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Motta San Giovanni, 4 maggio 2020

SCRIVERE-LETTERENino Mallamaci* - Ciao papà, come vedi appena ho potuto sono venuto a trovarti. Cioè: non so se vedi, ma comunque sono qua. Mi dispiace per il 21 marzo, non si poteva. Non c'è stato anno in cui non sia venuto a farti gli auguri, e sinceramente non so perché ho sempre dato tanta importanza al giorno di San Benedetto - sarà stato il disegno delle rondini sotto il tetto del libro delle elementari - più del compleanno o dell'anniversario della tua partenza. Sì, partenza: quell'altra parola cerco di non usarla mai, e specialmente ora. Troppi se ne sono andati, negli ultimi mesi, la maggior parte vecchi, o quasi vecchi come eri tu 24 anni fa. Qualcuno lo rimarcava, all'inizio: "sì, il virus è pericoloso, ma per quelli in età avanzata". In quel "ma" era concentrato tutto il cinismo umano. Una vita spesa a lavorare, a crescere i figli, a farli studiare. Una vita dedicata agli altri, al loro futuro più che al presente di sé stessi, e poi quel "ma" insopportabile, ignobile, immorale. Se ne sono andati anche tanti medici, papà. Tu sai cosa significa fare il medico. Hai cominciato tirando fuori le persone dalle zone pericolose per l'alluvione, attraversando il torrente Valanidi, che avevi neanche 30 anni. E hai continuato seguendo chi stava male giorno dopo giorno, casa dopo casa, con tutti quei compaesani che respiravano a fatica, tra rantoli e colpi di tosse, con i polmoni pieni della polvere delle decine di gallerie e tunnel costruiti in Italia e in Europa. E tu sempre lì, a sostenere loro e le famiglie, come un amico. Anzi: come un medico, né più né meno che un medico. I tuoi colleghi, insieme agli infermieri, in questi mesi, hanno fatto il loro dovere fino in fondo, fino al sacrificio estremo. Non per eroismo, ché nessuno di loro, secondo me, era in prima fila davanti ai malati per fare l'eroe o per sentirsi tale o per essere chiamato così. Hanno fatto quello che c'era da fare, e credo abbiano subito e subiscano con fastidio questa valanga di retorica che li ha sommersi, che ha sommerso tutti quanti. Le aziende ci si sono buttate a capofitto: gli italiani, e ce la faremo, e andrà bene, e la musica struggente di sottofondo, e le immagini delle città vuote. Non sai che fastidio, papà. E intanto i medici morivano. "Andrà tutto bene", ma non andava bene per niente, mentre i tricolori garrivano al vento.

Sai, papà, ho avuto la barba lunghissima, e anche i capelli. Con i barbieri – per me sono sempre barbieri, non parrucchieri – chiusi, cosa potevo fare? Figurati che anche Mattarella, il presidente, ha letto i messaggi alla nazione con la nuvola bianca in testa che gli sparava da tutte le parti. Certo, oggi, prima di venire da te, la barba l'ho rasata ben bene. Non la sopporti, anche se tu da giovane la portavi e ti stava pure bene. Per la capigliatura dovremo aspettare ancora un po'. Non sarà facile tornare alla normalità, nel quotidiano, si rischia di ripiombare nell'incubo. Ma appena possibile i capelli torneranno cortissimi, come li volevi tu fin da quando eravamo bambini. Noi correvamo, allora, in strada, nella piazza. Di stare in casa non se ne parlava neanche. In questi mesi, invece, i bambini sono stati reclusi dentro come tutti. Scuola, parchi, campi da gioco. Tutto chiuso. Si sono dovuti adattare anche loro, come noi adulti. Come gli anziani e i vecchi, e fortunato chi tra loro ha potuto contare su un figlio, un parente. Altrimenti soli più del solito, se non nelle residenze dove vengono scaricati come limoni spremuti, rimasugli inutili di un mondo che deve correre e non ha tempo per i consigli, la saggezza, i racconti la memoria. In quelle residenze sono morti in tantissimi, e non per caso. in Lombardia hanno deciso che era opportuno ricoverare proprio lì, tra i più esposti al rischio, quelli già infettati. E così se ne sono andati in migliaia, senza conforto di alcun genere, da soli in vita e da soli dopo, i corpi raggrinziti nelle bare portate via dai camion militari, sepolti in serie. Molti senza che ne fossero stati rintracciati i parenti, se ce n'erano, senza che nessuno li reclamasse, li cercasse.

