di Claudio Cordova - Di proposito ieri abbiamo deciso di pubblicare tutti gli attestati di stima e di solidarietà nei confronti del sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, "relegandoli", però, tra le nostre flash news e non tra gli articoli in evidenza. Di proposito abbiamo scelto di dare visibilità alla notizia – drammatica – dell'ennesima intimidazione al pm antimafia e in più al diretto interessato, che, attraverso alcune dichiarazioni rilasciate alle agenzie di stampa, ha detto, come sempre senza infingimenti, quale deve essere, senza alternativa alcuna, la strada che la città (nelle sue componenti, dalla magistratura alla politica, passando, ovviamente, per la società civile) deve intraprendere se vuole almeno sperare di avere un futuro.
La polvere pirica e le minacce per il pm Lombardo rappresentano la conferma più attendibile: con le inchieste e i processi già conclusi, ma soprattutto con quelli in corso e in divenire, Lombardo sta aprendo squarci di verità su una realtà – quella reggina – che per tanto (troppo) tempo è rimasta avvolta sotto una cappa di silenzi fatti, soprattutto, di connivenze. Dalle indagini "Testamento" e "Agathos", che hanno azzerato le cosche Libri e Tegano, fino al maxiprocesso "Meta", che sta cercando di ricostruire le dinamiche criminali cittadine. Senza dimenticare che sulla scrivania del magistrato c'è anche il fascicolo sulle triangolazioni societarie tra 'ndrangheta e soggetti vicini alla Lega Nord e, da ultimo, quello che quasi sicuramente sarà aperto sui presunti depistaggi per l'attentato del 3 gennaio 2010 alla Procura Generale.
C'è di tutto in quei fascicoli: dalla 'ndrangheta "pura", agli affari economici, fino ad arrivare all'oscuro mondo dei Servizi Segreti che in Calabria, spesso, potrebbero aver giocato un ruolo fondamentale.
"Chi non conosce la verità è uno sciocco ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente". Sì, in quella frase di Bertolt Brecht c'è tanto del modo di pensare e di essere di Giuseppe Lombardo: c'è la voglia di ricercare la verità, c'è l'obbligo – morale e professionale – di non coprire mai e poi mai nessuno.
Che il sostituto procuratore della Dda sia diventato, da tempo, un bersaglio è un'ovvietà. Non è ovvio, ma comunque grave, ciò che ha portato a tutto ciò.
Partiamo dal Consiglio Superiore della Magistratura, che da un anno traccheggia in maniera vergognosa sulla nomina del nuovo procuratore capo. Lo aveva già fatto circa cinque anni fa, prima dell'arrivo a Reggio Calabria di Giuseppe Pignatone. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Da Palazzo dei Marescialli hanno atteso l'esito delle elezioni politiche (e qualcuno forse sperava in una vittoria netta, dell'una o dell'altra parte). Ma lasciare vacante per circa un anno una poltrona così delicata va ben oltre la cialtroneria. Per il Csm, insomma, è già tardi. E poco importa se – come sembra – a breve dovrebbe arrivare infine il "parto" sulla poltrona del sesto piano del Cedir. Nel frattempo, infatti, si è lasciato uno degli uffici più importanti d'Italia senza una guida certa per un anno, con la conseguenza di aver creato dei facili bersagli nei sostituti che – giorno dopo giorno – affrontano indagini e udienze delicatissime.
Non è tardi per la città. O, meglio, mi piace pensare che non sia tardi per la città.
Troppo tempo è passato perché una fetta di Reggio Calabria (sul resto stendiamo un velo pietoso) iniziasse sentire la magistratura come una risorsa per la repressione dei reati, ma anche, di conseguenza, per la nascita di un nuovo modello culturale. Tuttavia, c'è una parte di città che ancora fatica a compiere il passo fondamentale: quello di percepire la 'ndrangheta per quello che è, un problema, un cancro che – a prescindere dalle posizioni ideologiche e morali – va a intaccare, soprattutto, la parte più concreta del vivere. L'economia.
Dall'indifferenza della gente, dall'antimafia parolaia, giocata a suon di comunicati stampa o, peggio ancora, su Facebook, passa l'isolamento di uomini come Giuseppe Lombardo. Per questo abbiamo deciso di non fornire sponde ai comunicati di solidarietà. Già solo scorrendo le nostre flash news potrete capire quali erano sinceri e sentiti e quali, appunto, di "etichetta".
"Chi non conosce la verità è uno sciocco ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente".
In quella frase di Bertolt Brecht, citata da Lombardo, c'è l'essenza di una città che, per anni si è guardata in uno specchio che ha trasmesso un'immagine distorta. Solo adesso, alla luce delle indagini, delle condanne, delle prime collaborazioni, dei fili che, pian piano, vengono annodati, di tanto in tanto filtra qualche ancora di luce nella notte. Per questo Giuseppe Lombardo va minacciato, ma vilipeso, va inserito come un bersaglio. Perché il fenomeno va fermato prima che sia troppo tardi.
Ma accanto alle indagini, all'indignazione per il gesto subito da Lombardo (che speriamo non passi nel giro del weekend) è necessario che la città inizi a chiamare cose e persone con il proprio nome. Per troppo tempo si è fatto finta di considerare persone oneste degli impresentabili. Per troppo tempo la cittadinanza (e, diciamolo, anche la magistratura) ha chiuso gli occhi e voltato la testa su situazioni che erano, oggettivamente, sospette (per usare un eufemismo).
Solo conoscendo la verità, Reggio Calabria potrà avere un futuro. Solo conoscendola e chiamandola tale, solo chiamando bugie le apparenze vissute fin qui si potrà voltare pagina, soprattutto in un periodo delicato come quello che la città sta vivendo.
E' questo il modo di essere vicini e solidali con Giuseppe Lombardo e gli altri magistrati in prima linea. I comunicati stampa, invece, continueranno a essere relegati (almeno da noi) tra le volatili "flash news".