di Mariagrazia Costantino* – Nel 2007 studiavo a Londra. Nel mio corso c’era un ragazzo, anzi un giovane uomo iraniano di nome Hossein Derakhshan. Hossein era arguto e ogni tanto mi prendeva in giro. Ma sembrava una persona come un’altra. Hossein è stato rinchiuso nel carcere di Evin (quello per i colpevoli di reati ideologici) dal 2008 al 2014. Sei anni di vita trascorsi in una cella per cosa? Per aver raccontato la realtà del suo paese in uno dei primi blog in farsi, ovvero la lingua persiana.
Siamo abituati a pensare che gli eroi si trovino sugli altari o sepolti sotto qualche lapide monumentale, o che magari siano santi che troviamo nelle chiese. Ma i veri eroi sono accanto a noi, sono vivi e lottano insieme a noi. Anzi per noi.
Come avrete capito oggi si parla di Iran, dove la situazione è ancora incandescente e la popolazione civile continua la sua coraggiosa protesta contro il regime degli Ayatollah. Un regime feroce di uomini sanguinari i cui figli vivono all’estero con patrimoni milionari e le cui figlie si fanno spesso fotografare in costume da bagno (ma solo per mostrare l’ottimo lavoro del chirurgo plastico). Gente senza scrupoli che non si preoccupa nemmeno di salvare le apparenze e di preservare quel minimo di decenza. O coerenza. Potere mafioso e becero allo stato puro, cui una popolazione mediamente molto colta, cosmopolita e emancipata tiene testa. Nonostante tutto. E mentre scrivo tanti giovani e meno giovani stanno per essere giustiziati. Impiccati alle gru. Come in un bizzarro incubo medievale moderno. Ma uno di quelli di cui Barbero non parlerebbe mai: a lui e a quelli come lui piace credere che il Medioevo sia accaduto una volta sola e che ormai ce lo siamo lasciato alle spalle. Loro la barbarie contemporanea la chiamano “complessità.”
Sono in tanti in Italia a non capire cosa stia succedendo: d’altro canto qui è dal ’45 che non si vedono schiene dritte e persone disposte a sacrificarsi in nome della libertà. Delle libertà minime che riguardano gli uomini e le donne.
L’Iran è un paese di grandi contraddizioni, come ha tentato di spiegare (male) Cecilia Sala. Certo qualcuno lo deve pur fare (spiegare), anche quando sembra non riguardarci da vicino. Anzi soprattutto allora. Perché sull’Iran è calato un silenzio colpevole e sospetto che sembra quasi suggerire che siano fatti loro. Qualcuno ha detto “no Jews, no news” ma a me tornano alla mente le parole di Papa Francesco sulla Terza Guerra Mondiale a pezzi… e se quello che sta avvenendo a rate non fosse invece un nuovo olocausto, o se preferite una Shoah della democrazia? Perché mai come adesso la democrazia o l’aspirazione a essa sembrano cadute nel dimenticatoio, e perseguitato chi osa invocarle. Dalla Cina al Medio Oriente. Dalla Russia agli Stati Uniti.
Di fatti, dopo tutti i proclami di aiuto, quel cigno nero che è il governo Trump ha prevedibilmente abbandonato al suo destino la popolazione iraniana, come ha fatto con la povera gente (e le donne) dell’Afghanistan, e con altre popolazioni oppresse dai loro regnanti tribali. E se pensate che Trump non abbia interessi economici nella zona sbagliate: Trump non interviene – almeno non per il momento – perché deve prima scrivere la lettera di giustificazione da mandare al maestro Vladimir, suo capo indiscusso.
Immagino che le solite anime belle dell’anti-colonialismo da divano obietteranno che non si esporta la democrazia. Ma questo lo dicono solo perché non ci sono loro e i loro figli sotto le raffiche di Kalashnikov. Lo dicono perché la libertà non la sanno apprezzare, visto che non se la sono dovuta conquistare. E persino gli eredi reali e morali di quel cadavere ambulante che è diventato l’ANPI sembrano aver dimenticato cosa sia la libertà. Libertà è partecipazione diceva Gaber: ma spesso è partecipazione a una carneficina. Anche Mao diceva che la rivoluzione non è una cena di gala… e a proposito di Mao, andatelo a dire al ragazzo con la busta davanti alla fila carri armati in Piazza Tian’anmen che la democrazia non si esporta, o ai suoi compagni falciati in massa nelle strade di Pechino nel giugno del 1989. Proprio com’è successo a Tehran lo scorso gennaio. Giusto poche settimane fa. Quaranta giorni per l’esattezza.
Pensiamo che la democrazia sia un prodotto occidentale, come la Nutella da spalmare sul pane per addolcire le nostre vite; pensiamo che siano una prerogativa (o peggio un privilegio) occidentale cui non tutti posso accedere, e ci starà bene così finché tutto ciò che non è democrazia verrà a bussare alla nostra porta proprio come è successo in Ucraina.
