Lo sguardo benevolo che veglia su Reggio da cinque secoli

madonnadellaconsolazionedi Pasquale Cotroneo - E' un volto bruno, dolce, assorto, teneramente materno, che incanta e seduce chiunque lo guardi anche solo per pochi secondi. E' coinvolgente e commovente, per il grosso legame che riesce a creare tra tutto ciò che è spirituale e tutto ciò che è umano. E' soprattutto consolante, per la sua capacità di acquietare gli animi. E' il volto accogliente di Maria Santissima della Consolazione, fulcro e calamita dell'intera Effige, che concede a tutti quei figli, che al suo sguardo si consegnano, di liberarsi di tutti i fardelli ed i limiti della condizione umana. E' un volto, ed un quadro di storia e tradizione secolare.

Il primo quadro della Vergine arrivava in città tra la fine del '400 e gli inizi del '500, per via di una famiglia Genovese, la cui identità è ancora oggi sconosciuta, che aveva deciso di trasferirsi in riva allo Stretto, o secondo quanto detto dal Parisio, autorevole erede di una dinastia Francese in terra Normanna, veniva portato da Rossano a Reggio da Elia lo Speleota, monaco discendente dalla nobile Famiglia Bozzetta, proprio in quei territori della famiglia dove in seguito sarebbe comparsa la prima Cappella Eremitica "La Botte". Successivamente, la Cappella con il quadro annesso passavano, per via ereditaria, sotto la proprietà della famiglia Diano.

La Chiesa intanto in quegli anni era di fronte a grandi sconvolgimenti;  la riforma protestante aveva rotto gli antichi equilibri, così serviva riacquistare una propria identità spirituale e culturale sulla base del recupero della tradizione ma anche trasformarsi  in un'istituzione moderna capace di esercitare un controllo in profondità su tutti gli strati sociali, dai contadini agli intellettuali.
Per questo veniva dato inizio alla riforma Cappuccina, e sul finire del 1532 gli stessi frati cappuccini venivano invitati a Reggio dall'arcivescovo Mons. Gerolamo Centelles, che vedeva in essi dei validi collaboratori al suo progetto pastorale di rinascita spirituale, sociale e culturale del clero e del popolo. Nel 1533 questi lasciavano l'eremo di Valletuccio per piantare le loro povere capanne attorno alla Cappella dell'Eremo, offerta loro in dono dal nobile Bernardo Mileto, cui si aggiungevano le donazioni di Giovanni Domenico Cumbo, Francesco Mantica e Paolo Cumbo.

Il nobile Camillo Diano riceveva dai frati in dono il quadro, per realizzarne una copia più grande, che lo stesso commissionava nel 1547 al pittore Niccolò Andrea Capriolo. Il quadro originario veniva trattenuto dalla famiglia Diano e di questo si perdevano le tracce in occasione del suo trasferimento a Malta.

La nuova effigie, su tavole di noce, raffigurava la Madonna in trono col Bambino in braccio, in alto due angeli tenevano con la destra la corona della Madre di Dio e con la sini¬stra una palma. Al quadro originale venivano aggiunti, in onore dei Cappuccini, a destra della Madonna San Francesco, a sinistra Sant'Antonio Da Padova,che reggeva in mano, come ricordo un giglio ed un libro. Discussioni invece hanno riguardato negli anni le dimensioni del quadro, un quadrato di 1,20 metri per lato per alcuni, mentre si è notato che in realtà il quadro accusa cm 129,50 di larghezza e cm 135,00 di altezza, esclusa la cornice protettiva in ferro (con la cornice in ferro, infatti, esso misura cm 137,06 di larghezza e cm 143,00 di altezza). Motivo di argomentazione è stato anche ciò che reggeva in mano San Francesco, in particolare sulla scritta che appare sulle due pagine del libro che sorregge con la destra. Le parole scritte sulle pagine del libro in mano al Santo hanno rivelato che non si tratterebbe del libro della Regola, come pare si sia tramandato, per iscritto e oralmente, fino ai nostri giorni, bensì della Bibbia (Genesi, Capitolo 1). L'accostamento della Regola, anziché del libro della Parola Biblica era dunque solo la naturale conseguenza del clima della Controriforma.

Il 6 Gennaio del 1548 l'opera veniva benedetta nella Chiesa Cattedrale per mano  dell'Arcivescovo Mons. D'Agostino, alla presenza dei Duchi Gonzaga di Mantova, e successivamente condotto in processione alla chiesetta dell'Eremo. Da questo momento si creavano attorno al quadro notevoli leggende devozionali.

Si narra che dopo la peste che aveva colpito la città nel 1576, l'anno successivo la Vergine della Consolazione parlò ad un umile fraticello, Fra Antonino Tripodi, per annunciare la fine della terribile pestilenza. Il dipinto portato nella cattedrale, riappariva subito dopo sulla collina dell'Eremo, questo prodigio fu interpretato dai fedeli come segno con cui la Madonna chiedeva di erigere proprio in quel luogo la sua chiesa, e la popolazione così faceva. Allo stesso modo l'attacco dei Turchi del 1594, le carestie, le ondate di pesta e del colera che percorrevano a più riprese i secoli tra il '600 e l'800 , così come i gravi fenomeni tellurici ripetutisi fino al '900 venivano sconfitti con l'intercessione di Maria, che portata in Cattedrale in città, si ergeva a difesa dei propri figli, i quali manifestavano ogni volta di più il loro legame devozionale con la patrona, che andava a sfociare in processioni e momenti di grande partecipazione popolare. Partecipazione popolare, sentimento, fede e devozione che ancora oggi si ripetono e che tra Il sabato ed il martedì della "Festa i Marònna" si esprimono in gesti di tensione emotiva, coesione e aggregazione Cristiana, sociale e culturale, che di questi tempi, sembra essere il Miracolo più difficile da compiere.