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Reggio (quasi) Capitale della Cultura: Falcomatà perde anche l’ultima chiamata per dare un senso alla sua Amministrazione

di Claudio Cordova – Quando il nostro lavoro, la nostra preparazione, il nostro operato sono giudicati da altri abbiamo poco da fare. Possiamo incidere fino a un certo punto. L’unica cosa che possiamo fare è dare il massimo, dar fondo a tutte le nostre capacità, a tutto il nostro impegno. Sarà stato così anche per il sogno di Reggio Calabria di diventare Capitale italiana della cultura, con il brusco ritorno alla realtà della vittoria di Pordenone per il prestigioso riconoscimento. Sarebbe stato da autolesionisti (e anche un po’ da imbecilli, a dire il vero) il contrario.

Come detto, quando è qualcun altro a valutarci, non possiamo che accettare il verdetto.

C’è, però, un’altra cosa che possiamo fare. Autocritica. Perché, soprattutto quando si amministra la Cosa Pubblica, il bene della cittadinanza e della comunità dovrebbe essere al primo posto. Così come dovrebbe essere scolpito sempre davanti agli occhi il pensiero che una scelta sbagliata sia qualcosa che si ripercuote e si riverbera negativamente sui cittadini.

Che sia l’incapacità di rendere il lungomare attrezzato per residenti e turisti, di far disegnare una pista ciclabile degna di questo nome o forse anche quella di costruire un ponticello di pochi metri.

Ebbene, con la vittoria di Pordenone e la sconfitta di Reggio Calabria per il ruolo di Capitale italiana della cultura svanisce forse quella che era l’ultima chance per il sindaco Giuseppe Falcomatà di dare un senso a questi suoi tanti (troppi) anni di amministrazione della città. Anni non consecutivi, anche per via della sospensione, ma sicuramente costanti per ciò che concerne gli insuccessi e il pressappochismo.

Anche con riferimento all’avventura – in cui abbiamo sperato tutti – di Reggio Capitale della Cultura, bisogna dire, senza mezzi termini, che la cultura si costruisce ogni giorno e non si crea, in laboratorio, solo per vincere un bando o un concorso. Così come non si scrive un libro solo per farlo partecipare a un festival, non si incide una canzone per entrare in una rassegna canora o la sceneggiatura di un film per ottenere un finanziamento.

Reggio Calabria non punta sui giovani da tempo immemore. Non è dotata di infrastrutture, anche tecnologiche, degne per far fruire dei musei o dei luoghi di cultura chiunque ne voglia. Non è nota per un evento che possa fuoriuscire dalla dimensione da sagra di paese. Né per ciò che concerne la letteratura, né per quanto riguarda musica o cinema. La cultura è una vocazione e Reggio Calabria la sua vocazione verso qualsiasi cosa di bello l’ha persa da tempo.

Eccezion fatta per ciò di cui non ha meriti, come per esempio le bellezze paesaggistiche o climatiche, donate dalla Natura.

In questi anni, l’Amministrazione Comunale che, invece, dovrebbe essere capofila istituzionale nell’orientare il sentire e l’agire dei cittadini ha, invece, dato il colpo di grazia al territorio. Un disastro, ormai lampante anche per chi, ormai tanti (troppi) anni fa aveva dato fiducia al giovane candidato sindaco. Basta fare un giro sui social per capirlo. Basta vivere la città e non soltanto le stanze dove (pochi) imbarazzanti collaboratori e tirapiedi ti convincono di essere il migliore del mondo.

Perché dall’autocritica, sana, passa il miglioramento di ciascuno di noi.

E, allora, oggi che l’Amministrazione targata Falcomatà ha imboccato sostanzialmente l’ultimo chilometro o giù di lì, chi si proporrà di guidare Reggio Calabria per i prossimi anni non potrà non dover fare autocritica. Soprattutto, evidentemente, nello schieramento di centrosinistra. Chiunque decida di correre sotto le bandiere del Partito Democratico (o di altre sigle, più o meno civiche) dovrà partire, necessariamente, dal promettere ai cittadini di muoversi in piena discontinuità con i nefasti anni del governo di Falcomatà & Co., in cui la città non è riuscita a segnalarsi per nulla di culturalmente o socialmente rilevante.

Ora che Falcomatà è naufragato sull’ultima spiaggia che gli rimaneva, il Pd e il centrosinistra non possono continuare a far finta di nulla. A meno che non vogliano consegnare (salvo imbarazzanti candidature in stile Minicuci) la poltrona di Palazzo San Giorgio al centrodestra.

Perché oggi, per una serie di concause, economiche, sociali, politiche, c’è davvero la possibilità di dare un nuovo volto a Reggio Calabria. Basti solo pensare che una delle precedenti Capitali italiane della cultura, Matera, fino a una settantina d’anni fa era la “vergogna d’Italia”, stando alle parole di Palmiro Togliatti. Oggi Reggio Calabria merita qualcosa in più, altrimenti continuerà a collezionare ricordi tristi. I ricordi di quei giorni in cui è quasi diventata qualcosa di bello.

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