Non capiamo perché non conosciamo, ma soprattutto perché ragioniamo in base a schemi precostituiti e idee preconcette che qualcuno ha confezionato per noi. Non conosciamo con la ragione ma soprattutto con le emozioni. Una che capisce e conosce le cose col cuore è Paola Regeni, madre di Giulio Regeni e donna straordinaria. Alla domanda di Fabio Fazio sul perché gli egiziani abbiano tradito suo figlio, questa donna indistruttibile ha risposto che i regimi sono paranoici e per sopravvivere hanno bisogno di creare o anche solo immaginare nemici, e ovviamente di distruggerli. Fazio annuiva senza capire niente nemmeno lui, visto che qualche minuto dopo era già passato a fare le pulci a Israele nel suo salottino di ben pensanti un po’ asini, le cui analisi rimangono sempre in superficie, rassicuranti e mai destabilizzanti: insomma perfette per il pubblico italiano che non legge e non bada alle sottigliezze. Infatti viene il sospetto che siano gli Italiani a forgiare il giornalismo nostrano e non viceversa come dovrebbe essere.
La realtà è complessa, stratificata e richiede tempo per essere capita e interpretata. Ma nel marasma generale alcune cose bisogna ficcarsele bene in testa: per esempio che Israele è l’unico Stato democratico in quel calderone infernale che è il Medio Oriente, e l’unico che si preoccupa di proteggere le minoranze quotidianamente vessate e decimate come Drusi, Curdi, Copti, Yazidi (molte delle quali semplicemente perché non musulmane); ma anche, a quanto pare, l’unico che ha a cuore la sorte dei civili iraniani. E se pensate che io sia ingenua e che Israele si erga a paladino di queste popolazioni solo per ipotecare territori e ricchezze, allora spiegatemi perché non battete ciglio quando è la Russia a correre in soccorso di Assad, mostro criminale che ha decimato milioni di persone, bambini compresi.
C’è un altro problema che deriva da ignoranza oggettiva e da una percezione distorta dei fatti: noi ci facciamo un’idea dell’Iran anche tramite il racconto di tanti iraniani fuoriusciti i quali si spacciano per dissidenti e hanno costruito un’identità farlocca che fa comodo a tutti, e che all’atto pratico serve solo gli interessi del regime. Quando i sedicente dissidenti suggeriscono che Benjamin Netanyahu sia peggio di Ali Khamenei (e tutti a osannarli col riflesso pavloviano di chi accende il cervello solo per salivare), stanno facendo una non così sottile forma di propaganda politica attraverso la manipolazione psicologica: usano codici linguistici occidentali, quindi accettabili, per impiantare idee che sono vitali per il regime. E le idee sono sempre stesse: bisogna annientare Israele. E se avanzano munizioni magari colpire a morte l’Occidente.
Il modo migliore per far passare queste idee è usare i cavalli di Troia a portata di mano: una volta era il socialismo di stampo sovietico che piaceva tanto ai giovani abbagliati dal miraggio egualitario – lo stesso in nome del quale avvenne la Rivoluzione-involuzione islamica del 1978-79; oggi è il femminismo di maniera, che in Italia trova sempre copiosi adepti, sia tra gli uomini – che così si procurano un facile lasciapassare morale – sia tra le donne che pensano che il femminismo sia una questione estetica o geometrica: nello specifico di triangoli, compresi quelli rossi. Oltremodo orrendi.
Guarda caso in Italia la spilletta di Donna Vita Libertà – il movimento che da noi ha trovato tanti proseliti sotto l’egida morale di Laura Boldrini, Nostra Signora del “fa chic e impegna” (ma non troppo) e di altre campionesse del doppio standard in salsa etno-orientalista – piace tanto proprio perché non pesta i piedi a nessuno se non a Israele. Ma come fa notare l’attivista Nioh Berg, è dal 2022 che lo slogan non si sente più in Iran, perché è troppo parziale e riduce tutto a una questione di genere. Come se tra le vittime trucidate e giustiziate sommariamente non ci fossero anche giovani uomini, adolescenti e persino bambini.
Quello che succede in Iran c’entra poco o niente col femminismo occidentale di stampo liberal sempre più ipocrita e sempre più compromesso con le pericolose istanze che bisogna ipocritamente chiamare antisioniste (perché loro non sono antisemiti e hanno tanti amici ebrei o gay, tanto è uguale). E a proposito, ricordo quello che è successo con la manifestazione di Non Una di Meno (o Ti Meno) del 23 Novembre 2023, che da occasione per ricordare Giulia Cecchettin e gridare il proprio sdegno contro il patriarcato è diventata una squallidissima vetrina per la causa palestinese, quando si stavano ancora raccogliendo le ceneri dei bambini carbonizzati dei kibbutzim messi a ferro e fuoco da Hamas e dai suoi accoliti. E poco importa, in questa nuova spaventosa dimensione post-democratica, che siano loro i veri oppressori, anche delle loro donne e dei bambini che spesso mandano a morire; e della verità stessa, che nelle loro sapienti mani di contraffattori diventa un’arma con cui rinvigorire i nostri sensi di colpa.
Anche quelli ormai sono svenduti a pacchi.
*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica
