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Così ‘ndrangheta, masso-‘ndrangheta, centri di potere e questione morale sono scomparsi dalla campagna elettorale di Reggio Calabria

reggio palazzosangiorgio150416di Claudio Cordova - Se un marziano leggesse i resoconti o ascoltasse gli interventi, senza sapere che si tratta di Reggio Calabria, penserebbe di assistere alla campagna elettorale di una città normale, che vive di problematiche normali. Invece Reggio Calabria non è una città normale. Chi sostiene il contrario ed è candidato alle prossime Comunali, forse farebbe bene a ritirare la propria partecipazione alla contesa.

Reggio Calabria è una città devastata dal degrado materiale e morale, una città che è stata stuprata dal malaffare, impoverita dal cappio della criminalità organizzata, che soffoca l'economia e costringe gli operatori a chiudere, controllata dai centri di potere, che decidono e imperano, spesso sotto il caldo e sicuro grembiule della massoneria deviata. Di tutto questo, negli interventi dei vari pretendenti alla poltrona di sindaco non c'è quasi completamente traccia. Già solo nominare la parola 'ndrangheta è, evidentemente, qualcosa vista come controproducente, che possa far perdere voti o, almeno, non farne guadagnare.

Eppure la 'ndrangheta è "IL" problema. Da essa discendono tutti gli altri: la corruzione, l'assenza di merito che porta incapaci e delinquenti nei luoghi di comando, l'inquinamento, la malagestio pubblica, le disuguaglianze sociali e così via. Anche nei problemi più gravi, ma "banali", quali quelli dell'immondizia o dei rubinetti asciutti, scavando e tornando a ritroso può essere rintracciato un interesse della criminalità organizzata, un giro di tangenti, che hanno portato i reggini a essere costantemente privati di diritti fondamentali.

C'è chi si affretta a dichiararsi antifascista. Va bene. Ma quasi nessuno si è schierato apertamente contro la 'ndrangheta e contro il consenso mafioso. Nessuno ha posto la propria lista, il proprio schieramento, la propria coalizione in una posizione di trasparenza rispetto alla fratellanza massonica che, concepita come oggi, non può non prestarsi a logiche di natura occulta e torbida.

Non sono argomentazioni di poco conto. Non sono tematiche da fanatici e da appassionati della materia. Dagli evidenti legami di certa politica con la 'ndrangheta, Reggio Calabria e, più in generale, la Calabria, continuano a trarre solo isolamento e povertà. Dallo scioglimento del Comune per contiguità con la 'ndrangheta, Reggio Calabria non si è ancora ripresa. Gli anni del "Modello Reggio", quelli dei commissari e quelli di Giuseppe Falcomatà non hanno ancora piegato verso l'alto la curva per una risalita della città.

Insomma, negare che la 'ndrangheta sia il principale fattore di sottosviluppo del territorio è come negare l'Olocausto.

Ma la 'ndrangheta, senza le relazioni, senza le connivenze, non andrebbe troppo lontano. Che la politica calabrese sia stata filtrata dall'obbedienza massonica è un dato storico. Per questo ci dovrebbe essere un dovere di trasparenza: la massoneria non è un'associazione come tutte le altre perché impone segretezza e riservatezza ai suoi iscritti. Il trovarsi a dovere scegliere tra l'obbedienza alla massoneria (non a caso chiamata proprio "Obbedienza" e "Fratellanza") o alle leggi della Repubblica è qualcosa che deve essere vietato o, almeno, reso palese da ciascun candidato.

Per questo un dibattito sincero, deciso, su questi temi non dovrebbe essere evitato, né procrastinato. Perché da esso non possono che scaturire poi le idee propositive per una rinascita del territorio.

E, invece, si ignora volutamente e colpevolmente. La storia non ha insegnato nulla. Non ha insegnato che, da sempre, la 'ndrangheta sceglie i propri cavalli quando sa che sono vincenti o, con i propri mezzi, li trasforma da perdenti in vincenti. Si fa finta di non sapere che i centri di potere, la massoneria deviata che, altrettanto storicamente, a Reggio Calabria sono potentissimi, decidono con grande anticipo quali sono i contesti da portare avanti, talvolta creando quasi "in laboratorio" i propri candidati e i propri agglomerati politici di riferimento.

Tutto scomparso, anzi, mai apparso.

