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Sussidiarietà e autonomia: la Calabria ridisegna l’inclusione per i non vedenti

“Sono molto riconoscente all’Unione Italiana Ciechi e a tutte le altre associazione che ci consentono di lavorare all’insegna della sussidiarietà per realizzare bisogni che altrimenti la pubblica amministrazione non sarebbe capace di realizzare”. Con queste parole il governatore Roberto Occhiuto ha suggellato il seminario di chiusura di un’iniziativa che segna un cambio di passo nel welfare calabrese.

Il progetto, finanziato dalla Regione Calabria tramite una legge dedicata, ha visto la sinergia operativa tra l’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità (Iapb) e l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti (Uici). L’obiettivo è chiaro: garantire percorsi stabili di integrazione scolastica, lavorativa e sociale per chi affronta la complessa condizione della pluriminorazione.

I numeri e i servizi di un modello consolidato

I dati illustrati dalle associazioni confermano l’efficacia dell’intervento: 75 beneficiari affiancati da altrettanti operatori specializzati. Non si tratta di semplice assistenza, ma di un ventaglio articolato di prestazioni tecniche e riabilitative.

“Sono servizi sviluppati in base alle esigenze della persona e della famiglia con l’offerta di attività di nuoto, psicomotricità, mobilità, orientamento e autonomia personale e domestica, logopedia, musicoterapia, musica e canto e l’insegnamento del metodo Braille” ha spiegato Luciana Loprete, consigliera nazionale Uici, aggiungendo l’intento ultimo del percorso: “Cerchiamo di insegnare loro ad essere autonomi e indipendenti per consentirgli di vivere una vita dignitosa”.

La sfida della continuità

Pietro Testa, presidente regionale di Uici e Iapb, ha rivendicato la trasparenza e l’impatto sociale della spesa pubblica, sottolineando come ogni euro sia stato trasformato in supporto diretto alle famiglie. “L’obiettivo è proseguire su questa strada, speriamo che possano essere incrementate le risorse per fornire sempre più servizi”, ha auspicato Testa.

Secondo Occhiuto, il valore aggiunto risiede proprio nella capacità delle associazioni di arrivare laddove la burocrazia si ferma. Il progetto, ormai strutturato negli anni, permette di “costruire percorsi di inclusione sociale e lavorativa non tramite la pubblica amministrazione, che a volte non ha al suo interno risorse, energie e personale qualificato per farlo, ma tramite associazioni più prossime al bisogno”. Per la Regione, dunque, il terzo settore non è un semplice fornitore, ma il braccio operativo indispensabile per rendere meno complicata la vita di chi combatte quotidianamente per la propria autonomia.

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