“La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono” - George Bernard Shaw
HomeFirmeDal volto di gomma al muro di gomma: il Gattopardo è giovane!

Dal volto di gomma al muro di gomma: il Gattopardo è giovane!

di Valentina Mallamaci* – Quando Claudio Cordova scrive che certe scelte politiche sarebbero persino offensive se esistesse una classe di intellettuali pronta a dibattere sul presente e sul futuro, non si limita ad una provocazione, fotografa un vuoto.

Un vuoto che non riguarda soltanto la politica, ma attraversa anche altri spazi che dovrebbero essere, per loro stessa natura, luoghi di visione e costruzione del domani. Compresi quelli imprenditoriali, che dovrebbero essere per definizione fabbriche di futuro.

Questo vuoto evita scrupolosamente lo scontro, ma si manifesta con qualcosa di più insidioso: la piattezza.

Un clima in cui nulla viene realmente messo in discussione perché il confronto è percepito come un rischio, non come una risorsa. Ed è proprio in questa piattezza che si conserva l’esistente e, dunque, si consolida il potere.

Negli ultimi anni si è affermata una figura sempre più riconoscibile in qualsiasi categoria: i “giovani-vecchi”. Anagraficamente giovani, culturalmente integrati in logiche che replicano modelli logori ma rassicuranti, impermeabili al cambiamento reale. Sono loro a incarnare, oggi, la più riuscita attualizzazione della morale del Gattopardo dalla celebre frase di Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Un cambiamento apparente, fatto di linguaggi aggiornati e posture moderne, magari sotto il velo del politically correct come perfetta copertura, che serve solo a preservare lo status quo.

Dentro questo schema si passa dall’ “uomo di gomma” al muro di gomma.

Non il rifiuto esplicito delle idee, ma la loro neutralizzazione. Quando qualcuno fa esattamente ciò che quel contesto non è abituato a reggere, provando ad alzare la visione con l’introduzione di nuove sfide e richieste di responsabilità, non viene contestato ma lasciato parlare per poi passare oltre. Un silenzio che non nasce da distrazione o educazione istituzionale, ma da una dinamica di potere ben precisa: non legittimare ciò che costringerebbe a esporsi, soprattutto in quelle presunte fabbriche di futuro ancora troppo ancorate al passato… l’assunzione del noto rischio imprenditoriale rimane per lo più limitata ai propri affari.

C’è un tema anche di inerzia culturale, persino tra chi dovrebbe rappresentare quell’élite sociale e imprenditoriale, che conduce a livellare tutto verso il basso, proteggendo l’equilibrio vigente e la mancanza di interesse ad attivarsi, soprattutto se ad aver fatto il passo in più è chi non appartiene al sistema di potere preesistente. E così si finisce con lo scoraggiare ulteriormente chi potrebbe, invece, contribuire al reale cambiamento.

Dentro questa dinamica si innesta un altro elemento che raramente viene nominato, ma che aggrava tutto: il genere. Perché in un contesto così, un uomo che propone una visione articolata viene letto come ambizioso; una donna come pretenziosa, eccessiva. Non si entra nel merito di ciò che dice, si giudica il fatto che lo dica. Un ulteriore filtro che agisce in silenzio e contribuisce a rendere il muro più spesso, perché trasforma il confronto in un problema di legittimità personale.

Il risultato è un sistema che non respinge apertamente il cambiamento, ma lo assorbe senza lasciarsi modificare. Un sistema che non produce classe dirigente, ma amministratori dell’esistente e che rischia di perdere proprio le energie migliori, quelle disposte a investire tempo, competenze e visione, ma non a recitare un copione già scritto da altri.

Forse è per questo che i vari “uomini di gomma” riescono sempre a cadere in piedi dalle nostre parti. Non solo per abilità individuale, ma perché si muovono in un contesto che non oppone resistenza, che confonde il silenzio con la neutralità e l’assenza di dibattito con la stabilità.

Ma una comunità – politica, culturale, imprenditoriale – che rinuncia al confronto non è né stabile né solida. È immobile. E l’immobilità, nel tempo, porta all’irrilevanza.

*Giovane professionista reggina

Articoli Correlati