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Lega Nord - 'Ndrangheta: affare fatto

leganord volantinodi Claudio Cordova - A parte i fatti specifici contestati dai pubblici ministeri e dalla Dia al tesoriere della Lega, Francesco Belsito, l'indagine "Breakfast", che ha portato all'emissione di otto avvisi di garanzia, potrebbe segnare uno spartiacque fondamentale nella storia del Carroccio.

Le accuse per Belsito, infatti, sono di quelle pesanti. Buona parte dei soldi del partito, secondo gli inquirenti, sarebbe stata utilizzata per questioni prettamente interne alla famiglia del leader della Lega, Umberto Bossi. Addirittura, i fondi pubblici potrebbero anche aver contribuito a dei lavori della casa del Senatùr. E se il cliché, in questi casi, è sempre lo stesso ("è stato fatto tutto a mia insaputa" ha detto Bossi), in realtà per Belsito e, di conseguenza, per la Lega stessa, vi è un ulteriore mannaia che incombe sulla testa: le presunte vicinanze, di natura economica, ma non solo, con la potentissima cosca De Stefano di Reggio Calabria che, al pari di molte altre 'ndrine, avrebbe, ormai da diverso tempo, deciso di investire (e guadagnare) a Milano, in Lombardia e al nord, più in generale.

Ma l'indagine "Breakfast" rischia, come si diceva, di diventare un pericoloso spartiacque per la Lega, perché con gli accertamenti della Dia, sono stati scalfiti alcuni dei punti chiave della politica, ormai ventennale, dei "Padani". Innanzitutto la famiglia: il ciclone che sta investendo i Bossi, infatti, è, al di là delle ovvie difese, una questione che non passerà sicuramente inosservata.

Ma vi sono almeno altri due temi con cui il Carroccio si dovrà confrontare.

Innanzitutto l'esistenza, viva, reale e, pervasiva, della 'ndrangheta (e di tutte le altre mafie) nel nord dell'Italia. Una presenza che, ormai, a parte gli stessi membri della Lega, solo pochi pazzi si ostinano a negare. L'indagine "Breakfast", infatti, mostrerebbe, ancora una volta, la capacità delle 'ndrine e nella fattispecie dello storico casato dei De Stefano, di insinuarsi nei salotti buoni dei palazzi del potere, al fine di arricchire il proprio prestigio e gonfiare il proprio portafogli. A fare da trait d'union tra la politica e le cosche sarebbero stati, ancora una volta, i "colletti bianchi", faccendieri travestiti da professionisti, che avrebbero svolto un importante ruolo di collante tra ambiti così diversi. Da Romolo Girardelli all'avvocato Bruno Mafrici, nativo di Melito Porto Salvo: tra loro mani un mare di soldi. Tutto gestito, ovviamente, tramite una fitta rete di aziende, vere e proprie holding che avrebbero avuto il compito di ingrossare patrimoni illeciti: dalla Effebi Immobiliare alla Polare Scarl, passando per la Siram. Tutte ditte con sede a Milano a Genova o, comunque al nord. Città e luoghi che si scoprono, ancora una volta, capitali dei traffici mafiosi e zone d'azione predilette per le cosche.

Ma un altro dato che non deve sfuggire è che la 'ndrangheta possa aver scelto, come principale interlocutore proprio la Lega Nord che, invece, ha sempre sbandierato il proprio (peraltro condivisibile) astio nei confronti di ogni tipo di criminalità organizzata.

La realtà dei fatti, però, sembra diversa.

Se per anni, dunque, la Lega ha sempre professato la contrapposizione e, più spesso, l'odio verso i "terroni", i meridionali incivili e truffaldini, vera palla al piede dell'Italia, anzi, della "Padania", adesso, però bisognerà spiegare, ai pm innanzitutto, ma anche alla gente, come sia possibile che a trattare con il Carroccio sia stata proprio la 'ndrangheta, direttamente dalla Terronia più profonda. Lo ha spiegato più volte anche il procuratore Nicola Gratteri, grande esperto di cose di 'ndrangheta: "Le cosche non hanno ideologie, trattano con il potere". E in questo momento la Lega, in Lombardia e, in generale, al nord, alla luce degli eclatanti risultati elettorali delle più recenti consultazioni, significa potere, tanto potere.

L'equazione è presto fatta. Negarne l'evidenza sarebbe vagamente vergognoso.