di Claudio Cordova - A voler percorrere la strada più semplice e veloce la soluzione appare chiara: il proiettile di kalashnikov intercettato nel garage del Cedir di Reggio Calabria dalle guardie giurate della Full Service e indirizzato al pubblico ministero Antonio De Bernardo e al sostituto procuratore generale, Franco Mollace, potrebbe avere una matrice chiara: entrambi, infatti, stanno portando avanti, a vario titolo, l'accusa contro il boss Tommaso Costa, ritenuto il responsabile dell'omicidio del giovane Gianluca Congiusta, assassinato a Siderno qualche anno fa.
De Bernardo, infatti, è il pm che ha curato il processo di primo grado, ottenendo dalla Corte d'Assise di Locri la condanna all'ergastolo di Costa. Mollace, invece, è il magistrato che ha ereditato il caso in appello, in un processo che il prossimo 27 marzo potrebbe, finalmente, conoscere, il giudizio di secondo grado. Proprio nelle scorse settimane, infatti, in aula è stato ascoltato il collaboratore di giustizia Giuseppe Costa, fratello di Tommaso, che, dopo aver iniziato il proprio percorso insieme ai pm Nicola Gratteri e Antonio De Bernardo, ha ratificato in aula, con Mollace, le proprie dichiarazioni al cospetto della Corte d'Assise d'Appello.
Insomma, a voler percorrere la strada più semplice, tutto quadra.
Viceversa, però, il contesto potrebbe allargarsi a dismisura. Oltre ad aver curato in primo grado (e in un certo senso anche in appello) il "caso Congiusta", De Bernardo, infatti, è titolare di delicatissime indagini che riguardano la fascia jonica della provincia di Reggio Calabria. Ultima, solo in ordine di tempo, l'inchiesta ADA, che ha portato in manette il sindaco di Melito Porto Salvo, Gesualdo Costantino, dando il via, di fatto, alla procedura di scioglimento del Comune, per la terza volta in poco più di vent'anni. Iamonte, Cordì, Cataldo, Commisso. Ci sono le famiglie che rappresentano il gotha della 'ndrangheta nei fascicoli sulla scrivania del pm De Bernardo, che, peraltro, è co-intestatario, insieme al collega Giuseppe Lombardo, anche del fascicolo sull'omicidio di Giovanni Filianoti.
La Procura Generale dove da qualche anno opera Franco Mollace, invece, non è l'organo preposto a svolgere le indagini. E questo lo abbiamo detto e scritto, soprattutto commentando la storia raccontata dal pentito Nino Lo Giudice che, per punire i propri presunti referenti istituzionali, avrebbe colpito proprio la sede nei pressi di Piazza Castello. Il ragionamento vale in quel caso, ma, per coerenza, deve valere anche in questo. Qualche dubbio, peraltro, sorge sul fatto che il proiettile di AK47 non sia stato individuato al centro di smistamento postale (come spesso accade in questi casi), ma solo al controllo elettronico svolto sulla corrispondenza dalle guardie giurate in servizio al Cedir.
E allora sì, potrebbero essere le indagini sul "caso Congiusta" ad aver infastidito "qualcuno". Ma non è detto.
Non è detto perché Reggio Calabria – dal punto di vista giudiziario e non – si trova in un periodo di transizione. L'anno senza procuratore della Repubblica ha segnato profondamente l'attività investigativa dei pm reggini. E anche oggi, dopo la nomina, di qualche giorno fa, di Federico Cafiero de Raho, assistiamo agli ultimi giorni di "vuoto". E nei periodi di transizione – la storia lo insegna – da sempre può capitare che si inseriscano fattori esterni nel tentativo di creare scompiglio e confusione. Andando a colpire magistrati assai esposti nella lotta ai clan – come avvenuto qualche giorno fa al pm Lombardo – si lanciano sassi che scuotono l'apparente calma dello stagno.
Perché spesso la soluzione giusta è quella più semplice. Ma altre volte no.