verso Riina risalirebbe all'intervento di Riina per favorire la pace a Reggio Calabria, nell'ambito della seconda guerra di 'ndrangheta, protrattasi dal 1985 al 1991: "Per sdebitarsi, i calabresi fornirono appoggio ed esecutori materiali per l'omicidio del giudice Scopelliti, Procuratore Generale nel giudizio di Cassazione del maxi processo contro Cosa Nostra. Come noto, successivamente ci furono gli omicidi di Salvo Lima e dei giudici Falcone e Borsellino e la conseguente forte risposta di contrasto dello Stato, tra l'altro con l'apertura delle carceri di Pianosa e dell'Asinara, cosa che determinò nei vertici di cosa nostra la volontà di attaccare lo Stato anche attraverso omicidi di appartenenti alle forze dell'ordine, in particolare modo della Polizia Penitenziaria, fino a giungere agli attentati di Roma, Firenze e Milano. Nello stesso contesto, arrivò l'ordine da cosa nostra, tramite Santo Mazzei, di appoggiare elettoralmente la neo formazione politica di Forza Italia, sulla quale vi erano forti aspettative affinché risolvesse i problemi sopra indicati. So che la 'ndrangheta collaborò in questo senso, ancora prima che io fossi arrestato, facendosi caricodell'uccisione di due carabinieri".

Stando al racconto di Di Giacomo, "gli interlocutori principali di cosa nostra in Calabria furono i Condello ed i De Stefano, per quanto concerne Reggio Calabria, oltre che i Piromalli ed i Mancuso di Limbadi. Fu Santo Mazzei, a riportarmi le notizie provenienti dal vertice di cosa nostra, a dirmi personalmente che i Mancuso erano tra i nostri principali referenti per la Calabria". Mancuso, Piromalli, Pesce e Bellocco. Ci sono tutte le principali cosche di 'ndrangheta nel racconto di Di Giacomo: "Queste quattro famiglie insieme ai De Stefano, alle famiglie della locride, a Peppe Morabito (comunque considerando gruppi già emergenti come i Torcasio e quello facente capo a Rocco Anello di Filadelfia) rappresentavano tutta la criminalità calabrese, costituivano un gruppo egemone che formava una sorta di cupola, volendo assimilarla al modello di cosa nostra, che comandava su tutta la Calabria. Era questo ciò che ci appariva guardando alla Calabria dalla Sicilia, dal punto di vista criminale".