La tradizionale metafora dell’infiltrazione mafiosa non è più sufficiente a descrivere il livello di radicamento raggiunto dalla criminalità organizzata nell’economia del Nord Italia. Oggi, infatti, il rapporto tra mafia ed economia legale si presenta in forme sempre più complesse, al punto che non è soltanto la criminalità mafiosa a condizionare il mondo economico, ma è lo stesso sistema economico a influenzarne le modalità operative.
A sottolinearlo è stato il procuratore di Milano, Marcello Viola, nel corso dell’audizione dello scorso aprile davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie. Le sue osservazioni sono state ora riportate nella relazione conclusiva della Commissione, che ha approfondito la capacità della ‘ndrangheta di inserirsi nel tessuto economico e sociale dell’Italia settentrionale.
«La metafora dell’infiltrazione oggi non è più adeguata. L’infiltrazione dà l’idea di un agente esterno “cattivo” che agisce su un ambiente pulito. No, oggi probabilmente penso di non sbagliarmi dicendo che non è la criminalità mafiosa che conforma e modella la criminalità economica, è la criminalità economica che conforma e modella la criminalità mafiosa», ha dichiarato Viola.
La Commissione, dopo aver ascoltato i procuratori dei distretti del Nord Italia e il procuratore nazionale antimafia, Gianni Melillo, ha esaminato le strategie attraverso cui la ‘ndrangheta sfrutta le opportunità offerte dai mercati settentrionali, costruendo relazioni con il mondo imprenditoriale e professionale nei diversi contesti regionali.
Un sistema capace di adattarsi alle caratteristiche dei territori, instaurando rapporti economici e professionali fino ad arrivare, in alcuni casi, a influenzare settori dell’economia e a condizionare processi decisionali pubblici e privati.
La relazione conclusiva descrive questa evoluzione come una forma di «mafia silente» e «mafia mercatista». «È mafia silente perché tende a ridurre la visibilità della violenza, sostituendola con la forza implicita del nome, della reputazione e della disponibilità di capitali. È mafia mercatista perché non si limita a controllare porzioni di territorio, ma opera dentro i mercati, ne seleziona le vulnerabilità, ne sfrutta le crisi e vi offre servizi illeciti richiesti o tollerati da segmenti dell’economia legale», si legge nel documento.
Viola, che guida la Procura milanese che ha coordinato l’indagine Hydra, portando alla luce l’alleanza tra Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta per sviluppare affari sul territorio lombardo, ha evidenziato come la nozione di infiltrazione non riesca più, da sola, a rappresentare la reale dimensione della presenza mafiosa in alcune aree del Paese.
Dalle audizioni è emerso, infatti, che le organizzazioni criminali non si limitano a penetrare dall’esterno in un tessuto economico sano, sottraendo ricchezza e operando contro il mercato. Al contrario, agiscono direttamente al suo interno, alterando le regole, deformando la concorrenza e favorendo gli operatori economici maggiormente disponibili a instaurare rapporti di convenienza con circuiti illegali.
Questa presenza si manifesta attraverso condotte economiche apparentemente ordinarie, operazioni societarie formalmente lecite, rapporti professionali, subappalti, acquisizioni aziendali, movimentazioni finanziarie e attività imprenditoriali che, almeno in superficie, non presentano evidenti connotati criminali.
Un modello operativo che consente alle organizzazioni mafiose di ridurre l’esposizione alla violenza manifesta, senza rinunciare alla propria capacità intimidatoria. La reputazione criminale diventa così uno strumento economico, relazionale e negoziale, in grado di condizionare persone e attività anche senza il ricorso a manifestazioni violente eclatanti.
È proprio questa capacità di confondersi con l’economia legale, sfruttandone opportunità e vulnerabilità, a rappresentare una delle principali sfide per il contrasto alla criminalità organizzata nel Nord Italia.