Del resto, soprattutto se si guarda ai due maggiori schieramenti, il centrosinistra dell'uscente Giuseppe Falcomatà e il centrodestra di Antonino Minicuci, c'era davvero poco da aspettarsi. Entrambi i poli che (almeno secondo i rumors) dovrebbero giocarsi la vittoria finale, hanno al proprio interno una questione morale grossa come una casa. L'Amministrazione di Falcomatà che, sei anni fa, fu scelto in maniera plebiscitaria sullo slogan de "La Svolta", a parte le evidenti deficienze nel portare avanti la Cosa Pubblica, ha dimostrato di non essere stata sempre capace di fare argine rispetto alle manovre dietro cui possano celarsi raffinati centri potere. E, peraltro, chiede ai cittadini la riconferma con il sindaco a processo per il caso Miramare e con un esercito di big indagati, anche in inchieste piuttosto recenti: dal vicesindaco Armando Neri all'assessore Giovanni Muraca, passando per il capogruppo del Pd, Antonino Castorina, tutti attualmente invischiati nell'affaire Avr.

Proprio lontani gli echi della "questione morale" lanciata da Enrico Berlinguer.

D'altronde, il centrodestra non può di certo fare meglio. Una parte di esso non ha ancora fatto i conti con gli orrori emersi negli anni del "Modello Reggio". Si continua a non voler abiurare quegli anni, che, non solo hanno portato l'Ente sull'orlo del lastrico, ma hanno inculcato nella cittadinanza un modo distorto di intendere la Cosa Pubblica. Alcuni protagonisti di quella esiziale stagione osano tuttora ripresentare il proprio volto al cospetto degli elettori, magari nascosti in partiti di nuova generazione, ma che mantengono inquietanti requisiti da Procura della Repubblica. Anche la crescente presenza della Lega sul territorio non può che destare preoccupazione, perché, al netto dell'eliminazione della parola "Nord" dalla denominazione, è noto come qualsiasi movimento che propugni la separazione di un territorio dal resto d'Italia (anche se questa proviene da Sud) possa celare logiche mafiose. E, peraltro, nonostante la "giovane" età della Lega sul territorio calabrese, sono già diverse le pericolose spie che si sono accese circa i collegamenti con ambienti illeciti. Dall'avvento del centrodestra Berlusconiano, non si riesce ad avere un mondo conservatore che possa mantenere al proprio interno una certa integrità, anche nelle frequentazioni. Come testimonia, solo per fare un esempio, la continua presenza in carte d'indagine (pur senza alcun addebito formale) del plenipotenziario di Forza Italia, il deputato di Forza Italia, Francesco Cannizzaro.

La 'ndrangheta è scomparsa dal dibattito. Eppure, la prima, vera, antimafia, non si fa certo con i cortei, con i convegni, con gli striscioni. Ma si fa con gli atti amministrativi, che possono fare argine tra lo strapotere mafioso e la cittadinanza, spesso inerme perché priva di punti di riferimento. E, invece, nel dibattito nulla è emerso sulla trasparenza, sulle incrostazioni nella Pubblica Amministrazione, su come poter supportare chi si ribella alla morsa del racket. Si continua a ignorare il problema.

Ma è un vero peccato non credere nel diavolo, perché il diavolo crede fermamente in noi.

Mai come in questa tornata elettorale, infatti, l'elettorato affaristico e mafioso potrebbe avere un ruolo così fondamentale. Perché, almeno da vent'anni a questa parte, questa sembra la contesa più incerta. Sì perché dalla seconda elezione di Giuseppe Scopelliti, passando per quella di Demi Arena, fino ad arrivare alla vittoria di Giuseppe Falcomatà, vi era un candidato e uno schieramento palesemente più forti e attrezzati rispetto ai rivali. Quest'anno no. Vige l'incertezza. La cattiva amministrazione di Falcomatà imporrebbe un'alternanza col centrodestra. Ma i disastri delle ultime settimane hanno ridato fiato al sindaco uscente. E poi i tantissimi candidati civici, che hanno pensato bene di correre separati.

Insomma, gli spazi ci sono. E quegli spazi sono pronti a essere occupati dalla 'ndrangheta e da centri potere che governano la città da decenni, a prescindere dallo schieramento politico che si insedia a Palazzo San Giorgio.