di Paolo Ficara - Meno quattro. A 360 minuti (più recupero) dal termine della "regular season", la Reggina ha ancora aperte tre possibilità: disputare il play-out, salvarsi il 18 maggio o la retrocessione diretta, dato che il Vicenza è ancora vivo. Il filosofo Giambattista Vico, quello dei corsi e ricorsi storici, non ha sempre ragione. A qualcuno è andato il pensiero a Franco Gagliardi (presente nel ritiro a San Giovanni in Fiore), come amuleto a cui affidarsi per il rush finale, 17 anni dopo quelle quattro vittorie consecutive che permisero agli amaranto un'insperata salvezza in B.
La rete di Gianluca Freddi consente a Bepi Pillon di essere lui, stavolta, a tentare l'impresa. Perché di impresa bisogna parlare, tenendo a mente le tre possibilità di cui sopra. Ed impresa sarebbe, per una squadra che negli ultimi due match ha prodotto due tiri in porta, entrambi su calcio d'angolo: quello del 2-2 a Crotone, ed il colpo di testa di Vito Di Bari (guarda caso) contro il Sassuolo. Speriamo che ad incidere siano state solo le assenze, tra squalifiche ed autocastrazioni.
Probabilmente i problemi di spogliatoio sono più profondi di quanto si possa immaginare. È giusto che rimangano all'interno, i panni sporchi si lavano in famiglia e nessuno pretende outing. Però deve essere rispettata l'intelligenza altrui. Neanche i bambini hanno creduto alla storiella della "scelta tecnica", per giustificare l'esclusione di Antonazzo, Di Bari e Sarno. Deve ancora nascere l'allenatore che arriva alla Reggina, o comunque in qualsiasi azienda che veda a capo Lillo Foti, e dopo appena un mese possa permettersi il lusso di porre all'indice Tizio, Caio e Sempronio. Se ci venissero risparmiate le fesserie gratuite, una volta tanto, sarebbe un piccolo passo avanti.
Giustamente Pillon alla prima occasione, ovvero nelle interviste a caldo dopo Crotone-Reggina, ha evidenziato che certe scelte sono state decise di concerto con la società. Sia per dare a Cesare quel che è di Cesare, sia per non passare come l'ultima ruota del carro, sia perché è lampante che, al 20 aprile 2013, Varricchio e Bochniewicz non hanno il pedigree per considerarsi più utili di Antonazzo e Di Bari. Che poi le tre esclusioni possano essere state fomentate da persone terze, quindi né presidente né allenatore, è un altro discorso.
Che si debba aggiornare il fraseario, lo si evince anche dalle ultime prestazioni. Infatti non sono mancati i discorsi del presidente alla squadra, dopo le sconfitte con Ternana e Sassuolo. I richiami improntati alla vita, ai sacrifici, alla grinta, all'agonismo, all'impegno, allo spirito di gruppo, eccetera eccetera, non sembrano aver dato frutti. In linea generale, meno catechesi e più pallone sarebbe una discreta base concettuale da cui ripartire. Nell'immediato, bisogna stare attenti a non creare ulteriori danni.
Per l'ultimo mese di campionato è necessario un briciolo di logica. Meglio trarre il succo da limoni non ancora spremuti, o non del tutto, piuttosto che provare lo sprint con un diesel. Chi viene da infortuni agli arti inferiori non può godere della necessaria condizione fisica, specie quando si alzano le temperature. Capiamo che è sempre importante far collezionare gettoni di presenza a chi incarna i valori della catechesi di cui sopra, ma adesso servono gambe fresche oltre a tutta la qualità (non tantissima) di cui dispone l'organico. Sperando che l'Ascoli (in campo lunedì sera contro il Padova) non ci rovini l'inizio della settimana.