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Il dramma e la condanna del calabrese, che non si sente italiano nemmeno in una pandemia

popolo-buedi Claudio Cordova - Difficile dire se siano le colpe ataviche che lo Stato ha sul territorio, una mentalità paramafiosa che (anche per quelle colpe stesse) si è ormai impadronita della popolazione o "semplice" debolezza e altrettanto "semplici" frustrazioni umane.

Ma il concetto, purtroppo, serpeggia. E cresce, si propaga, con la stessa velocità del Covid-19.

A nessuno può piacere la condizione di clausura imposta dalle misure del Governo per fronteggiare l'emergenza Coronavirus. Nessuno può gradire la sospensione di libertà costituzionali, ma, ancor più banalmente, l'impossibilità di vedere i propri affetti, di allenarsi per le vie della propria città, di andare a mangiare una pizza. Chiunque vorrebbe tornare al proprio lavoro in maniera normale, alla propria vita normale. Chiunque guarda all'imminente stagione estiva con speranza e preoccupazione. Chiunque teme per il futuro, a causa del prevedibile dramma economico che il Coronavirus porterà dietro di sé.

Tutti sentimenti e stati d'animo più che comprensibili, che, però, non giustificano, non possono giustificare il moto d'odio che continua ad aumentare presso una sempre crescente fetta di popolazione calabrese, che inizia a convincersi, sbagliandosi clamorosamente, della eccessività, quando non della iniquità delle misure di contenimento del contagio. Come le masse anonime, come l'uomo qualunque, questa fetta di popolazione lo fa in maniera indistinta: talvolta dopo gli interventi del premier Giuseppe Conte, talvolta commentando le ordinanze della governatrice, Jole Santelli, ancora, criticando le misure adottate dai singoli sindaci calabresi.

Sui social la gente normale incita alla possibilità di uscire liberamente. Altri, invece, incitano alle aperture, pensando solo al (proprio) profitto, parlando di denaro, di dati economici, di recessione. Con oltre 500 morti al giorno in tutta Italia, anche oggi, dopo oltre un mese di lockdown e con i primi segnali di miglioramento sanitario. E, in entrambi i casi, a farlo non sono quasi mai i poveri cristi che rischiano davvero di rimanere soffocati dalla crisi economica, già esistente e ora ancora più drammatica per via delle chiusure. La povera gente sta dimostrando molta più dignità, molta più spina dorsale rispetto a chi vorrebbe uscire non per tornare al proprio lavoro, ma per fare jogging, per ripopolare i locali, per soddisfare i propri istinti fisici. Così come, chi parla della disperazione della gente e, quindi, della necessità di rimettere in moto l'economia (che pure è, ovviamente, fondamentale) lo fa in maniera intempestiva, peraltro dall'alto delle proprie sicurezze finanziarie.

E una parte della politica, sempre attenta a fiutare gli umori del popolo (bue) non fa che cavalcare volontà che la Storia non potrà che giudicare come posizioni di tradimento, verso i territori, ma verso il genere umano in sé.

La principale base su cui si appoggia chi propugna simili idiozie sta nel leggere (superficialmente) i dati calabresi sull'emergenza Coronavirus che, fortunatamente, si sono mantenuti su livelli sopportabili dallo sgangherato apparato regionale. Ma, usando le scorciatoie del cervello, si evita di considerare che tali cifre (che comunque annoverano oltre 60 morti e quasi 1000 contagi certificati) non sono al momento di enorme entità perché il Covid-19 ha deciso di virare altrove dalla Calabria, non amandone il clima, le infrastrutture o le persone (e sull'ultimo punto non lo si sarebbe potuto biasimare...), ma proprio per le misure di contenimento, tanto nazionali, quanto periferiche, che, per ora, ne hanno impedito una propagazione che, se anche solo avesse sfiorato cifre di un decimo rispetto a quanto accaduto in Lombardia, avrebbe provocato in Calabria una vera e propria ecatombe.

E nonostante tutto questo, anche la Calabria registra casi gravi nelle residenze per anziani: da ultima, quella di Torano Castello, ma, soprattutto, i 20 decessi all'interno della "Domus Aurea" di Chiaravalle Centrale. Eppure si pensa che il problema sia di altri: dei lombardi, dei veneti, come se non fossimo tutti italiani, come se una libera circolazione – fortunatamente scongiurata – non potesse portare il virus con proporzioni ancor più importanti in Calabria.

E' ovvio che si deve e si dovrà pensare a ripartire e che la ripartenza potrà essere anche variegata: per categorie, per fasce d'età, per territori. Ma più che impensabile (il pensiero qualificato lasciamolo a chi ne sa di medicina e di scienza) è immorale pensare a una vita normale mentre centinaia di persone muoiono e con gli ospedali ancora in affanno. Più volte si è discusso, anche retoricamente, sulla capacità o meno di uscire migliorati da questo assurdo e triste periodo: ebbene, non riuscire a sviluppare una qualche empatia con tanti, troppi, connazionali colpiti da contagi e tragedie, la dice lunga sulla incapacità di un numero, purtroppo non indifferente, di calabresi incapaci di sentirsi parte di qualcosa chiamata Italia.

Il Coronavirus lascerà macerie. Non solo per le migliaia di vittime, che ogni giorno, ancora, aumentano sensibilmente. Ma anche sotto il profilo politico, economico, sociale, psicologico. Per questo è necessario pensare a qualcosa che possa arginare non solo il contagio, ma anche una deriva totale. E invece, si usano una evidentemente fondamentale necessità di programmare la "fase 2" senza lasciare nessuno indietro la legittima e condivisibile voglia di libertà come becere giustificazioni per nascondere la propria debolezza nel rispettare misure che, stimano studi scientifici, hanno salvato circa 40mila vite umane.

E via con le teorie complottistiche, che vorrebbero una nuova dittatura alle porte, che starebbe sperimentando la lobotomizzazione delle masse con decreti e autocertificazioni o, ancora, il "benaltrismo" più basilare e scimmiesco, che porta a dire: "Se avessero controllato la mafia come adesso stanno controllando noi poveri cittadini...".

Anni di ingiustizie, di strapotere della 'ndrangheta, di disinteresse dello Stato hanno quindi indotto il calabrese a considerarsi "altro": la situazione grave è in Lombardia o altrove, che stiano loro chiusi dentro, non noi, che siamo rimasti quasi immuni. In un periodo in cui qualsiasi cittadino vero non può non essersi sentito "più italiano" rispetto a decenni di scandali e orrori, il calabrese continua a sentirsi "altro". Forse anche per quella teoria sul meridionalismo, quella retorica dei "Terroni" alimentata da alcuni pseudo-intellettuali che tanto male fanno alla Calabria, che porta a sentirsi briganti del Sud, calabresi, reggini, cosentini o catanzaresi.

Ma non italiani.

Una dramma che la dice lunga sulla miseria umana di chi non riesce, nemmeno nell'emergenza, a pensarsi comunità, a fare qualcosa per gli altri. Una condanna, quella di sentirsi qualcosa di diverso, di isolato rispetto al resto del Paese, che continuerà ad alimentare l'irrilevanza di un intero territorio.