di Alfredo Muscatello – Il rischio, quando si parla di derive autoritarie, è restare nella denuncia.
Ma la denuncia, da sola, non costruisce nulla.
Serve un controcampo. Serve dire cosa scegliamo.
Viviamo in un tempo straordinariamente fertile, parallelamente alle atrocità della guerra, alla meschinità di alcuni uomini che sembrano essere devoti a satana, la moda è linguaggio culturale, il cinema d’autore continua a interrogare l’anima, l’arte disturba e cura, la fotografia educa allo sguardo, l’architettura disegna possibilità, la musica da sempre accende i sentimenti. E soprattutto le persone, ostinatamente, cercano relazioni sane. Le coltivano. Le difendono.
Questo è il futuro, non la paura, ma la qualità dei legami.
Eppure l’impoverimento economico, simbolico e morale produce frustrazione.
Quando il futuro si restringe, qualcuno deve diventare responsabile. È qui che la narrazione si fa pericolosa, lo straniero, l’omosessuale, il diverso diventano bersagli facili. Non perché siano la causa del disagio, ma perché sono visibili. Come si fa con gli animali addestrati all’aggressione, si mostra un bersaglio e si alimenta l’istinto.
La rabbia, se indirizzata bene, diventa uno strumento politico.
Un potere culturalmente fragile non può permettersi cittadini che guardano il bello. Perché il bello educa all’ambizione. E l’ambizione, quella autentica, non è arrivismo, è tensione morale, desiderio di elevarsi, aspirazione a una forma più alta dell’esistenza.
Una santità laica fatta di giustizia, conoscenza, dignità.
Molto più semplice, invece, attivare le corde basse: rancore, vendetta, risentimento. Sono emozioni rapide, a basso costo, ad alto rendimento.
Spegnere l’ambizione significa spegnere il desiderio.
E un popolo che non desidera è un popolo che non pretende.
Lo aveva intuito con lucidità Pier Paolo Pasolini: il potere più efficace non reprime soltanto, ma modella l’immaginario. Se riesce a convincerti che la felicità è altrove, o che non ti spetta, non ha bisogno di vietarti nulla apertamente.
Per questo la scelta non è emotiva, è civile.
Scegliere un’idea di mondo che garantisce giustizia, che guarda al futuro, che include, che aiuta, che non costruisce nemici per nascondere le proprie povertà culturali. Non è indulgenza. È rigore.
Perché il bello richiede studio, responsabilità, disciplina dello sguardo. Io riporto spesso lo sguardo fotografico ad uno sguardo politico, inteso come capacità di analisi. L’odio è immediato. Il bello è esigente.
E allora il punto non è soltanto opporsi a ciò che restringe.
È coltivare ciò che amplia. Il fascismo, ieri come oggi, teme il dissenso, l’immaginazione.
Perché chi sa immaginare una vita più ricca non accetta di vivere peggio.
C’è una lezione che possiamo prendere da Mimmo Jodice, nato a Napoli nel 1934 e scomparso da poco ha scelto di guardare la sua città sottraendole il rumore.
Niente folklore, niente frenesia, niente cronaca gridata. Una Napoli metafisica, silenziosa, sospesa. Il suo bianco e nero non era nostalgia, era disciplina dello sguardo. Era una scelta morale. Nelle sue immagini l’architettura, le rovine, i volti diventano presenze atemporali. C’è l’eco della pittura di Giorgio de Chirico, ma c’è soprattutto un atto d’amore, guardare la propria terra non per ciò che urla, ma per ciò che resiste.
È lo stesso intento che, fin dall’inizio, ha animato questo mio spazio su Il Dispaccio, togliere il rumore. Guardare Reggio Calabria senza stereotipi, senza autoassoluzioni, senza compiacimenti. Provare a fermare il tempo abbastanza a lungo da chiedersi che città vogliamo diventare.
Anche Reggio ha bisogno di uno sguardo metafisico.
Di qualcuno che la spogli dal frastuono delle promesse minime, delle ambizioni basse, delle scelte al ribasso. Non il “meno peggio”. Non la sopravvivenza amministrativa. Ma il meglio possibile.
Una città non cresce quando si limita a evitare il danno. Cresce quando ambisce.
E io auguro a Reggio un’amministrazione capace di questo, capace di credere nella cultura, nelle relazioni sane, nell’accoglienza come forza e non come debolezza, nella bellezza come infrastruttura morale.
Perché sono convinto che dentro questa città viva una popolazione che aspira alla pace, alla dignità, al bello. Una comunità che non vuole nemici simbolici ma opportunità reali.
Jodice guardava Napoli con amore esigente. Non la negava, non la mitizzava: la elevava.
Forse il compito di chi scrive, fotografa, racconta è lo stesso.
Non scegliere il meno peggio.
Allenare lo sguardo al meglio.
