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Vieni avanti, cretino. Feltri e l’inganno della provocazione

feltridi Pasquale Romano - Le continue uscite di Vittorio Feltri suscitano sempre un misto di tenerezza e simpatia. Uscite maldestre e poco convinte, tipiche del nonno che la domenica a pranzo ha bevuto un bicchiere di vino in più e allora viene giù una serie di contumelie che non risparmia alcun familiare.

"Noi senza di voi campiamo alla grande, voi senza di noi andate a ramengo. Datevi una regolata o farete una brutta fine, per altro meritata", le penultima perla di saggezza estratta dal cilindro di Feltri, bravo a cavalcare l'onda della provocazione a stretto di giro di posta. "Io non credo ai sensi di inferiorità: credo che i meridionali in molti casi siano inferiori" è l'ultima 'brillante' produzione di una mente oramai ottenebrata.

C'è poco o nulla di veramente culturale dietro le ripetute invettive del giornalista di 'Libero' contro il Sud e i suoi abitanti. L'intelligenza e la professionalità che dovrebbe riempire la penna e la bocca di ogni giornalista è del tutto assente ma non per incapacità. E' un cocktail fatto di clichè e frasi ad effetto che costano due lire, ma che valgono molto di più.

Valgono infatti l'apprezzamento e le lodi di chi razzista lo è per davvero, di chi sente nelle parole di Feltri un richiamo ai 'valori' di un tempo. I valori che hanno portato la Lega Nord di Bossi a perdere per strada Bossi e il suffisso 'Nord', guadagnando (si fa per dire) Salvini e un sorprendente sentimento di vicinanza verso il Sud.

Vogliamo sperare e crediamo ci sia molta leggerezza in Feltri mentre si lascia andare a simili gemme poetiche, del resto è risaputo che la terza età rappresenta il ritorno agli anni dell'infanzia, quando il più delle volte si parla senza prendersi cura di quanto detto. La speranza è legata al fatto che qualcuno, per davvero (?), aprendo la tv in prima serata e ascoltando queste parole, possa in qualche modo tramandare il verbo. Soprattutto in tempi in cui l'odio fa a braccetto con troppa ignoranza.

Le parole di Feltri inoltre valgono la rabbia e l'indignazione di chi si sente offeso, di chi pretende giustizia e scuse. Ha poca importanza, in questo caso, capire quale sia il vero pensiero che si cela dietro agli spettacolini imbarazzanti del giornalista lombardo. Un sospetto sembra emergere dalle guance arrossite dal vino, colpevole anche di un eloquio non sempre chiaro e regolare, ma non è l'aspetto significativo della vicenda.

Comprensibile, per ogni meridionale, adirarsi ascoltando il triste ritornello che Feltri ripete ogni qualvolta una trasmissione televisiva decide di ospitarlo. Ritornello che peraltro è causa principale dell'invito, complice la cassa di risonanza mediatica che gli sproloqui del giornalista di Libero assicurano. Non è certo per spiccate capacità o saggezza filosofica infatti che Feltri riempie nostro malgrado i salotti televisivi. La rabbia però dovrebbe durare un amen, il tempo di capire che si tratta soltanto di un gioco di prestigio mal riuscito.

L'inganno della provocazione, antica e nobile arte, è espressione colta che sa indagare nella malizia della psiche umana. Deve suscitare nella persona provocata una reazione, sdegno, un sussulto d'orgoglio. Deve scuotere le coscienze con intelligenza. L'artista Maurizio Cattelan, ad esempio, sa certamente provocare quando appende una banana ad una parete o mostra Papa Giovanni Paolo II abbattuto da un meteorite. Nulla di più lontano da Feltri e la sua voglia di ritagliarsi una popolarità a buon mercato. Di ridere del cattivo gusto, litigare, sentirsi vivo. Sentirsi giovane e brillante. Tutte cose impolverate dal tempo...