Vince la piazza. Gli altri hanno ben poco da festeggiare (o da giustificare)

grillobeppe reggiocalabriaquaterdi Claudio Cordova - Come l'uomo che, davanti a una bella donna prova a fare, goffamente, il macho, oggi tutti si affrettano ad esultare oppure a giustificare il risultato elettorale, come per ostentare forza, sicurezza, convinzione. Tutte cose che – è evidente – i vecchi partiti non hanno più. Sono state le urne, a livello nazionale, a dirlo, ma, ancor di più il dato si è accentuato in Calabria, dove non solo Popolo della Libertà e Partito Democratico hanno perso decine di punti percentuale rispetto allo scorso giro (in favore dello Tsunami Beppe Grillo) ma dove moltissimi calabresi hanno deciso di non accordare la propria fiducia a nessuno: il 63% di affluenza alle urne, infatti, è un dato significativo almeno quanto il crollo dei partiti tradizionali e il boom di Grillo.

Il "Porcellum", comunque, si conferma l'obbrobrio che conoscevamo, consegnando, per la seconda volta su tre tentativi, un'Italia ingovernabile, in un momento delicatissimo per le sorti del Paese.

Ma torniamo in Calabria.

Dal centrodestra sono state decine le note stampa destinate – of course – alla mitizzazione di Scopelliti e del suo operato. La verità è che la compagine dei conservatori vince in Calabria - fornendo la possibilità al Governatore di accreditarsi, ancora una volta, come uno dei boss della politica meridionale – ma registra comunque una flessione più che preoccupante. A Reggio Calabria (dove alla Camera il Movimento 5 Stelle è stato il primo partito) il Pdl dimezza il proprio risultato alla Camera, segno che forse i disastri del "Modello Reggio" iniziano ad avere qualche effetto.

Effetti tardivi, che, però, col tempo, soprattutto in caso di mega-inciucio nazionale, potrebbero assumere connotati assai diversi rispetto all'attualità.

Per Scopelliti, comunque, la tornata elettorale può considerarsi soddisfacente: oltre alla vittoria sul centrosinistra, oltre all'elezione di sei deputati nel Pdl, il Governatore incassa anche l'elezione del fedelissimo Gianni Bilardi, che ottiene uno scranno a Palazzo Madama, con Grande Sud (un'impresa che, alla Camera, non riesce ad Alberto Sarra). Insomma, nonostante la credibilità di Berlusconi sembrasse ormai (finalmente) totalmente sgretolata, nonostante gli scandali che, a vario titolo, hanno coinvolto personaggi di spicco del Pdl nazionale e calabrese, nonostante lo scioglimento per 'ndrangheta di un capoluogo di provincia amministrato per un decennio dal centrodestra, nonostante la grottesca candidatura (e probabile elezione) di Domenico Scilipoti, i calabresi hanno confermato (pur con le evidenti flessioni di cui abbiamo detto) la fiducia al centrodestra.

Materiale succulento per gli esperti della psiche umana.

Ma che dire invece del Partito Democratico?

Educazione e fair play imporrebbero di non infierire sull'avversario morente. Il centrodestra, seppur in grande calo, ha comunque la prima posizione regionale cui appigliarsi per i propri toni trionfalistici. Ma il Pd che avrà da essere soddisfatto? Eppure il commissario regionale Alfredo D'Attorre si è affrettato a precisare: "Abbiamo riequilibrato i rapporti di forza con il Pdl". Ma se D'Attorre - evidentemente - non difetta per ottimismo (anche quando non ci sarebbe motivo di essere ottimisti), tra i democratici siamo alle solite: a livello nazionale, Bersani & Co. sono riusciti nella difficile impresa di dilapidare un vantaggio che, a poche settimane dal voto sembrava avere margini siderali, mentre in Calabria vengono (giustamente) punite o, comunque, non apprezzate, alcune scelte che hanno allontanato l'elettorato. L'atterraggio di Rosy Bindi, che si affretterà, nella campagna elettorale, girare in lungo e in largo la regione, la candidatura per commissario regionale Alfredo D'Attore (anch'egli calato dall'alto sulla Calabria), la presenza, come capolista, dell'esperto Marco Minniti, che, con le sue tante legislature alle spalle non incarna propriamente l'idea di rinnovamento. Tutte scelte poco sagge che, unite alla classica "puzza sotto il naso" di una certa sinistra salottiera, non hanno fatto altro che dirottare molte preferenze altrove.

Il dato che le elezioni consegnano, infatti, è il grande successo di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle. Dopo averlo sottovalutato per anni, per mesi, le forze tradizionali, negli ultimi dieci giorni, si sono dimostrate terrorizzate dalla forza che il Movimento stava conquistando.

Spaventati dalla forza della gente.

Ed è anche risibile sorprendersi di un boom che era invece facile da intuire, cristallino alla luce delle folle oceaniche che, ad ogni comizio di Grillo, animavano, in piena stagione invernale, le piazze d'Italia.

Folle d'altri tempi.

Un voto, quello ottenuto dai "grillini", primo partito d'Italia, che solo chi non capisce un tubo di politica può definire "di protesta". In ogni democrazia che si rispetti, infatti, il voto di protesta non va oltre il 10-12%: le cifre raccolte dal Movimento 5 Stelle sono altra cosa. L'aggregazione di Beppe Grillo ha intercettato soprattutto (ma non solo) il voto giovanile, riconquistando quel rapporto con la piazza (e quindi con i cittadini) che dovrebbe essere l'essenza della Politica. Anche in Calabria, luogo da cui è difficile scardinare gli antichi retaggi, il Movimento 5 Stelle ha ottenuto un grande successo, che adesso andrà ulteriormente vagliato alle prime consultazioni utili per il rinnovo degli Enti Locali. I partiti tradizionali hanno battagliato in tv, scornandosi sulla possibilità o meno del confronto televisivo. Hanno sostanzialmente evitato le piazze, probabilmente per paura di flop clamorosi.

Il Movimento 5 Stelle, a prescindere da simpatie o antipatie che esso possa suscitare, ha fatto invece una vera e propria impresa. Non solo grazie alla protesta, agli efficaci slogan e ai programmi (che, si badi bene, ci sono da anni), ma soprattutto grazie a quel rapporto con la gente che ha fatto la differenza e che, da oggi, non potrà essere più ignorato.

Quel rapporto con la piazza che neanche la Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia (che si è sforzata di accreditarsi come forza al servizio della gente) è riuscita ad avere. Forse la gente è stanca del cambio di poltrone, soprattutto con riferimento a professioni delicate, come i magistrati e i giornalisti, che, dopo aver, esplicitamente o implicitamente, attaccato determinate aree politiche, scendono in campo per schierarsi. Rivoluzione Civile è così fuori dal Parlamento.

Insomma, c'è un giudice a Berlino. Sperando che un domani non si candidi anche lui...