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L’abisso di “Crimine Infinito”: caos, perdizione e umanità

Crimine infinito librodi Alessia Tripodo- Quando è stata la prima volta che abbiamo sentito parlare di 'Ndrangheta? Quand'è spuntata questa parola nel nostro vocabolario? No, certo, non è una domanda retorica né tantomeno etimologica. C'è da chiedersi seriamente come certi ingranaggi inizino a girare nella vita di una persona, come, per essere più precisi, si inizi ad accettare il mondo per com'è.

Andrea Delvento, uno dei protagonisti di "Crimine Infinito", non saprebbe certo rispondere. Al massimo si schiererebbe a favore del caso, quello che da sempre governa la sua vita. Andrea è un uomo massiccio, un calciatore con tante ambizioni ma poche possibilità. Ha trent'anni quando la storia inizia e nonostante la sua età spera di lasciare presto la squadra di cui è il capitano - il Teramo Calcio - e di sfondare, magari, in serie A.

Ma per una serie di eventi casuali, Andrea subisce un infortunio che determina la perdita di sogni e speranze che fino a poco prima lo definivano. Così non gli resta che la rabbia, una rabbia quasi infantile che lo spinge oltre i limiti. Quei limiti che nella sua vita da orfano responsabile, cresciuto nell'hinterland milanese, aveva rigettato con senso del dovere. Una macchia, più della rabbia, però lo colpisce. Quella che gli autori Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli identificano come una "macchia di stirpe"; quella, cioè, dell'essere calabrese. Infatti, Andrea che mai si era riconosciuto nelle sue lontane origini meridionali, scopre presto un mondo perverso ma apparentemente accogliente, dove può nuovamente sentirsi un "bomber", un invincibile. Così esplora a piccoli passi la realtà criminale, tentando una vera e propria scalata al potere che si rivela più ardua di quanto immaginasse: tradimenti, perdite e continue lotte per la sopravvivenza sono gli elementi cardine per sentirsi parte dell'"Onorata Società".

È questo il "Crimine Infinito", il braccio criminale che da una parte costringe e dall'altra accoglie: la perversione di una famiglia stretta, strettissima dalla quale se ne esce solo in un modo: con la morte.

Ma sarebbe fin troppo semplice liquidare la storia così. Infatti, quello che il lettore ritrova davanti sfogliando le pagine di questo libro non è un vezzo della fantasia; capitolo dopo capitolo l'aria si fa sempre più fitta e il sentimento della realtà prevale: ci si sente in trappola. E, forse, l'intento degli autori era proprio questo: restituire una verità differente da quella espressa nelle aule dei Tribunali. Una verità storica, umana, feroce.

Non a caso la scrittura a quattro braccia sedimenta da un vero lavoro di ricerca e ricostruzione di due maxi-operazioni degli inizi del duemila che, nate inizialmente su binari paralleli, si intrecciarono ben presto. Si tratta delle operazioni "Crimine" e "Infinito", appunto, la prima riguardante principalmente i traffici delle cosche a Reggio Calabria e la seconda a Milano. Storicamente le due indagini segnarono uno spaccato nella storia criminale d'Italia: prima di allora la 'Ndrangheta era considerata una "malattia del Sud", qualcosa, cioè, che nulla avesse a che vedere con l'altra parte dello Stato. O del mondo. Infatti, è solo a seguito della Strage di Duisburg in Germania che il velo di Maya si squarcia e ci si inizia a domandare quanto il là si è spinta la maglia criminale. Quella mattina - il 15 agosto del 2007 - l'Europa si svegliò con un senso di stordimento, dopo che 6 vittime - la più giovane di 16 anni - furono ritrovate morte vicino a un ristorante italiano. In quel locale si stava festeggiando il 18esimo compleanno di una delle vittime e allo stesso tempo si stava compiendo una strage che aveva origini lontane; ovvero quelle della Faida di San Luca.

Ecco ritrovata la "macchia di stirpe", che accompagna tutti i protagonisti del libro: dal già citato Delvento alla figlia del boss dei Mura, fino ad arrivare a mali collaterali; personaggi che rimangono incastrati nel disegno criminale senza la loro volontà, come accade a Chiara, l'ingenua e spensierata sorella di Andrea o all'ing. Luca Monini che ha la sola colpa di non volere accettare che la sua rinomata azienda possa fallire. Infatti, è lo stesso Andrea, ascoltando la notizia della Strage di Duisburg a chiedersi come si faccia a finire in situazioni così: "Ti vengono a cercare loro? Li cerchi tu? La verità è che, forse, ci devi nascere. È una cosa che erediti".

