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“Ah, quando c’era la guerra!”, diceva mio padre. Ora ho capito

corso garibaldi luce 1928di Pasquale Romano - "Ah, quando c'era la guerra!", ripeteva spesso mio padre. Era una sorta di ammonimento e allo stesso tempo 'vanto', un titolo accademico che io non potevo appendere alla parete. La frase andava bene su tutto. Da bambino, quando facevo I capricci a tavola, davanti ad un piatto che non volevo consumare. "Ah, quando c'era la guerra, mangiavamo di tutto senza poter dire no!".

Andava bene da ragazzino, quando pretendevo qualche paio di scarpe o vestito di troppo. "Ah, quando c'era la guerra, ci vestivamo di stracci!", e anche in questo caso il senso di colpa si faceva strada in me.
Andava bene anche quando iniziavo a crescere, e magari I sacrifici non erano pari alle sue aspettative. "Ah, quando c'era la guerra. Ricordo il freddo, la paura, le attese interminabili. Gli aerei sopra la testa", mi raccontava, lui che visse la seconda guerra mondiale bambino. E I ricordi di un bambino, è rinomato, rimangono fissati nella mente come inchiostro indelebile.

Per un italiano nato negli ultimi 50 o 60 anni la guerra è un insieme di storie raccontate dai familiari, film visti al cinema o libri studiati a scuola. C'è sempre stata una sorta di distanza rassicurante. "Deve essere brutto vivere la guerra in prima persona", il pensiero che ha sfiorato tutti noi almeno una volta.

Quello che l'Italia vive da qualche settimana (e che vivrà sino ad una data al momento sconosciuta) è senza dubbio la cosa che più si avvicina ad una guerra. La paura che possiede un intero paese, la libertà improvvisamente negata, lo Stato che si trova nella difficile situazione di imporre decisioni e gestire un'emergenza I cui confini non sono visibili. Sensazioni inedite e che favoriscono lo smarrimento.
Forse non siamo preparati per questo tipo di esame, ma dobbiamo esserlo. Noi spesso cresciuti nella bambagia, fortunatamente non abbiamo mai dovuto fare I conti con simili situazioni. Sino a oggi.

La distanza rassicurante che ci ha cullato per tutta la vita non esiste più. Il nemico si chiama Coronavirus, non spara ma è democratico: non guarda in faccia a nessuno. La paura non può che aumentare quando si annida invisibile, come un cecchino. La rivoluzione, stavolta, non si fa per strada, armi in mano.
Si fa restando in casa, col pigiama addosso, davanti alla tv. Anche nelle disgrazie esiste l'ironia.
Ed è forse un caso, anche se le sfumature del fato sono spesso impercettibili, che sia proprio la generazione che ha visto la guerra in faccia quella da proteggere con più attenzione. Sono loro, la nostra memoria storica, che dobbiamo preservare restituendo almeno in parte l'amore ricevuto.

"Ah, quando c'era la guerra", ripeteva spesso mio padre. Per quanto mi sforzassi, non ho mai capito davvero cosa volesse dire. Sembra passata un'eternità dall'ultima volta che l'ho ascoltato, e forse è così.
Oggi lui non c'è più, ma voglio dirglielo ugualmente. "Papà, adesso ho capito". E magari mangerò anche quello che non mi piace...

Foto: Archivio Luce, Tratto di Corso Garibaldi