Dossier
 

Il sovranismo della ‘ndrangheta: la vergogna su Gino Molinetti per avere un’amante rom

reggiocalabria archi600di Claudio Cordova - Il dato che Luigi – Gino – Molinetti intrattenesse una stabile relazione extraconiugale con una donna, appartenente alla comunità rom di Arghillà non è un mero dato di colore, ma assume un rilievo, sia di natura criminale, che di natura sociologica. Con la donna, infatti, Molinetti parla al telefono mentre si sta recando in Campania per parlare con il fratello Alfonso e dirimere i dissidi con la cosca De Stefano.

Ma tale relazione assume anche una valenza sociale e antropologica per quanto riguarda i "valori" interni alla 'ndrangheta. In diverse conversazioni intercettate la moglie di Molinetti, Maria Teresa Bruzzese, ovviamente indispettita da tale situazione, non lesinava severe critiche nei confronti del marito [BRUZZESE: che se ne vada ad Arghillà a stare... tanto lo vedono tutti con lei, tutti lo vedono... chi non vuole non lo vede... tutti lo sanno...].

Al di là dell'intuibile risentimento per l'infedeltà coniugale, la Bruzzese si mostrava preoccupata per le continue elargizioni di denaro che Luigi Molinetti faceva all'amante, determinando gravi crisi di liquidità nelle casse familiari [BRUZZESE: Lui ha seimila euro, cinquemila glieli porta a lei e mille se li tiene lui. Ora i soldi di questa qua, tutti là glieli deposita... No ... non si può fare sta vita più ... (...)si è fottuto diecimila euro e glieli ha infossati a lei?].

Ma al di là di tali aspetti più squisitamente personali, ciò che rendeva la vicenda particolarmente allarmante era il timore che Luigi Molinetti – allontanandosi dal contesto familiare – potesse "voltare bandiera" e decidere di "buttarsi pentito" ovvero di collaborare con la giustizia [BRUZZESE: ...come ha detto l'avvocato: "signora questa storia non gli... non gli finirà bene a lui... così è il fatto di diritto,è volta bandiera lui... lui", che non succeda mai! Lei va, parla con lui e si butta pentito, come ha detto lo zio Alfonso. Perché lo zio Alfonso ... si spaventa pure? Per questo fatto, bello!"].

Secondo la Bruzzese, la relazione con la Bevilacqua determinava un'onta indelebile sulla famiglia Molinetti, sminuendo anche il carisma criminale che tanto stava a cuore al marito. Il fatto che un noto esponente della 'ndrangheta reggina avesse un legame extraconiugale con un'esponente della comunità ROM costituiva – secondo la Bruzzese - un grave vulnus di immagine, specie perché la vicenda era ormai di dominio pubblico ed era stata persino commentata dal giornalista Klaus Davi [BRUZZESE: ...il malandrino, Gino Molinetti, io sono il personaggio, il personaggio di "sta caccioffula"! Persino coso lo sa... Klaus Davi lo sa, che si tiene a una nomade...].

La Bruzzese, non a caso, menzionava una conversazione intrattenuta con una persona non identificata, nel corso della quale si erano sovrapposti due temi apparentemente inconciliabili: il fatto che Molinetti ambisse ad acquisire il predominio mafioso nelle zone di Archi e Gallico, ed il fatto che – al contempo – lo stesso avesse avuto l'ardire di "mettersi con una zingara" [BRUZZESE: "... dice:"sta con quella zingara che stava allo Scaccioti e che si è preso Archi, Gallico..." (...) dice: "ma è uscito pazzo?"].

Conversazioni reiterate, quelle della Bruzzese, che si confronta con i figli e, quindi, in maniera assolutamente genuina, facendo trasparire uno dei tratti interessanti per comprendere il retroterra culturale della mentalità mafiosa, che vede come un'onta la commistione con l'etnia rom, evidentemente considerata di rango estremamente inferiore rispetto alla 'ndrangheta, per di più del quartiere Archi, considerato storicamente quello della 'ndrangheta di maggiore peso e carisma a Reggio Calabria. 

La vicinanza alla compagna di Arghillà aveva determinato in Gino Molinetti una scarsa propensione ad osservare le più elementari regole del galateo della 'ndrangheta. Tutti i congiunti erano concordi nello stigmatizzare il modo di fare di Gino Molinetti, soffermandosi – oltre che su vicende squisitamente familiari – anche su aspetti di sicuro interesse ai fini delle dinamiche associative.

Veniva mossa a Luigi (Gino) Molinetti un'accusa di estrema gravità.

Questi, infatti, aveva trattenuto per sé una somma di denaro (sulla cui esatta entità i conversanti non erano concordi, ma comunque oscillante tra i 6.800 e i 10.000 euro) che era destinata al mantenimento degli affiliati detenuti. Cosa ancora più grave: tale somma era stata probabilmente elargita all'amante di Molinetti (appartenente alla comunità nomade e quindi estranea alla 'ndrina), in palese violazione delle più basilari regole poste a presidio della solidarietà tra gli associati. Così facendo Gino Molinetti, a detta della Bruzzese, sviliva ulteriormente la sua immagine, rendendo pubblici i dissidi con il proprio figlio, alla stregua di quanto accadeva presso certe famiglie ROM di Arghillà e non certo in seno alle storiche 'ndrine reggine [BRUZZESE: ma ti stai rendendo conto che stai parlando di tuo figlio? Che alle persone gli mandi un'ambasciata del genere, sai che dicono le persone?Che ti sei combinato come i Bevilacqua!].

A detta della Bruzzese, anche Alfonso Molinetti aveva commentato sdegnosamente la scelta del fratello Gino di accompagnarsi ad esponenti della comunità ROM [BRUZZESE:... perché ora ci hai rotto i coglioni... ora ci hai portato ... alla povertà e alla... lo zio Alfonso ha detto: "dopo che mi sono fatto trent'anni di galera... dice gli zingari li abbiamo sputati sempre, nemmeno di sotto li facevamo passare e ci siamo combinati che ci ha portati nella merda... lo zio ..."].