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Intervista a Domenico Dara, l’autore di “Malinverno” a Bovalino ospite del Caffè Letterario “Mario La Cava”

daradomenico-bovalinodi Mariateresa Ripolo - «Un libro che nasce dall'ossessione per la morte», ma che celebra e riflette sull'essenza della vita attraverso una scrittura che predilige la descrizione di sentimenti profondi. Ambientato nel paese immaginario di Timpamara, l'ultima opera di Domenico Dara, "Malinverno", pubblicato nel 2020 da Feltrinelli, è stato presentato nella cornice del Parco delle Rimembranze di Bovalino in un evento promosso dal Caffè Letterario "Mario La Cava". A dialogare con l'autore il presidente del Caffè Domenico Calabria e Caterina Romeo, professoressa dell'Università La Sapienza di Roma.

Lo scrittore, originario di Girifalco, nel catanzarese, è anche autore di "Breve trattato sulle coincidenze" e "Appunti di meccanica celeste".

La vita e la morte in "Malinverno" sono facce della stessa medaglia, e la ricerca del senso più profondo dell'esistenza è centrale in tutte le opere dello scrittore: «Tutti i protagonisti dei miei libri - spiega Dara ai nostri microfoni - si chiedono qual è il motivo della loro esistenza e del perché stanno al mondo. Tutte le azioni che mettono in atto sono un tentativo di dare una risposta a queste domande».

Si tratta di personaggi che vivono una vita ai margini, come quella di Astolfo Malinverno, un bibliotecario che diventerà il guardiano del cimitero di Timpamara. Quelli raccontati da Dara sono protagonisti le cui vite «si svolgono all'ombra e non sotto i riflettori. Sono quelle che mi interessano di più», ci confida.

Direttore artistico del Premio "Città di Girifalco", Domenico Dara racconta ai nostri microfoni la sua ultima opera, i temi a lui cari e i suoi progetti futuri.

Domenico Dara ha sempre sognato di fare lo scrittore? I suoi libri hanno sempre molto successo, come è arrivato a raggiungere questi risultati?

Avevo sei anni quando ho pensato di fare lo scrittore. Ci sono arrivato grazie al Premio Calvino, a cui ho mandato un manoscritto che è stato selezionato dalla giuria. Poi sono stato contattato dall'editore, ma prima non avevo mai mandato manoscritti. Per me era difficile pensare di farli leggere a qualcuno, l'idea non mi sembrava possibile. Alla fine, però, ho fatto uno sforzo di coraggio.

La Calabria è molto presente in tutte le sue opere, nelle prime due ha utilizzato anche il dialetto. Nel terzo libro invece manca questa caratteristica, perché?

Perché ogni libro può essere scritto solo con un linguaggio, "Malinverno" è una storia di altri libri e quindi la stessa storia non aveva l'esigenza di fare ricorso al dialetto. Se c'è un elemento diverso nel linguaggio di "Malinverno" è il linguaggio letterario, essendo un libro molto letterario aveva bisogno di un linguaggio molto articolato e costruito. A volte anche arcaico. Il dialetto non era funzionale alla narrazione.

Di Calabria c'è tanto, i personaggi sono costruiti sulla base delle mie esperienze calabresi, i luoghi sono quelli della mia infanzia. Ho voluto radicare la storia di "Malinverno" in Calabria dando ai miei personaggi il cognome di paesi calabresi.

Durante la presentazione ha affermato che "Malinverno" nasce dall'ossessione per la morte. Questo libro, però, sembra raccontare la vita e la ricerca di una sorta di immortalità.

Come Malinverno mi piace pensare e illudermi che dopo la morte ci sia qualcosa. So che è un'illusione, ma spesso noi uomini abbiamo bisogno di illusioni per stare bene. Mi piace pensare che la morte sia una vita sotto una forma diversa.

Cosa significa per lei essere tornato al Caffè Letterario Mario La Cava di Bovalino per presentare un suo libro? So che è molto legato a questa realtà culturale.

Il Caffè Letterario è importante perché porta avanti il nome di un grande scrittore come Mario La Cava, a cui tutti noi scrittori calabresi dobbiamo sempre guardare, ma anche perché fa un'opera di fusione di cultura sul territorio che è straordinaria. Magari ci fosse in ogni paese calabrese un Caffè Letterario Mario La Cava.

Poi, col tempo i membri del Caffé sono diventati carissimi amici, per me tornare a Bovalino è come tornare a casa.

Lei è direttore artistico del Premio che si svolgerà a Girifalco, la sua città. Cosa significa per lei ricoprire questo ruolo?

È l'occasione per fare qualcosa per il paese che io amo e soprattutto fare in modo che la cultura si possa radicare in un territorio così ostico ad alcune tematiche. Spero che il Premio di Girifalco possa essere l'apripista per fare, per esempio, quello che il Caffè Letterario Mario La Cava fa a Bovalino, fare in modo che la cultura entri quotidianamente nelle case di tutti.

Quali sono i suoi progetti futuri? Ci sono altre opere in cantiere?

La testa non è mai ferma. Sto lavorando a progettare una storia nuova, ovviamente ambientata in Calabria e che per la prima volta avrà come protagonista una donna. Raccontare una storia in prima persona al femminile sarà una sfida per me.