Si intensifica sempre più il lavoro della segreteria organizzativa del 40esimo Premio Letterario Nazionale Troccoli Magna Graecia, sia per le crescenti candidature che pervengono da varie regioni italiane (Calabria, Puglia, Campania, ecc.) sia per l’organizzazione di altri eventi collaterali al Premio, -come già evidenziato dal presidente del Comitato scientifico Pierfranco Bruni- come la ricorrenza del 45° anno dalla costituzione del Centro di Ricerche e Studi Economici Sociali per il Mezzogiorno, che organizza il Premio annualmente e il 125° anniversario della nascita di Giuseppe Troccoli.
In questa nota ospitiamo il commento e i ricordi di Luigi Troccoli giornalista, saggista, editore, già dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale di Cosenza. Fondatore e direttore del mensile “Tribuna sud”, capillarmente diffuso nell’area Pollino, Alto Ionio Cosentino, e della Sibaritide oltre che in alcuni centri italiani, che da qualche tempo ha sospeso le pubblicazioni, autore, inoltre, di numerose pubblicazioni. Non solo, ma in esclusiva abbiamo raccolte alcune sue riflessioni, nella sua qualità di diretto nipote di Giuseppe Troccoli, quest’ultimo diletto fratello dello scomparso prof. Antonio Troccoli, a sua volta preside dell’Istituto statale per geometri e ragionieri di Castrovillari.
Qual è il suo commento sul Premio letterario che porta il nome del suo congiunto?
«Ho assistito a quasi tutte le edizioni del Premio Troccoli, da quando Martino Zuccaro ebbe la felice idea di intitolare al poeta e letterato di Lauropoli un evento che si è ripetuto con crescente interesse per tanti anni.
Ebbene, se avessi dovuto ripensare alla moltitudine di interventi e testimonianze che si sono susseguite nel tempo, mai sarei stato in grado di coglierne l’ampiezza per numero e lo spessore per caratura intellettuale delle personalità coinvolte nel premio.
Il riepilogo, la summa dettagliata di ogni annualità, ora elaborata da Martino, mostra che il suo lavoro diuturno ha consentito di raccogliere attorno alla figura e alla memoria di Giuseppe Troccoli nomi illustri della cultura contemporanea».
Quali ricordi conserva della conoscenza e frequentazione di Giuseppe Troccoli?
«Inutile dire che ogni anno, per me, si rinnova un affetto antico verso Giuseppe Troccoli, che risale ad uno dei più rilevanti ricordi che ho di lui.
Quello che mi balena ora, appena presa la penna, è quel giorno, il 29 luglio del 1962, in cui, appena finito di salire le scale di casa, mio padre mi disse: “È morto zio Peppino”. Non ricordo se me lo abbia detto piangendo, ma di certo i miei occhi si inumidirono e mi chiusi in un mesto silenzio.
Alla fine degli anni ‘40 – inizio anni ’50, abitavamo in un modesto “basso” del rione Civita a Castrovillari e una volta all’anno zio Peppino scendeva da Firenze a Castrovillari, dove, oltre a suo fratello Antonio, risiedeva il dottor Mario Battaglia, fratello di Iole, moglie di Peppino. In quei giorni zio Peppino si tratteneva per qualche ora a casa mia dove, seduto su una modesta sedia di legno impagliato, stendeva le braccia per aprire e leggere un quotidiano, mai da me, allora fanciullo, visto prima d’allora.
Gli anni passarono e l’incontravo quasi ogni giorno in terza liceo, quando studiavamo le liriche e le prose di Ugo Foscolo, sul suo circostanziato commento, edito da Vallecchi».
Le sovviene qualche altro bel ricordo dello zio anche di carattere familiare?
«Non me la sento di ripetere circostanze e avvenimenti sicuramente rievocati in questi lunghi anni di Premio Troccoli, vera personale creatura di Martino Zuccaro, se non ricordare l’affiorante particolare visivo mostratemi da mio padre con una fotografia, ovviamente in bianco in nero, che era quella di Giuseppe Troccoli che riceveva a casa sua Libertà Carducci, figlia del grande poeta.
Ed ancora, mi veniva riferita sempre da mio padre, la forte amicizia tra lo zio e l’attore Peppino De Filippo».
Lauropoli, Castrovillari, Firenze: queste tre località le fanno rammentare qualche aneddoto particolare?
«Avendo io le figlie a Firenze, più volte all’anno lì mi reco ed ogni volta mi trovo a passare per via Cavour dove ha sede il vecchio liceo classico statale Galilei, dove lo zio ha insegnato italiano e latino per tanti anni. La tentazione di entrarvi è, ogni volta, molto forte.
Ma mi rendo conto che oltre sessanta anni sono trascorsi da quell’ultima volta in cui entrò in classe Giuseppe Troccoli e desisto da ogni decisione, che mi porterebbe a sfidare memorie sconosciute, preferendo la freschezza di un intramontabile immanenza del suo ricordo in me stesso.
Così come, quando, ubbidendo ad un impercettibile ma forte spinta inconscia, faccio di tutto per passare da piazza San Marco e prendere un caffè nell’omonimo bar, a fianco del quale c’è il portone della penultima abitazione dello zio.
Proprio in quel bar mi pare di rivedere seduti con lui i poeti della Camerata Fiorentina e tra questi, uno degli autori del mio liceo, Attilio Momigliano.
Sono ricordi che piano piano si dissolvono col soffio del tempo, ma che grazie a questo Premio, certamente resisteranno più dello spazio di un mattino».
