Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani sottopone all’attenzione del decisore pubblico, delle parti sociali e dell’opinione pubblica i più recenti dati macroeconomici diffusi dall’Istat, che impongono una riflessione non più rinviabile sul rapporto tra dinamica dei prezzi, politiche retributive e garanzia dei diritti sociali fondamentali.
Nel 2025 l’inflazione media annua si attesta all’1,5%, in accelerazione rispetto all’1% registrato nel 2024. Tuttavia, la crescita cumulata dei prezzi dei beni essenziali – con un incremento del carrello della spesa pari al 24% dal 2021 a fronte di un aumento dell’indice generale del 17,1% – evidenzia una divergenza strutturale tra inflazione “media” e inflazione “necessaria”. Tale scarto incide in modo regressivo sui redditi medio-bassi, erodendo il potere d’acquisto e compromettendo l’effettività del diritto a un’esistenza libera e dignitosa, tutelato dall’articolo 36 della Costituzione.
In questo contesto, la posizione economica del personale docente appare sempre più critica. Le retribuzioni, determinate su base nazionale e prive di un meccanismo automatico di indicizzazione, risultano progressivamente disallineate rispetto all’andamento del costo della vita. Sul piano economico, ciò configura una perdita sistemica di salario reale; sul piano giuridico, pone un problema di adeguatezza della remunerazione rispetto alla funzione svolta, con ricadute dirette sul diritto all’istruzione quale servizio pubblico essenziale.
Particolarmente rilevante è la condizione dei docenti di ruolo fuorisede, che rappresenta un caso emblematico di vulnerabilità retributiva indotta da fattori territoriali. A fronte di salari uniformi, essi operano in contesti caratterizzati da marcati differenziali di costo dell’abitare e della mobilità. Ne deriva una situazione di povertà lavorativa potenziale, incompatibile con i principi di eguaglianza sostanziale (art. 3, comma 2, Cost.) e con gli obblighi internazionali in materia di diritti economici e sociali.
Le più recenti elaborazioni della teoria economica del lavoro offrono strumenti analitici chiari per interpretare tale fenomeno. In particolare, gli studi sul potere di monopsonio nel settore pubblico mostrano come, in presenza di elevati costi di mobilità e limitate alternative occupazionali, il datore di lavoro possa comprimere i salari al di sotto del livello necessario a garantire condizioni di vita adeguate. Parallelamente, la teoria dei differenziali compensativi evidenzia l’inefficienza e l’iniquità di sistemi retributivi indifferenziati rispetto ai costi territoriali.
Alla luce di tali considerazioni, il Coordinamento propone un intervento normativo strutturale, coerente con i principi costituzionali e con le migliori pratiche internazionali, articolato su tre direttrici:
⦁ Indicizzazione automatica delle retribuzioni (COLA docente)
⦁ Introduzione di un meccanismo permanente di adeguamento salariale al tasso di inflazione, volto a preservare il valore reale delle retribuzioni e a garantire la certezza del diritto retributivo, riducendo la discrezionalità negoziale e il contenzioso.
⦁ Indennità di sede per il personale docente di ruolo fuorisede
⦁ Previsione di una componente accessoria della retribuzione, ancorata a criteri oggettivi e verificabili (residenza, distanza dalla sede di servizio, indici locali del costo dell’abitare e dei trasporti), finalizzata a compensare i differenziali territoriali e a prevenire forme di povertà lavorativa.
⦁ Misure di sostegno all’abitare e alla mobilità
Accanto alla leva salariale, si rende necessario un intervento integrato di politica pubblica – convenzioni per alloggi a canone calmierato, incentivi fiscali e servizi dedicati – capace di ridurre i costi incomprimibili che gravano sui docenti fuorisede.
Non è casuale che sul tema dell’aumento anomalo dei prezzi dei beni essenziali sia intervenuta l’Antitrust: quando la dinamica dei prezzi supera sistematicamente quella dei redditi, si determina una distorsione del mercato con effetti diretti sulla fruizione dei diritti fondamentali.
Il CNDDU intende chiarire che le misure proposte non costituiscono un aggravio insostenibile per la finanza pubblica, ma un investimento razionale ad alto rendimento sociale. L’indicizzazione salariale può essere strutturata in forma parziale e graduale, agganciata a indici ufficiali e soglie di salvaguardia, limitando l’impatto sui saldi di bilancio e garantendo prevedibilità della spesa. L’indennità di sede per i docenti fuorisede, se calibrata su platee definite e criteri oggettivi, comporta un costo nettamente inferiore rispetto agli oneri indiretti generati dall’elevato turnover, dalle rinunce all’assunzione e dalla discontinuità didattica.
Le misure di sostegno all’abitare, infine, possono essere realizzate prevalentemente attraverso strumenti non esclusivamente monetari – convenzioni, incentivi fiscali, utilizzo del patrimonio pubblico – riducendo l’impatto diretto sul bilancio statale. In una prospettiva di medio periodo, tali interventi producono effetti positivi in termini di stabilità del personale, qualità del servizio scolastico e riduzione delle disuguaglianze territoriali, con un ritorno economico e sociale superiore al costo iniziale.
Garantire retribuzioni adeguate e differenziate in base ai costi reali non è dunque una scelta straordinaria, ma una decisione economicamente sostenibile e giuridicamente necessaria. Investire nella dignità economica dei docenti significa rafforzare il diritto all’istruzione, la coesione sociale e la credibilità dello Stato nel dare concreta attuazione ai principi costituzionali di eguaglianza, lavoro e dignità della persona.
Istat, CNDDU: “Inflazione media 2025 all’1,5%, carrello della spesa +24% dal 2021. Salari docenti e tutela dei fuorisede tra sostenibilità economica e diritti costituzionali”
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