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Il pentito Mantella: “I De Stefano potevano aggiustare processi tramite la massoneria deviata”

destefanogiuseppe500di Claudio Cordova - Due incontri, non di più. Ma sufficienti per apprendere alcune importanti rivelazioni da uno dei capi più importanti della 'ndrangheta, Peppe De Stefano, figlio del defunto boss Paolo De Stefano e considerato, fino al momento dell'arresto, l'elemento di vertice della 'ndrangheta reggina. A riferire è il collaboratore vibonese Andrea Mantella, che con le sue dichiarazioni sta aiutando la Dda di Catanzaro a disarticolare le famiglie 'ndranghetistiche di quei luoghi, colpendo anche i referenti istituzionali.

Mantella viene escusso dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo nell'ambito del maxiprocesso "Gotha", che vede alla sbarra la cupola massonica della 'ndrangheta. E una parte importante dell'esame di Mantella è dedicato proprio ai rapporti tra 'ndrangheta e massoneria.

Il collaboratore ricorda gli incontri con Peppe De Stefano, nel periodo in cui questi era latitante a Pizzo Calabro, nel Vibonese. Siamo tra il 2004 e il 2005: "De Stefano era ospite della famiglia Bonavota, che ne curava la latitanza. Conobbi anche il suo fratellastro, Giorgetto, che portava 'imbasciate' e pizzini". E, oltre ai riferimenti politici e a Peppe Scopelliti (leggi qui), Mantella ricorda anche i passaggi relativi alle presunte cointeressenze massoniche che lo storico casato di Archi avrebbe potuto vantare: "Mi disse che doveva aggiustare un processo che lo riguardava tramite la massoneria" afferma Mantella, non riuscendo però a individuare di quale procedimento si trattasse.

Mantella racconta dello stato d'animo ondivago del boss: "Era fiducioso che suo cugino, l'avvocato Giorgio De Stefano, potesse aggiustare i processi. Conosceva bene la massoneria deviata e andava su tutte le furie perché le sue coperture massoniche non stavano funzionando bene". Dal racconto del collaboratore, quindi, emerge la figura di un leone in gabbia, costretto alla latitanza, mentre i suoi referenti sarebbero rimasti con le mani in mano. Continui i rimandi all'avvocato Giorgio De Stefano, che, secondo la Dda di Reggio Calabria, sarebbe il referente della cosca di Archi proprio per allacciare e portare avanti i rapporti con la massoneria deviata e il mondo istituzionale: "C'era un rapporto di amore e odio con il cugino avvocato Giorgio De Stefano – ricorda Mantella – ma alla fine erano una pigna per aggiustare i processi" afferma Mantella, ribadendo quindi l'unità di intenti della cosca.

L'ex uomo forte della 'ndrangheta vibonese sottolinea più volte la potenza della famiglia De Stefano: "Avevano in mano mezza Reggio Calabria e potevano sistemare le situazioni anche tramite avvocati massoni" dice Mantella. E proprio qui, su input del pm Lombardo, arriva il riferimento all'avvocato Paolo Romeo, che sarebbe stato tra gli uomini a disposizione del clan. Un'affermazione che l'ex parlamentare non gradisce, allontanandosi, con un gesto di stizza soffocato sul nascere, per qualche secondo dall'aula: in quel periodo era detenuto per scontare la sua condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nell'ambito del processo "Olimpia". Proprio a Vibo Valentia.

Insomma, dal racconto di Mantella emerge una cosca capace di dialogare da pari a pari con ambienti altissimi e insospettabili: "C'erano anche magistrati disposti a vendersi, e avevano entrature anche in Vaticano. No, non con Dio".

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