di Luisa Nucera - In mezzo al traffico e alla confusione di un venerdi sera, scende dal tapis roulant una giovane donna. Anzi, giovanissima. Sembra piacevolmente frastornata dai rumori, neanche troppo intensi in verità, di gente che suona il clacson, che urla al cellulare e di motori accesi che, malgrado l'autovettura sia ferma, continuano ad emettere gas di scarico. E intanto la giovanissima cammina e ancheggia; sembra quasi stia sfilando in passerella; si mescola al sonoro e alle luci con la sua voce squillante canticchiando un motivetto rap che impazza su tutti i social network , e che proviene da un impianto stereo di una grossa Range parcheggiata irregolarmente di traverso di fronte al marciapiede del tapis roulant, tappeto che non "roule" più da un po'. "Oppa gagnam style....gagnam style....".Lei, una ragazza forse un po' più cresciuta rispetto alla sua età anagrafica, non ha libri perché quest'anno a scuola costavano troppo. Tra l'altro per domani, non aveva nemmeno fotocopiato la pagina di scienze che avrebbe dovuto studiare. Non aveva avuto voglia. Voleva solo stordirsi un po' e dimenticare i suoi problemi. Ma il sabato arriva e la prof la interroga e la ragazza ,con lo sguardo coperto da un ricciolo ribelle, balbetta un "non posso" che non trova giustificazioni di nessun genere. Sfrontata e impertinente, la spunta la sua compagna di banco, che durante la sfilza di rimproveri, aveva sbirciato, dotata di lodevole furbizia, dal suo fiammante I PAD, i metodi infallibili per prevenire i danni dell'ambiente. Del quale a lei, s'intende non gliene fregava proprio nulla. Le bastava un bel sette nell'interrogazione e via. Come tutte le ragazze della sua età, o quasi, aveva assimilato comportamenti che erano diventati naturali, come quello di calpestare le aiuole per non arrivare tardi a scuola e di buttare le cicche di sigarette tra il verde, dove le mamme, quando è primavera, forse ancora, portano i loro piccoli a giocare. Bambini che crescono in un'epoca difficile; a volte faticosamente educati.
Divenuti adulti e resi consapevoli dell'incertezza del loro futuro, vogliono andare via.
Scappare dalle difficoltà perché incapaci di affrontarle. Sono senza mezzi e la società non è nelle condizioni di poterli aiutare. Per questo l'emigrazione dei giovani calabresi è più diffusa di quanto si voglia far credere. Sogni e competenze, studi ed entusiasmo, fantasia ed intraprendenza al servizio di un'altra regione, di un altro paese. La Calabria che si spopola. Eccolo un uomo sulla trentina, all'ufficio anagrafe che deve registrare la sua cittadinanza altrove; un cervello in fuga che attende in coda paziente e speranzoso, triste e di già nostalgico. A chiunque gli chiedesse di restare non avrebbe bisogno di parole. Il linguaggio è dello sguardo eloquente ed esemplare, travagliato e cosciente e parla chiaro sfoderando "un non posso" lacerante e incisivo. Un tizio gli sfreccia dinanzi in modo quasi furtivo, evitando la fila, anzi scansandola spudoratamente. Parla al cellulare e usa un tono sprezzante.
Tutti odono le sue urla.
Schiamazzi irrispettosi verso chi da ore rispetta la coda; incedere sfacciato incurante di un uomo in età tarchiato ed obeso che si asciuga la fronte col fazzoletto; di una donna di colore, in evidente stato di gravidanza, malinconica e stanca, leggermente appoggiata sul pilastro del municipio dall'intonaco sbiadito. Alcuni lo guardano attoniti, allibiti, pietrificati. mentre si introduce all'interno degli uffici. Prima che qualcuno apra bocca il tizio urla"non posso!". Già non può cosa? Aspettare?Rispettare? Usare deferenza verso la dignità umana? E mentre l'aria diventa concitata perché in mezzo alla folla qualcuno si crede più furbo degli altri, una donna anziana, minuta, dal volto paffuto e un po' claudicante, poggia il viso sul davanzale della finestra che dà sul mare. Tripudio di luci e di colori, montagne verdi e paesaggi floreali che si riflettono e diventano cristallini. La nostra montagna; il nostro mare. Paesaggio di incomparabile splendore. Incanto quasi divino; autentica bellezza. Una bellezza che vorremmo salvasse il mondo ma che, sola e abbandonata, non può di certo salvare la nostra terra.