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Io che credevo nella magistratura e che, a causa di Palamara e dei suoi (impuniti) amici calabresi, non ci credo più

palamaraluca600di Claudio Cordova - Luca Palamara non è più un magistrato. La giusta fine per chi ha inteso il delicato compito attribuito in maniera evidentemente distorta, come sancito dal Consiglio superiore della magistratura. Proprio quel Csm in cui l'uomo di Santa Cristina d'Aspromonte ha spadroneggiato per anni.

Palamara si è sempre difeso. Anche dopo la radiazione, nelle scorse ore, ha affermato di aver pagato per tutti. Questa, probabilmente, tra tutte, è la dichiarazione più vera tra quelle rilasciate dell'ormai ex magistrato. Sì perché è semplicemente ignobile che non sia stato preso alcun provvedimento nei confronti dei tanti amici di Palamara negli uffici giudiziari calabresi. Tra chi deve a Palamara una importante (e forse immeritata) nomina, a chi chiedeva raccomandazioni per amici e parenti, su dinamiche intra ed extra magistratura, fino a chi implorava attenzione e protezione.

Sono tutti lì, ad amministrare una Giustizia che, ormai, in Calabria, ha sempre di più l'iniziale minuscola, salvo rare eccezioni. Tutti lì. Qualcuno nelle ultime settimane ha anche una nuova veste di soggetto minacciato dalla criminalità. Nessuna dimissione, nessun trasferimento, nessun provvedimento disciplinare.

Vergogna.

Vergogna per gli amici calabresi di Palamara, che continuano a pontificare, a chiedere ai cittadini fiducia, a sollecitare le denunce, quando, invece, erano pienamente inseriti nel "sistema". Usavano quei sotterfugi, che poi condannano, non solo giudiziariamente, ma anche sotto il profilo di una pretesa superiorità modale.

Vergogna per chi li ha lasciati e li sta lasciando lì, nonostante gli articoli che Il Dispaccio, negli scorsi mesi, pubblicato, a getto continuo, in totale solitudine. Le chat sono lì, online, a futura memoria, sebbene per nessuno dei valorosi colleghi calabresi tutto ciò abbia assunto la dignità di "notizia".

Vergogna perché la Calabria, per la sua difficile condizione, meriterebbero qualcosa di diverso. La Calabria meriterebbe figure non credenti (in Palamara, s'intende) ma credibili, come invece diceva una toga martire come Rosario Livatino.

Si deve, sempre, continuare ad avere fiducia nella Giustizia, nella possibilità che la Calabria possa avere finalmente verità, giudiziaria e non solo. Ma non si può avere fiducia in costoro. Impostori che hanno legato le proprie fortune a un soggetto che, dice il Csm, condizionava in modo occulto le attività dell'organo di autocontrollo delle toghe. Erano e sono ovunque gli amici calabresi di Palamara. In quasi ogni Distretto, in quasi ogni Ufficio. Ora si mimetizzano, sperano di avere una nuova verginità. E solo in una terra senza memoria possono ancora alimentare questa speranza.

Pur avendo scelto, con orgoglio e convinzione, di non studiare Giurisprudenza, chi scrive è sempre stato appassionato a questi temi, alle dinamiche giudiziarie. Forse troppo secondo qualcuno. Ebbene, da mesi, non si può non avere un fastidio anche fisico a dover interagire con determinati soggetti, a doverli ascoltare in conferenza stampa, senza che abbiano mai detto una parola sui propri rapporti con Palamara.

Forse al nuovo corso della magistratura calabrese, tornata a un ambito rionale, con i vertici che non fuoriescono, come origine, dai confini regionali, va dato il merito di aver riportato tutti con i piedi per terra, dopo anni in cui in Calabria sono passati dei fuoriclasse, che hanno aĺlontanato i banditi di un tempo. Ora, però, lo sgomento di fronte a questi soggetti è enorme.

È così che si sente chi ha sempre creduto (e crede) in determinati valori e ha sempre creduto in determinate Istituzioni e (salvo eccezioni) non ci crede più.