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Comitati: “Solidarietà ad Amir Babai. Per la verità, per la giustizia, per il rispetto dei diritti umani di tutte e tutti”

“All’indomani della sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Locri, nel processo che ha visto imputati Marjan Jamali e Amir Babai, avevamo ribadito il nostro sconcerto per una decisione che, se da un lato finalmente restituiva libertà e dignità a Marjan Jamali con una piena assoluzione, dall’altro incredibilmente infliggeva ad Amir Babai una pesantissima e, a nostro avviso, inspiegabile condanna a sei anni e un mese di reclusione e a una multa di 1.500.000 euro.
E’ come se si fosse dovuto comunque trovare il capro espiatorio, sorte toccata ad Amir, divenuto l’agnello sacrificale di un processo che ha suscitato una grande eco mediatica e che è stato da noi seguito attentamente in aula in ogni fase del dibattimento.
A dicembre, la difesa aveva avanzato circostanziata e documentata richiesta di revoca delle misure cautelari al Tribunale della Liberta, che, in maniera sconcertante, ha fissato l’udienza per il 25 febbraio, a ben 53 giorni di distanza dall’istanza e appena un giorno prima dell’apertura del processo d’appello, convocata per il 26 febbraio, presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria.
Amir ha già trascorso più di 850 giorni in carcere. Ritardi e rinvii stanno di fatto svilendo la ratio dell’art. 309 c.p.p., che dispone un controllo effettivo e tempestivo sulla legittimità della detenzione che segna profondamente la vita e la dignità della persona.
Il processo ha mostrato, fin dall’inizio, gravi criticità: dichiarazioni rese in fase predibattimentale da testimoni poi divenuti irreperibili; un utilizzo delle prove spesso frammentario e contraddittorio; un impianto accusatorio fondato su ricostruzioni che la difesa ha puntualmente contestato, evidenziandone incongruenze e travisamenti.
Nel suo articolato atto di appello, l’avvocato Carlo Bolognino ha sollevato questioni di assoluta rilevanza giuridica, tra le altre, la nullità di atti di polizia giudiziaria compiuti in violazione dell’art. 430 c.p.p., relativi all’analisi dei dispositivi telefonici, l’inutilizzabilità delle dichiarazioni raccolte senza adeguato contraddittorio, la valutazione illogica e intermittente dell’attendibilità dei testimoni, il mancato esame delle prove a discarico e delle ricostruzioni alternative coerenti con l’innocenza di Amir.
Per di più, tanti gli elementi a sostegno della difesa, contro l’imputazione di “scafismo”: Amir Babai ha potuto documentare di aver pagato la somma di 8.000 euro per il viaggio, altri testimoni, ascoltati in sede dibattimentale e non unicamente in sede di S.I.T., attribuiscono ad altri soggetti la gestione dell’ordine a bordo, la sua ferita al braccio, che giustifica la sua presenza in sopracoperta, appare, secondo la difesa, travisata anche rispetto alle risultanze cliniche evidenti e certificate.
In tale contesto, è necessario segnalare il fatto che Amir paga anche per il ruolo che ha assunto sulla nave, nel momento in cui è intervenuto a difesa di Marjan Jamali, rispetto al tentativo di molestie e violenza che un gruppo di uomini, tra cui – ironia della sorte – proprio alcuni degli accusatori, sentiti allo sbarco per i SIT dalla polizia giudiziaria, stavano mettendo in atto!

A rendere ancora più drammatica questa vicenda, sono le condizioni personali di Amir che, come dicevamo, ha già scontato quasi 28 mesi di detenzione e che, a seguito della sentenza, ha vissuto un momento di profonda disperazione, culminato in un gesto estremo, e che oggi vive una situazione di isolamento e preoccupazione, a causa della impossibilità di poter comunicare con i suoi familiari, attesa la drammaticità delle vicende che contraddistinguono la situazione politica e sociale del suo Paese d’origine, l’Iran.
Un quadro complessivo che non può lasciarci indifferenti e che richiama tutte le istituzioni alla responsabilità di garantire non solo la legalità formale, ma anche la tutela della dignità e della salute delle persone detenute.
Non possiamo ignorare, inoltre, il contesto più ampio in cui questo processo si inserisce: quello delle migrazioni, delle rotte disperate nel Mediterraneo, di persone che fuggono da persecuzioni, guerre e privazioni nella speranza di una vita libera e sicura.
E quand’anche riescono a cavarsela contro gli aguzzini d’ogni sorta che incontrano lungo i loro lunghi viaggi, attraverso deserti e Stati canaglia, rischiano, una volta che siano fortunosamente approdati sulle sponde italiane, d’essere indicati come gli “scafisti” o gli “organizzatori” del caso e perciò “complici nel traffico di esseri umani”.
Per tutte queste ragioni, esprimiamo la nostra piena e convinta solidarietà ad Amir Babai e confidiamo che nel giudizio di appello vengano finalmente ristabiliti i principi del giusto processo, di cui uno dei fondamentali è attribuire la responsabilità del reato “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Quando le prove sono fragili, contraddittorie o raccolte in violazione delle garanzie difensive, come nel caso di Amir Babai, la conseguenza non può che essere l’assoluzione.
Continueremo a far sentire la nostra voce, con determinazione e con tutte le nostre forze e capacità, affinché nessuno venga condannato sulla base di illazioni o valutazioni parziali e per far sì che il diritto torni ad essere strumento di tutela e non di ingiustizia e di vessazioni.
Per questo sosteniamo, alla luce dei tanti martoriati corpi che in questi giorni le onde stanno spingendo sulle coste di Calabria e Sicilia, che mai più nessun migrante innocente, salvatosi dalle torture dei trafficanti e dai pericoli del mare, debba poi finire, per delle norme penali inumane e ingiuste, direttamente al carcere!”.

Così in una nota il comitato Free Amir Babai e il comitato OLTRE I CONFINI: Scafiste tutte.

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