di Francesca Caiazzo (foto di Domenico Ranieri) - Il vento che graffia la terra arida. La polvere che si insinua ovunque. Sembra di sentirla fin dentro l'anima. Tutt'intorno il deserto. Qualche piccolo villaggio a ricordarci che anche in questa parte del mondo c'è qualcuno che prova a vivere. Siamo a Bakwa, provincia di Farah, in Afghanistan. E' qui che è schierata parte del Primo Reggimento della Brigata Bersaglieri "Garibaldi".
In Afghanistan, l'Italia è presente sia nell'area di Kabul, dove il Contingente è schierato nell'ambito del quartier generale di Isaf, della Nato Training Mission-Afghanistan e di Italfor Kabul, che a Herat, dove detiene il Comando di un Contingente nazionale interforze, quello del Regional Command West su base Brigata Bersaglieri "Garibaldi" agli ordini del generale Luigi Chiapperini. La missione ISAF, dal 2003 sotto comando della NATO, è attualmente nella fase di transizione, quella cioè che prevede il graduale passaggio della responsabilità di sicurezza alle autorità di governo, forze armate e polizia locali. Complessivamente, nell'area di responsabilità italiana, nella parte ovest del Paese, sono presenti circa ottomila militari, poco più della metà sono italiani. Circa 500 di questi, tra uomini e donne, arrivano dalla caserma "Luigi Settino" di Cosenza e occupano 3 basi: due basi operative avanzate, le FOB "LAVAREDO" a Bakwa e "ICE" nella valle del Gulistan, e il Cop "SNOW" che si trova a Buji, sempre nella valle del Gulistan. Così schierati costituiscono la Task Force South East, una delle cinque forze di manovra del Regional Command West, guidata dal Comandante del Primo Reggimento Bersaglieri, colonnello Luciano Carlozzo. "Siamo qui - ci spiega il colonnello Carlozzo - per fornire assistenza alla popolazione e garantire quella cornice di sicurezza richiesta dalla gente del posto per far ritornare lentamente alla normalità questo Stato, che per tanti anni è stato martoriato da tante guerre".
E sebbene sembra sia vietato dirlo, in Afghanistan una guerra c'è ancora. Insurgent e talebani contro gli occidentali invasori, che pianificano e mettono in atto attacchi, spesso mortali, contro i militari ISAF quando sono in movimento sui mezzi militari ma anche quanto si trovano all'interno della base. Nella FOB "ICE", il 24 marzo scorso, un attacco a colpi di mortaio ad opera degli insurgent, è costato la vita al sergente Michele Silvestri. Un pomeriggio di fuoco in cui altri 4 militari italiani, tra i quali i calabresi Salvatore De Luca e Nicola Storniolo, sono rimasti feriti.
Per raggiungere la FOB "LAVAREDO", la base operativa avanzata di Bakwa, bisogna attraversare il cielo afghano. L'unico modo possibile per spostarsi in certe aeree del territorio è infatti l'elicottero. Da Herat, a bordo di un CH 47 americano, impieghiamo circa due ore. La FOB si trova in un angolo di deserto che finisce sotto le alte e aguzze vette delle montagne che si intravedono in lontananza. A ridosso di una delle rare vie di comunicazione della zona, la strada 515, tra vecchie case abbandonate. Non ci sono mura di cinta a protezione della base, ma due file di grossi cesti in metallo pieni di terra posizionati uno sull'altro che ne segnano il perimetro e che sono chiamati "ESKO BASTION". All'interno, i nostri soldati si muovono tra container, tende e biat, particolari casette in legno, che ospitano alloggi e uffici. Due le zone per i servizi igienici, nelle due estremità opposte della base. Docce e bagni vengono utilizzati sia dagli uomini che dalle donne. Nel deserto non si bada a certe formalità. E poi ci si adatta facilmente alle nuove abitudini, soprattutto se l'atmosfera che si respira è quella di una grande famiglia che lavora, si consola, si dà forza, piange e ride insieme. Unita. In ogni momento della giornata e della missione. E soprattutto con un solo scopo: portare sostegno al popolo afghano.