La mamma è vecchia anche lei, papà. E' una roccia, e resiste. Almeno il corpo. Non fa più le versioni di greco e latino per ingannare il tempo. Sta lì nel letto, si alza, si siede sul divano e poi a tavola, si risiede sul divano. La chiamiamo Highlander per come è riuscita a risollevarsi, usando la stessa tenacia che le è servita per tirare su figlio e marito, tanto lo sai che dipendevi totalmente da lei fino a quando non uscivi dal portone. Lei però ha una grande fortuna. Ha una persona che bada a lei, e può contare sulla vicinanza fisica almeno di un figlio. Tantissimi altri non hanno avuto la stessa possibilità.

Ma questi mesi ci hanno insegnato anche altro, almeno a me e a chi vuole o è in grado di recepire. La lezione che ne ho tratto io è di dare molta più importanza a quello che, apparentemente, ne ha di meno. Non ha a che fare con lavoro, carriera, soldi, notorietà, successo, il nostro benessere. Lo sapevo già per alcuni di tali "vitali" obiettivi, per i quali si sacrifica tutto il resto. Ti voglio fare una confessione, papà. Sono stato bene. Sì, le preoccupazioni per il mondo intero e per mia figlia confinata in una stanzetta a Milano, al centro del male, il dolore per chi soffre, le domande sul futuro dei bambini, nostri e degli altri. L'ultima nostra arrivata, Emiliuccia, che percorso si trova davanti? Mi assale l'angoscia a pensarci, e guardo con compassione i genitori indaffarati nel dare a questi cuccioli ciò di cui loro abbisognano, in termini materiali ma soprattutto sotto forma di valanghe d'amore da restarci sotto soffocati. Ma, egoisticamente, sono stato bene. Non sempre, certo. Ma non meno spesso del solito. La mia anima ha trovato un ricovero soffice e sicuro nelle chiamate collettive con fratelli, sorelle, nipoti, cugini, amici. In quelle con mia figlia, piene di risate, di scherzi, di ironia, di prese in giro. E di canzoni urlate all'apparecchio, di smorfie e baci e moine che mi si infilzavano come dardi di cupido al cuore. La sera, bastava una sua risata per accompagnarmi dritto al sonno. Felice? Non so se era felicità, ma ci somigliava molto. E i vicini? Tu non sai dove abito. E' un posto dove la vita si svolge come in paese. L'avevo sperimentato 4 anni fa, con la frattura al piede che mi ha costretto nel letto. Ma quella era una condizione di sofferenza che riguardava solo me. Ora che tutti siamo sulla stessa barca, tutti incerti, intimoriti, confusi, smarriti. Ora è molto diverso, e ricevere attenzioni è come camminare mano nella mano, pur stando a distanza. E' tremendo pensare che questo essere infinitesimale, invisibile e coronato, possa approfittare dei gesti più belli per fare il suo sporco lavoro. Un abbraccio, un bacio, una confidenza sussurrata da vicino. Ci è precluso il bello, papà, il bello della vita. E proprio perché ci è precluso lo desideriamo e lo apprezziamo ancora di più, come mai prima. Il virus, a livello individuale, colpisce ai polmoni, ti impedisce di respirare, ti toglie letteralmente l'aria, come faceva la silicosi con i tuoi poveri malati. Lo stesso fa a livello sociale, sottraendoti la prossimità il contatto la confidenza, che rappresentano l'ossigeno del rapporto con gli altri. Ma nonostante ciò, esso ha continuato a circolare, soffiato nel tessuto sociale dall'amore, dall'empatia, dal cum patire: per questo siamo ancora esseri umani, esseri senzienti capaci di gioire e di soffrire insieme agli altri, capaci di piangere e di ridere, persino in un periodo come questo.

Ecco papà, questo ti volevo raccontare. Lo volevo raccontare a te che non rispondi perché, in effetti, volevo che fossi io stesso ad ascoltare, a concentrarmi meglio sulle mie parole per assimilarle fino al punto più profondo e nascosto della mia coscienza. Ora vado ma ci rivedremo presto. Perché mi piace e mi dà pace questo monologo travestito da dialogo, questo parlarmi franco e libero, come avrei voluto fare quando anche tu mi avresti potuto almeno stare ad ascoltare, magari sorridendo come fai adesso nella foto. Vado dalla mamma, a darle un bacio con la mascherina, e poi a riportare a casa Emilia. Spero, quando tornerò a trovarti, di poterti dire che ci siamo riuniti tutti quanti insieme e, anche se a distanza, ci siamo sentiti vicini come non mai. Come piaceva a te.

Reggio Calabria, 29 aprile 2020

*Avvocato e scrittore