di Benedetta Malara (foto di Marco Costantino) - "La 'ndrangheta è una cosa seria", questo il titolo della discussione a cui hanno preso parte ieri sera Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria e il generale Adelmo Lusi, comandante regionale dei Carabinieri. Un dibattito moderato dal presidente di Ammazzateci Tutti, Aldo Pecora. Si chiude con una riflessione approfondita sulla 'ndrangheta e sulla lotta in territorio calabrese "Legalitàlia", la due giorni organizzata da Ammazzateci Tutti in occasione del ventunesimo anniversario dall'uccisione del magistrato Antonino Scopelliti.
E che la 'ndrangheta sia una cosa seria lo spiega bene Nicola Gratteri "Perché un'indagine, un'operazione di contrasto alla 'ndrangheta, sia fatta bene, occorre una stretta coordinazione tra forze dell'ordine e procura. Solo così si può essere certi di aver fatto un buon lavoro, e per farlo occorrono persone credibili". Le persone credibili, per Gratteri, altri non sono che coloro che quotidianamente svolgono il proprio lavoro consapevoli di rappresentare – spesso – l'ultima spiaggia per chi ha bisogno di aiuto: "Quando una vittima di estorsione – ha detto – entra in caserma per denunciare, mette la sua vita, e quella della sua famiglia, nelle nostre mani. E noi non possiamo tirarci indietro, questo non è un mestiere per chi non ci mette passione, per chi ha paura di un'indagine". Forse in pochi, meglio di Gratteri, sanno cosa significhi metterci la faccia. Per lui, che da 24 anni parla ai ragazzi nelle scuole, partecipa alle più varie manifestazioni sulla 'ndrangheta e sulla realtà della Calabria, la sovraesposizione mediatica di cui è "vittima" rappresenta, in un certo senso, motivo di orgoglio "Il fatto di apparire in tv, giornali, parlare in piazza – ha spiegato – può essere un problema nel momento in cui si fa opinione. Ma fare opinione – o come dice lui "fare arrosto" – rende credibili. E a me essere credibile aiuta, perché decine di persone vengono a trovarmi per parlarmi di fatti reato di altri territori, fuori dalla mia giurisdizione, e questo è un segno di forte credibilità. E se, come sottolinea Pecora, l'esposizione mediatica può comportare notevoli rischi, Gratteri prontamente risponde "So che io e i miei colleghi rischiamo, ma tirarsi indietro significherebbe non fare bene il nostro lavoro, essere dei vigliacchi. Chi non si sente è bene che non occupi certi posti solo perché affascinato dalla notorietà".
Ma Gratteri e Lusi su una cosa concordano: il loro lavoro, la lotta alla 'ndrangheta e a ciò che rappresenta, non giungerà a un punto di svolta senza quella che Lusi chiama "rivoluzione culturale, o rivoluzione morale, ma che morale non può restare, deve diventare concreta e per diventare concreta bisognerebbe rimuovere l'omertà". In questo senso, Lusi sottolinea con amarezza lo stato di isolamento in cui operano in Calabria le forze dell'ordine. Un confronto che non regge rispetto alle nazioni del nord Europa, in cui "ci si rivolge alle forze dell'ordine anche per segnalare un qualcosa di insolito, non per forza un reato". E nonostante i risultati eccellenti che derivano proprio dalla cooperazione tra magistrati e forze dell'ordine, da loro arriva la richiesta di una maggiore presa di coscienza, di responsabilità, di chi popola una regione "a rischio". "I riflettori sulla Calabria non si sono spenti – ha detto Gratteri – il comando generale dei Carabinieri sta investendo tantissimo sul territorio, mettendo a nostra disposizione i suoi uomini migliori, persone che conoscono e capiscono i problemi della Calabria, e questo è un messaggio importante. Il vero problema – sottolinea Gratteri – è quello normativo". Gratteri parla dell'insufficienza, spesso manifesta, del codice penale. Della necessità di cambiare le regole, della speranza che qualcuno si muova in questo senso. "Mi fa rabbia la consapevolezza di non poter fare di più. Fra 5-6 anni, le persone oggi arrestate per associazione di stampo mafioso, saranno libere. Libere e pronte a ricominciare ciò che hanno lasciato prima di entrare in carcere, perché la reclusione oggi non offre nulla per aiutare, o indirizzare, verso altre strade. Probabilmente, se invece di condannare con pena sospesa si obbligasse un detenuto a pulire le spiagge del comune in cui ha rubato, si potrebbe tentare un tentativo di riabilitazione". E se per risolvere i problemi normativi di cui parla Gratteri probabilmente di tempo ne dovrà passare parecchio, per una rivoluzione culturale concreta si può iniziare a lavorare subito. Come diceva Paolo Borsellino "Se la gioventù negherà il consenso, anche l'onnipotente mafia svanirà come un incubo", Lusi chiede una vicinanza ulteriore della cittadinanza, perché "Se non superiamo questo aspetto la battaglia sarà lunga. E non vinceremo mai la guerra".