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La compagnia della Pigna scuote le coscienze con “La Zattera” al Teatro Gambaro di San Fili

Al Teatro Gambaro di San Fili il sipario si è aperto lentamente, come una ferita che si scuce e dalle ombre affiorano mani tremanti, fragili richiami di vita e paura. Una musica straziante ha attraversato la sala, insinuandosi tra le poltrone, nei respiri trattenuti, nelle mani intrecciate del pubblico. E in quell’istante, prima che il silenzio fosse spezzato, era già chiaro che “La Zattera” non avrebbe concesso tregua. L’opera inedita scritta da Raffaele Galiero e diretta da Francesca Manna, portata in scena da “La compagnia della pigna”, non racconta soltanto una storia di migrazione, naufragio e razzismo: scardina lo spettatore, lo obbliga a salire a bordo, lo costringe a sentire il freddo del mare addosso. In scena Domenico Sorrenti, Gianluigi Leone, Manolo Capozza, Caroli Filice, Diego Carbotti, Erica Perrotta e Giusy Monterosso: non interpreti, ma corpi in tensione, nervi scoperti, voci spezzate.

L’opera non concede distanza di sicurezza. Non permette allo spettatore di restare osservatore neutrale. Lo prende, lo trascina su quelle assi instabili, lo costringe a condividere il peso della precarietà. Non è teatro di racconto. È teatro di immersione.

Un laboratorio estivo, un tema – la partenza – e un’improvvisazione spontanea. Un gruppo di attori che prova a immaginare il momento esatto in cui si lascia la terra, quando dietro resta una vita e davanti solo un orizzonte incerto. «All’inizio non c’era un testo- racconta Raffaele Galiero-. C’era una sensazione. La sospensione. Il vuoto sotto i piedi. Poi, ci siamo resi conto che quella zattera parlava di qualcosa di molto più grande». La cronaca, con i suoi naufragi e i corpi restituiti dal mare, ha reso impossibile restare indifferenti: l’urgenza di riportare in scena uno spettacolo nato circa due anni fa, già apprezzato dal pubblico, è diventata improvvisamente ineludibile. «La zattera non è solo un oggetto scenico – continua l’autore-. È la condizione umana. Chiunque può trovarsi nella necessità di cercare un luogo più sicuro. Pensare che sia una realtà lontana è un’illusione». Così l’improvvisazione è diventata scrittura. E la scrittura è diventata responsabilità.

In scena Luca, Marco, Matteo. Tre uomini, tre storie, tre fughe. Ma presto i nomi si sciolgono. Restano i corpi. Restano i respiri affannati. Restano le mani tese. La zattera oscilla davvero. Gli attori devono trovare un equilibrio fisico prima ancora che emotivo. Si aggrappano l’uno all’altro. Si sostengono. A volte si respingono. La luce incide i volti come lame sottili. L’ombra inghiotte le paure. Ogni silenzio pesa più di una battuta.

Non c’è retorica. C’è carne. C’è sudore. C’è il suono del legno che scricchiola. Le musiche, tra cui brani inediti firmati da Kwadian, sono onde che crescono, si infrangono, si ritirano lasciando un vuoto ancora più profondo. A un certo punto, lo spettacolo raggiunge un picco emotivo. Una scena di disperazione pura. Un crollo. Poi, il buio. È lì che accade qualcosa di raro.

«C’è un momento in cui il pubblico resta immobile – racconta Francesca Manna-. È come se fosse appeso. Nessuno applaude subito. Nessuno si muove». Per la regista, quel silenzio è la misura dell’empatia. «Quando sento quella stasi penso: forse il messaggio sta arrivando. Forse sono con noi su quella zattera». Manna non nasconde la dimensione civile del progetto: «L’arte deve scuotere le coscienze. Deve essere memoria storica. Non possiamo permettere che certe tragedie vengano messe in secondo piano». Le sue parole si intrecciano con l’attualità, con le notizie di corpi ritrovati sulle coste calabresi, spesso sommerse da altre emergenze mediatiche. «Non è un problema distante- sottolinea-. Ci riguarda. Non dovremmo guardare con diffidenza chi viene da altrove. Siamo tutti figli dello stesso cielo».

Con una sincerità disarmante, i protagonisti affermano che la difficoltà più grande non è stata la prova fisica, pur estenuante: è stata quella morale. «Viviamo in Occidente, in un paese che ci garantisce sicurezza- spiegano-. Anche con tutta la sensibilità possibile, è difficile immaginare davvero cosa significhi essere gli ultimi». Entrare in sala prove dopo una giornata di lavoro, con la stanchezza addosso, e poi immergersi in un dolore così radicale non è stato semplice. «Dovevamo annullare tutto il quotidiano- raccontano-. Mettere da parte le nostre piccole preoccupazioni per provare a sentire, almeno in parte, la profondità di quella condizione».

Quando il pensiero corre ai giovani migranti a cui hanno dato corpo e voce, le parole dei protagonisti (Domenico Sorrenti, Gianluigi Leone e Manolo Capozza) si fanno essenziali: «Diremmo loro: non siete soli». Dopo aver abitato quella zattera, dopo aver provato a sentire il peso dell’attesa, il bruciore della paura, l’angoscia di un orizzonte che non si avvicina mai, capiscono che nessuna frase può davvero contenere ciò che quelle vite attraversano. E allora resta solo un gesto, potente nella sua semplicità: «Forse non esistono frasi adeguate. Esiste un abbraccio».

“La Zattera” non offre soluzioni. Non cerca consolazione. È uno specchio. Riflette l’insicurezza del nostro tempo, le frontiere che dividono, le paure che alimentano diffidenze. Ma riflette anche la possibilità di resistere insieme. Il mare, nello spettacolo, non è solo minaccia. È anche elemento che unisce. Nessun confine tracciato sulle carte può separare chi condivide la stessa fragilità. Quando il sipario si chiude, il pubblico resta qualche secondo in più. È un tempo sospeso, quasi necessario per tornare a respirare normalmente. Fuori dal teatro la notte è immobile. Ma dentro qualcosa continua a muoversi. Perché quella zattera, in fondo, non è rimasta sul palco. Ha attraversato la platea. Si è insinuata nelle coscienze. E continua a oscillare.

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