Si lavora incessantemente a Bakwa. Non c'è un cartellino da timbrare quaggiù, ma il senso di responsabilità che anima i nostri militari, li porta ad essere sempre operativi, disponibili in ogni momento del giorno e, all'occorrenza, anche della notte. Sotto il caldissimo sole afghano che da queste parti fa salire la temperature ben al di sopra dei 40 gradi e nelle buie sere illuminate, per motivi di sicurezza, solo dalla luna e da tutte le stelle che quaggiù, senza l'inquinamento visivo delle luci artificiali, si riescono a contare. Un'operatività, una determinazione e una passione da far sentire fieri di essere italiani.
Sono due i momenti della giornata in cui ci si ferma: quello del pranzo e quello della cena. Momenti che ora finalmente si possono condividere in una mensa realizzata in una tensostruttura montata proprio dai piumati del primo. All'interno sono stati installati anche dei condizionatori (presenti in tutti i locali della base) e alcuni televisori, quasi sempre sintonizzati su programmi italiani. Pochi metri più là della mensa, una croce di legno piantata a terra. È lì che si trova la chiesa della base dove ogni pomeriggio, e la domenica sia al mattino che al pomeriggio, viene celebrata la messa da Don Paolo, giovane e amato cappellano militare. Un amico oltre che un prete. Da lui si va per cercare conforto nella fede, ma con lui si scherza e ci si discute anche di calcio. E guai a toccargli la sua Juventus! Accanto, una piccola cappella all'aperto per ricordare i militari caduti in quell'area. Un altare dove capita spesso di trovare ragazzi fermi a riflettere, pregare. A regalare qualche minuto della propria giornata in memoria di chi in Italia ci è tornato avvolto dal tricolore.
All'ingresso della base, una delle aree parcheggio dove stazionano, pronti a uscire, decine di mezzi, tra i quali diversi Lince, ovviamente. Poi ancora l'officina, una palestra, l'infermeria. E qualche tenda da cui nel buio della sera provengono risate e odore di caffè. Anche i soldati si rilassano davanti alla tv, ascoltando musica o semplicemente chiacchierando. E in quelle sere in cui si tenta di ricreare momenti di vita normale, capisci perché anche una partita a calcio balilla, a Bakwa, diventa un rito irrinunciabile.
Camminare per la base è come esplorare un labirinto, nel quale ci si abitua velocemente a districarsi. Il richiamo all'Italia lo vedi ovunque. Non solo per la bandiera, che insieme a quella del reggimento e della brigata sono issate davanti agli uffici del comando. Durante il percorso che porta da una parte all'altra della base ci si imbatte in artigianali segnali stradali realizzati con pezzi di legno sui quali sono stati scritti i nomi di ipotetiche vie. Accanto agli alloggi femminili, ad esempio, ci siamo imbattuti in via Strongoli. Un modo come un altro per sentirsi più vicini a casa, nonostante le migliaia di km di distanza e le due ore e mezza di fuso orario che separano dal nostro Paese. Anche perché quaggiù, tra i bersaglieri, il senso patriottico è molto sentito.Ogni militare è fiero di rappresentare l'Italia in un teatro operativo all'estero. Orgoglioso di quello scudetto con il tricolore attaccato sulla manica sinistra della propria uniforme. Ed è con altrettanta fierezza che il comandante Carlozzo ci mostra le onorificenze ricevute dal Primo: 14 medaglie al Valor militare, delle quali una d'oro, due d'argento e 11 di bronzo, e due Croci di cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia. Il suo ufficio racconta la storia del reggimento. La bandiera di guerra del reggimento, custodita gelosamente in una teca che segue i bersaglieri in ogni missione, è quella con il maggior numero di decorazioni al valore delle Forze Armate Italiane. Alle pareti di legno trovi la bandiera della Brigata Garibaldi, quella del Primo, un drappo che ricorda che lui è il 79° comandante.
