L’Istituto Teologico Calabro convoca un convegno di studi per trasformare le aree interne da problema a risorsa. Due giorni di dialogo tra teologia, sociologia e pastorale
C’è un’Italia che si svuota in silenzio. Sono i borghi dell’entroterra, le valli lontane dai servizi, i paesi dove il medico di base sta per diventare un ricordo e sono pochi gli autobus che passano. Le cosiddette aree interne – 124 aree di progetto, oltre 4,5 milioni di abitanti secondo i dati della Strategia Nazionale – continuano a perdere popolazione, servizi e futuro. Ma c’è chi prova a invertire la rotta, e lo fa partendo da dove forse ci si aspetta meno.
L’Istituto Teologico Calabro «San Francesco di Paola», aggregato alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, ha convocato per il 23 e 24 febbraio 2026 un convegno di studi dal titolo «Chiesa e aree interne, leggere il territorio per liberare risorse», che si terrà presso l’Aula Magna «Francesco Mottola» del Seminario San Pio X di Catanzaro. Non un convegno accademico nel senso tradizionale del termine — avvertono gli organizzatori — ma un evento che vuole essere «frutto del dialogo con gli agenti della pastorale ecclesiale», capace cioè di sporcarsi le mani con la realtà.
La Chiesa che non vuole andarsene
Il punto di partenza è una scelta di campo netta. «La Chiesa non vuole abbandonare questi territori», dichiarano gli organizzatori, richiamando la scia di documenti sottoscritti da oltre 130 vescovi italiani tra il 2019 e il 2025 sulle sorti delle comunità montane e periferiche. Una posizione che si articola su due fronti distinti ma complementari: da un lato la denuncia delle politiche governative spesso rimaste sulla carta o degenerate in logiche clientelari; dall’altro la costruzione di una narrazione alternativa, che smetta di vedere le periferie come un peso e le riconosca invece come serbatoi di qualità della vita, identità culturale e spiritualità.
La metafora usata dagli organizzatori è eloquente: non si tratta di accompagnare questi territori verso una «morte felice» né di praticare un «suicidio assistito». Si tratta, al contrario, di una rigenerazione. L’obiettivo è portare la riflessione teologica fuori dall’aula universitaria, farla nascere dai problemi concreti dei paesi più periferici e restituirla al territorio sotto forma di proposta e azione.
Due giorni di lavori
Il programma è costruito con una logica precisa: prima ascoltare, poi proporre. La prima giornata, lunedì 23 febbraio, si apre con una lettura critica del territorio. Il geologo Eraldo Rizzuti e l’avvocato Vincenzo Chiaramonte condurranno la sessione mattutina — moderata dal professor Antonio Martino — a partire dai dati concreti: geomorfologia, assetti fondiari, fragilità idrogeologica, dinamiche legali e amministrative che spesso intrappolano lo sviluppo locale. Nel pomeriggio, moderati dal professor Pasquale Rosano, i professori Roberto Oliva e Ferdinando Fodaro guideranno una tavola rotonda sul ruolo della teologia nelle periferie. Collegato in remoto parteciperà anche don Paolo Boschini della Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna.
La seconda giornata, martedì 24 febbraio, si concentra sulle prospettive operative. Il sociologo Francesco Vespasiano dell’Università del Sannio aprirà con un’analisi dei dati demografici; Maria Angela Ambrogio della Caritas di Reggio Calabria porterà l’esperienza diretta dei progetti di inclusione sociale attivi in Calabria. Chiuderà i lavori il professor Walter Magnoni dell’Università Cattolica, con una riflessione sull’etica sociale e sulle risposte pastorali concrete.
Incentivi per chi resta, tecnologia per chi vuole tornare
Il convegno non si esaurisce nella diagnosi. Tra le richieste che gli organizzatori intendono rivolgere alle forze politiche ci sono incentivi per il controesodo – cioè per chi sceglie di restare o di tornare nei piccoli centri -, investimenti nell’innovazione agricola, promozione dello smart working nelle aree interne e sviluppo della telemedicina, strumento cruciale dove l’ospedale più vicino può distare un’ora di strada. Come recitano i documenti dei vescovi delle aree interne, un territorio abbandonato dall’uomo non è soltanto un dramma umano e sociale: è un rischio per l’intero paese, per il suo patrimonio ambientale e per quel paesaggio culturale che è parte costitutiva dell’identità italiana.
