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Studio Ingv-Cnr su Stretto di Messina: “Area complessa e instabile”

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, del Consiglio nazionale delle ricerche e di alcune universita’ italiane ed europee, offre oggi una visione piu’ chiara e completa della struttura geologica dello Stretto di Messina. E’ l’Ingv, insieme al Cnr, a riferire le conclusioni della pubblicazione dedicata a questa “sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria”, una delle zone geologicamente “piu’ complesse e instabili del Mediterraneo”.

In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75 mila vittime, devastando le citta’ di Messina e Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia possa aver causato quel terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino. Lo Stretto di Messina, spiegano gli studiosi, si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa.

Qui la crosta terrestre “si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale”. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

“Questo lento movimento di subduzione trascina con se’ la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto”. E’ un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, “ma che ancora oggi e’ all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi”, affermano i ricercatori.

Dall’analisi dei dati, il team di ricerca ha individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attivita’ sismica: uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondita’, dove si sviluppano i terremoti piu’ frequenti e piu’ legati alla deformazione della crosta continentale; uno piu’ profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria. Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su piu’ livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre piu’ in profondita’ si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Uno dei risultati piu’ interessanti del lavoro, spiegano i ricercatori di Ingv, del Cnr e degli atenei coinvolti, “e’ che la deformazione nello Stretto di Messina e’ controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra”.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, “la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto e’ tutt’altro che stabile”.

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’Ingv e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche. Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate Ne-Sw che si attivano a profondita’ comprese tra 4 e 12 km.

“Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina – sottolinea il team di studiosi – non e’ solo un esercizio accademico: e’ fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosita’ sismica in una delle zone piu’ densamente popolate e vulnerabili d’Italia. Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area e’ fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicita’ superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondita’”.

Lo Stretto di Messina, e’ la conclusione, “non e’ solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione”.

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