Nell'area circostante qualche villaggio sparso qua e là, un pugno di case di terra e paglia, tra i campi di grano e di oppio, coltivazione quest'ultima che rappresenta la principale fonte di sostentamento della popolazione locale. "Un chilo di oppio può fruttare anche 100 dollari - spiega il colonnello Francesco Tirino, portavoce del Regional Command West - contro gli appena 40 cent per la stessa quantità di grano". E' chiaro dunque che, a queste condizioni, il mercato dell'oppio diventa sempre più difficile da affossare, soprattutto in questa area così povera dell'Afghanistan. Dove i bambini a piedi scalzi e con i capelli intrisi di sudore e sabbia, quando intravedono una colonna dei mezzi militari vi corrono incontro per chiedere cibo e acqua. Sanno che da lì a poco si fermeranno in uno dei villaggi della zona dove consegneranno aiuti umanitari. Come accaduto il 12 maggio scorso a Barganà, un pugno di case abitate da un numero imprecisato di famiglie. Poco più di un centinaio di persone in tutto. Neanche l'anziano capo villaggio, l'elder, sa quantificare l'esatta presenza della popolazione in quel fazzoletto di terra. Quello che però appare in maniera evidente è lo stato di assoluta povertà in cui la sua gente vive. "Le richieste che la gente ci fa pervenire attraverso i suoi rappresentanti locali regolarmente eletti, sono molteplici". A parlare è il colonnello Principe, comandante del Provincial Reconstruction Team, l'unità che si occupa di realizzare progetti a favore della popolazione del territorio. Al momento sono circa 300 le richieste pervenute sul tavolo del Colonnello. "Purtroppo abbiamo tempo e fondi per realizzarne solo 44". Si tratta soprattutto di progetti che possono essere pensati, realizzati e consegnati alla popolazione in un arco di tempo molto breve, non più di sei mesi. "Lavoriamo in stretto contatto con le autorità afghane – continua il comandante del PRT – coinvolgendo anche le professionalità locali". Il principio delle attività infatti è quello di far percepire alla gente che il governo locale e le forze di sicurezza siano in grado di riprendere le redini del Paese. Anche per questo, durante le attività di distribuzione di aiuti umanitari e di assistenza sanitaria direttamente nei villaggi, partecipano anche militari dell'Afghanistan National Army. Non a caso, sono gli uomini dell'esercito afghano che, accompagnati dai nostri, scaricano e consegnano il materiale alla popolazione. Quando dai mezzi militari vengono scaricati generi di prima necessità (cibo, vestiario ma anche medicine e attrezzatura scolastica), sono i bambini i primi ad avvicinarsi. Seguiti dagli uomini del villaggio che vengono a caricare le loro carriole. Le donne, invece, restano ad aspettare all'interno delle loro abitazioni.
Muoversi da un posto all'altro richiede molta cautela. I nostri si mezzi si muovono in colonna e in continua comunicazione tra loro. Giubbotto antiproiettile ed elmetto sono accessori indispensabili per poter uscire dalla base. Tutto al di fuori della FOB "LAVAREDO" potrebbe rappresentare una minaccia. Il rischio maggiore sono gli ordigni esplosivi improvvisati, i famigerati IED, che gli insurgent piazzano per strada, laddove sanno che prima o poi passerà un mezzo degli occidentali. Di materiale di questo genere ne viene ritrovato sempre più spesso da queste parti, e grazie all'intervento degli uomini del genio militare è possibile procedere, dopo la messa in sicurezza dell'area, intervenire per bonificare il terreno. Proprio per questa ragione, una colonna di mezzi non percorre mai la stessa strada per raggiungere una determinata località.
Il pericolo è sempre in agguato. Non ci si può permettere di distrarsi. La sicurezza viene prima di ogni altra cosa. Così ci si impiega oltre un'ora per percorrere 3 chilometri. Poi arrivi nei villaggi, incontri la gente che ti sorride, ti saluta con la mano destra sul cuore, incroci lo sguardo dei bambini incuriositi. E capisci che qui tutto ha un valore. Persino la polvere che respiri incessantemente tutto il giorno, che ti riempie le narici e la gola, che ti avvolge completamente al minimo soffio di vento, che ti resta addosso anche quando ormai Bakwa è lontana. Ed è in quel momento che quasi ti manca.