Ma ciò che rende veramente asfissiante la lettura di questo libro è il potere che si scopre avere la 'Ndrangheta in tutti i luoghi. Come se, veramente, fosse una sorpresa; eppure, ne siamo stupiti e inorriditi. Dall'Africa alla Colombia, dall'America fino in Germania: le città del mondo sembrano essere solo un piccolo snodo che ci conduce sempre lì, alla Montagna.

Ironico che il globalismo malato del narcotraffico o delle miniere dove muoiono centinaia di bambini siano sotto il controllo di anziani uomini isolati nelle montagne della Calabria; nascosti in casupole di fortuna, rintanati come topi. Un potere isolato, il loro, che non guarda neanche al benessere della propria terra - come si legge dalle parole del boss Mura - perché, altrimenti, si rischierebbe di "attirare troppo l'attenzione", di "perdere le proprie tradizioni".

Tradizioni malate quella della 'Ndrangheta. In questo libro, infatti, si legge una doppia condanna del circolo criminale: si condannano i reati, le nefandezze, il controllo, le infiltrazioni ma anche l'appropriazione di un apparato culturale - delle tradizioni, appunto - che in mano alla 'Ndrangheta diventano qualcos'altro, qualcosa di sporco. "Questa è la terra della Magna Grecia" è un'affermazione che assume un sapore completamente diverso se pronunciata con l'arroganza dei Mura o con la speranza di un giovane giornalista.

Tradizioni, quelle della 'Ndrangheta, che hanno assunto delle complesse strutture tra potere e religione, tra mondo sociale e mondo familiare: e per questo motivo risultano ancora più forti e inestinguibili. Quanti omicidi programmati in nome dell'Arcangelo Michele? Quanti innocenti spezzati sotto gli occhi della Madonna di Polsi? Questo è un potere che ha bisogno di scusanti, di giustificazioni.

Ed è proprio per questo che le voci narranti di questo libro sono multiple. Gli autori hanno scelto di sequenziare la storia tramite i diversi punti di vista dei personaggi; il quadro che ne fuoriesce è di una tremenda coralità: il lettore, partecipando attivamente a tutte le vicende, non riesce a premiare o condannare nessuno. Uno spezzato incredibilmente umano dove costantemente ci si domanda da quale parte far pendere l'ago della bilancia. Certo, il male è chiaro ma siamo sicuri di esserne scevri?

Come nel caso del comandante Alberto Ricci, il Servitore dello Stato che entra nei giochi di un'indagine molto più grande delle sue potenzialità. Ricci rappresenta la forza buona dello Stato, fatta di poteri legittimi ma anche di poca lungimiranza. O come nel caso dell'ex modella Nadia Dimitrova: la femme fatale del libro, al servizio - forzatamente, forse no - dei loschi affari della Lucera s.r.l.

Questo è ciò che gli autori ci vogliono mostrare: siamo tutti potenzialmente corruttibili. La storia che ci viene raccontata nelle pagine di "Crimine Infinito" non può essere semplificata come una lotta tra lo Stato e la 'Ndrangheta, il bene e il male. Perché il conflitto che vediamo realizzarsi per tutti i protagonisti, è interiore. La colpa, la sconfitta, il perdono, la responsabilità personale e familiare, il senso del dovere, nonché il senso dell'onore - comunque lo si voglia leggere -, sono alla base per la comprensione psicologica dei personaggi. Sono alla base delle cadute e dei superamenti.

E il riscatto. Una lotta costante verso un riscatto che ha tantissime facce e che, a volte, la legge non riesce a vedere. Il riscatto della propria condizione sociale - come nel caso di Andrea Delvento - o il riscatto della propria terra, idealmente raccontato nelle vicende di Dario Carrocci, il giovane studente universitario nonché giornalista di Reggio Calabria. In Carrocci ritroviamo la fame e la solitudine di intere generazioni schiacciate dalle aree grigie del potere. La lotta silenziosa dei meno arrendevoli, di quelli che nonostante tutto credono che la realtà non si debba accettare così com'è.

Allora, ritornando al principio, è davvero una questione di casualità? No. È sempre una questione di scelte, anche e soprattutto quando si pensa di non averle.