«Parlare di Shoah è un dovere morale: ricorda un momento in cui l’odio ha superato ogni barriera», ha spiegato, durante il suo saluto istituzionale, il Consigliere comunale delegato al Centro Storico Dott. Marinella Castiglione.
“Shoah-Un ricordo dal cuore di Rende” è il titolo dell’incontro svoltosi il pomeriggio del 5 febbraio al Cinema “Santa Chiara” e al quale hanno partecipato Don Fabio De Santis, il Direttore dell’Ufficio Ecumenico e del Dialogo Interreligioso dell’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, e lo storico Francesco Salerno.
Ospite d’onore, il Dottor Roque Pugliese, il Delegato per il Meridione della Comunità ebraica di Napoli, che ha trattato un tema agghiacciante: la medicina nazista nei lager.
«L’incontro di stasera», ha dichiarato durante l’altro saluto istituzionale in programma il Vicesindaco Avv. Fabio Libaroti, «è una delle iniziative in programma di questa Amministrazione per il dialogo tra le religioni e sulle religioni: ricordo che lo scorso novembre abbiamo svolto un convegno sul Concilio di Nicea assieme all’Eparchia di Lungro». Inoltre, ha ribadito l’Avv. Liparoti, «abbiamo sempre avuto uno sguardo sensibile verso i problemi e le vicende della comunità ebraica».
La scelta del centro storico come location dell’incontro non è un caso. Come ha ricordato nel suo intervento il Dott. Salerno, «a Rende c’è stata una delle più antiche comunità ebraiche della Calabria».
Non poco, se si considera che in Calabria ci sono alcuni tra i più antichi insediamenti ebraici post-diaspora d’Europa.
Per quel che riguarda Rende, in particolare «la presenza delle comunità ebraiche è attestata dal quartiere della Giudeca Judeca posta a ridosso della Postèrola o Posterola, al confine del centro fortificato e nelle immediate vicinanze di diverse Rughe (altro toponimo di origine ebraica) come la Ruga di Sant’ Antonio e la Ruga di San Nicola».
Gli ebrei lasciarono la Calabria, come del resto altre zone d’Italia, in seguito all’espulsione decretata dai reali di Spagna.
Ma, anche in quell’occasione, ci fu chi solidarizzò: «Ad esempio gli Arbëreshë», ha spiegato il dottor Pugliese. «presso cui molti trovarono rifugio».
A questo punto, il dibattito è entrato nel vivo con un ricordo tragico e agghiacciante rievocato da Pugliese: la vicenda del piccolo Sergio De Simone, un bambino napoletano di origine ebraica vittima due volte: degli esperimenti del medico nazista Kurt Heissmeyer.
Infatti, ha chiarito ancora il rappresentante della comunità ebraica «la medicina nazista non si ferma a Mengele, l’“angelo della morte” di Auschwitz, ma ebbe sin troppi rappresentanti, più o meno zelanti».
Non solo: «La concezione nazista della medicina non era legata solo alla situazione della Germania dell’epoca, ma fu anche il frutto di uno sviluppo della cultura europea e occidentale che eresse la scienza a valore assoluto, a cui sacrificare anche la dignità e l’esistenza umana».
Le tappe di questo processo, ha proseguito Pugliese, sono inscritte nella cultura occidentale «a partire dal positivismo».
La Shoah, in tale ottica, «è stato un esito perverso di più fattori che esprimevano la volontà di omologare gli uomini a un modello solo: l’eugenetica ma anche le politiche di segregazione razziale e le persecuzioni ideologiche».
Una delle risposte possibili, ha ricordato Don Fabio De Santis, è «il dialogo tra culture e fedi che arricchisce chi lo pratica». Un dialogo che esprime, dal punto di vista cattolico, due valori: l’ecumenismo e la fratellanza universale.
