In sede di consiglio abbiamo approvato la proposta di legge che prevede il conferimento di incarichi nelle strutture sanitarie ai medici in quiescenza, oggi l’unica soluzione percorribile ma non certo quella più opportuna.
In Calabria mancano medici di medicina generale e professionisti, ma le soluzioni tampone devono lasciare il posto a politiche condotte con metodo e programmazione.
Stipendi adeguati, strutture all’avanguardia che possano attrarre figure professionali e la possibilità di lavorare in sicurezza, questi sono gli elementi da cui bisogna ripartire per fare in modo che le ragazze e i ragazzi che si formano nelle nostre università decidano di restare e che i medici da fuori possano pensare di venire a lavorare in Calabria.
E a tal proposito, in merito al tema di una sanità più attrattiva e performante, non posso non pensare all’ospedale della Sibaritide. Descritto più volte come polo d’avanguardia, promessa di un nuovo modello di cura e assistenza nonché centro dal quale medici e specialisti dovrebbero essere attratti e motivati a lavorare, mi sembra di capire che sia già vittima di un depotenziamento in atto. E mi riferisco alla medicina nucleare e alla possibilità di avere l’unico ciclotrone programmato in Calabria.
E così da grande polo che avrebbe potuto aspirare ad Hub, unico ostacolo il numero dei cittadini che costituiscono il bacino d’utenza, adesso l’ospedale della Sibaritide sembra destinato ad essere un semplice spoke, certamente più moderno, che si limita ad unire quanto già presente al Giannettasio di Rossano e al Compagna di Corigliano.
La sicurezza poi non è di casa in molti dei nostri presidi sanitari.
Prendiamo lo Spoke di Corigliano Rossano. Sulla scia della sicurezza si è pensato di allocare, dal momento che ci sono la chirurgia e la rianimazione, l’area calda – quella interventistica – a Rossano e la fredda, quella destinata alle cronicità e alle cure mediche, al Compagna di Corigliano. Da qui l’intenzione di trasferire ostetricia e ginecologia a Rossano. Lavori per adattare il reparto. Un milione e seicento mila euro spesi. Ci sono le stanze rosa e quelle blu. Mancano i medici e le partorienti: in sostanza manca il reparto. Perché?
Eppure 1,6 milioni sono bei soldi e, se il neo reparto deve restare fermo così com’è, perché non aver dirottato queste finanze altrove?
Ad esempio a Paola, dove il blocco operatorio richiede con urgenza un impianto per il riciclo d’aria in ospedale.
Affinché la rete ospedaliera funzioni, di pari passo deve essere rafforzata la medicina territoriale. Eppure, cronache recenti ci raccontano dell’ex guardia medica di Schiavonea chiusa per tutto il periodo delle feste natalizie e per quella di Villapiana chiusa a tutt’oggi per la maggior parte della settimana. Le postazioni di emergenza territoriale poi sono un vero e proprio miraggio. Pensiamo a Longobucco: né guardia medica ne postazione di emergenza territoriale. Eppure le aree interne, in virtù della conformazione geografica della nostra regione, dovrebbero essere più attenzionate. Quello che è accaduto al signor Antonio Sommario, nella sua corsa disperata verso lo Spoke di Corigliano Rossano per trovare soccorso, è esattamente quello che non vorremmo mai leggere. L’arrivo di un’ambulanza in loco e per tempo avrebbe potuto cambiare la storia.
Ecco, vorrei che le famiglie non dovessero più chiedersi cosa sarebbe accaduto se i soccorsi fossero arrivati in tempo. Vorrei che la Calabria si riappropriasse del diritto alla salute.
