Il Senato ha approvato, nei giorni scorsi, il ritorno all’elezione diretta del Presidente e del Consiglio Provinciale degli Enti intermedi in Friuli Venezia Giulia. La modifica, rispetto alla legge Delrio, era contenuta nello Statuto regionale e, di fatto, consentirà ai friulani di tornare al suffragio universale. Il Friuli resta una Regione a Statuto Speciale. Il Governo regionale, godendo di autonomie decisionali, ha incanalato la proposta nel giusto binario, accelerando il processo riformatorio. L’auspicato ritorno all’elezione di primo grado, per tutti gli ambiti provinciali del Paese, in verità, è una discussione già in atto nelle Commissioni Parlamentari. Quanto accaduto nel nord-est del Paese potrebbe e dovrebbe favorire un’accelerazione del medesimo processo per tutte le altre Regioni italiane.
Avviare un forum in Calabria sulla revisione dei contesti intermedi
Chiaramente, c’è da augurarsi, anche in Calabria, l’avvio di una discussione che apra a un rilancio del sistema elettorale provinciale. Senza dimenticare che l’occasione sarebbe propizia per stimolare una revisione più coerente e adeguata degli ormai superati contesti territoriali, al fine di avviare una soluzione sistemica, coerente e funzionale, degli ambiti intermedi. Se non altro, per sfruttare la speciale opportunità che la questione friulana offre alla Calabria affinché si ripensi l’impianto statuario e le sue articolazioni, disegnando una Regione coerentemente europea. Un dibattito scevro da condizionamenti centralisti e che non risenta dei lasciti Borbonici e Sabaudi nella perimetrazione degli ambiti. Vieppiù, che rifugga dalla visione di interessi esclusivamente concentrati nelle solite aree di potere consolidato. Il fine di tale operazione, naturalmente, dovrebbe essere allontanare i processi sperequativi derivati da un regionalismo deviato e confliggente, per aprirsi a una sintesi territoriale da inquadrare nel claim “Calabria Una”. Non una visione legata ai personalismi, ma un sistema oleato per superare feudi di potere e piccole patrie insite nei centralismi burocratici. Un’iniziativa di rottura con i vecchi schemi territoriali per unificare la Calabria attraverso grandi aree omogenee, restituendo dignità e potere di scelta ai cittadini. È da più tempo, d’altronde, che a titolo personale, e come componenti del Comitato Magna Graecia, sollecitiamo le Istituzioni e la Politica più in generale, ad aprire un forum sulla tematica. Una ricognizione sugli squilibri territoriali o lo “sviluppo differenziato” dei sottolivelli territoriali che la Calabria ha del tutto ignorato negli ultimi decenni. Palazzo Madama ha dato un indirizzo che dovrebbe sollecitare i partiti a misurarsi sul terreno della visione generale. Non è più solo il semplice dato elettorale e tecnicistico. Una Classe Dirigente, che forma il proprio consenso sul rapporto diretto con gli Elettori, si riappropria della dignità e di una rinnovata funzione di rappresentanza. Ecco perché ci aspettiamo che nella terra che diede il nome all’Italia si intraprenda un nuovo cammino riformista partendo dall’esistente, ma per disegnare un nuovo futuro amministrativo. L’obiettivo non dovrà essere quello del passo del gambero, ma lo slancio della gazzella che inquadri la nostra Regione come avamposto dei nuovi equilibri Euro-Mediterranei.
La legge Delrio: base normativa da cui ripartire
Il DL76/14 (legge Delrio) aveva l’intento di avviare una funzione di gradualità verso un modello esaltante le autonomie locali, i Comuni e le Aree Vaste. I parametri demografici e territoriali che la norma definiva (350mila abitanti e 2500km² di superficie) puntavano a razionalizzare e rimodulare territorialmente gli Enti intermedi. Il territorio italiano, purtroppo, si presenta agli occhi dell’analista geopolitico come un mosaico di Province estremamente disomogenee. A fronte di contesti elefantiaci e ingestibili esistono casi di ambiti aggreganti un esiguo numero di Comunità. Si pensi alle Province di Prato e Trieste che contano, semplicemente, sei Comuni sotto di esse. Piuttosto che, per analizzare realtà a noi vicine, ai casi di Province come Vibo e Crotone. Enti, quest’ultimi, sottodimensionati e impalpabili rispetto alle tre Province storiche della Regione. Chissà quante altre realtà, in lungo e in largo per il Paese, contraddicono la funzione stessa dell’ente Provincia. Istituto, il richiamato, che resta comunque Ente intermedio che non deve sovrapporsi, ma integrare le realtà che lo compongono. Va da sé, quindi, che la Calabria potrà ripensare la sua articolazione istituzionale, rendendola funzionale a interessi diffusi e non elettoralistici. Affermare un principio di bilanciamento demografico oltre che di estensione territoriale, dovrebbe essere l’imperativo categorico di un Governo regionale che si è posto l’obiettivo di riscrivere la narrazione di questa terra. Garantire uniformità e omogeneità dei collegi elettorali rispetto agli ambiti vasti, sarebbe il minimo comune denominatore per costruire una rinnovata forma di consenso. Premessa necessaria, quest’ultima, per rispondere alle esigenze di un Popolo che richiede ai propri Rappresentanti una reale e comprovata conoscenza dei territori. Ripartire, quindi, da una perimetrazione e equa suddivisione in quattro aree: nord-ovest, nord-est, centro e sud, dovrebbe essere il focus del libro mastro che il Consiglio Regionale dovrebbe adottare per rinnovare la declinazione regionale. Non già e non più “la Calabria e l’Altra Calabria”, epiteti che marchiano una terra pervasa da profonde sperequazioni nei suoi contesti intermedi, ma “Un’altra Calabria”. Quella dei due mari: Jonio e Tirreno.
L’asse jonico-silano: il nuovo motore della “Calabria Una”
Il rilancio della Calabria passa, inevitabilmente, dalla ricomposizione dell’Arco Jonico. L’unione tra la Sibaritide e il Crotonese in un’unica grande Provincia è l’atto di rottura necessario contro il centralismo atavico che connota la Regione. Integrare Corigliano-Rossano e Crotone significa superare la frammentazione per dare vita a un Ente intermedio di oltre 400mila abitanti. Un nuovo ambito capace di unificare il nodo di Sibari, i porti di Corigliano e Crotone, l’aeroporto Pitagora, le eccellenze agroalimentari e il patrimonio archeologico e culturale dell’intero territorio. L’area vasta dell’Arco Jonico non sarebbe una nuova casella burocratica, ma il baricentro strategico per ottimizzare l’intero sistema regionale. Solo creando un polo jonico compatto e autorevole, legittimato dal suffragio universale, la Calabria potrà smettere di viaggiare a due velocità e trasformarsi in un Hub moderno e centrale nel bacino del Mediterraneo.
