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‘Ndrangheta infiltrata nella rete ferroviaria italiana: 41 indagati

Salgono a 41 gli indagati nell’inchiesta della Procura di Milano che ha ipotizzato, tra l’altro, presunte infiltrazioni delle cosche nei lavori sulla rete ferroviaria italiana e che lo scorso febbraio ha portato a 15 arresti. E’ quel che emerge dall’avviso di conclusione dell’indagine firmato dal pm della Dda milanese Bruna Albertini e notificato nei giorni scorsi, nel quale si contesta a oltre 30 persone di far parte di “una associazione per delinquere, operante tra Varese e Milano e zone limitrofe nonche’ sull’intero territorio nazionale avente solidi e perduranti legami” con la cosca Nicoscia-Arena. Nelle oltre 50 pagine il pm, che contesta 34 capi di imputazione, sono anche ipotizzati reati tributari, bancarotta, riciclaggio, autoriciclaggio e per alcuni l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, perche’ con un sistema di incassi ‘in nero’, societa’ riconducibili ai clan, attive tra il Varesotto e Isola Capo Rizzuto (Crotone), avrebbero sostenuto affiliati detenuti e le loro famiglie.

Secondo le indagini, Rfi, che e’ parte offesa, avrebbe commissionato lavori di manutenzione a grandi aziende, come Gcf del Gruppo Rossi e la Francesco Ventura Costruzioni Ferroviarie. Queste a loro volta avrebbero fatto ricorso, con la formula del “distacco della manodopera” ad altre societa’ riconducibili alle famiglie Aloisio e Giardino le quali, per la procura, sarebbero legate alle cosche Nicoscia-Arena di Isola di Capo Rizzuto. Tra i destinatari dell’atto, oltre ai quattro fratelli Aloisio, formalmente imprenditori ma “contigui alla ‘Ndrangheta” e 5 mesi fa arrestati, ci sono anche Maria Antonietta Ventura, presidente del cda del Gruppo Ventura, che si occupa di costruzioni ferroviarie, e che era stata candidata dal centrosinistra e Cinque stelle alla presidenza della Calabria, ed Alessandro e Edoardo Rossi, ai vertici dell’omonimo gruppo che lavora pure in Svizzera e nel Nord Europa. Per Ventura, per i Rossi e per altri, il gip ora in Corte d’Appello, Giusy Barbara, aveva respinto la richiesta di misura cautelare ritenendo che gli “esiti delle indagini non consentono” di “ritenere sussistenti gravi indizi di colpevolezza della partecipazione” all’associazione dei “fratelli Aloisio”.

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