Il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato con rito abbreviato 62 imputati a pene fino a 16 anni di reclusione e ne ha mandati a processo 45 nel maxi procedimento a carico di 145 persone, scaturito dall’inchiesta “Hydra” della Dda. Caso con al centro una presunta “Alleanza” tra affiliati di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra in Lombardia per fare “affari”, ossia sul cosiddetto “sistema mafioso lombardo”.
Il giudice, che ha letto il dispositivo nell’aula bunker del carcere di Opera, ha riconosciuto la contestazione principale dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, della Procura diretta da Marcello Viola, ovvero l’associazione mafiosa “costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni” criminali.
Le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo, che si sono avvalse anche di recente dichiarazioni di alcuni imputati “pentiti”, erano passate per una decisione del gip Tommaso Perna che nell’ottobre del 2023 bocciò gran parte degli arresti, rigettando 142 istanze di misura cautelare su 153, poi però confermati dal Riesame e dalla Cassazione. La maggior parte degli imputati si trova in carcere. La pena più alta, 16 anni, è stata inflitta a Massimo Rosi, considerato esponente di vertice della ‘ndrangheta. Degli 80 imputati in abbreviato 18 sono stati assolti. Nove hanno patteggiato. Undici imputati sono stati prosciolti in udienza preliminare.
Il gup ha anche disposto confische per quasi mezzo miliardo di euro. Confische che arriveranno se la sentenza dovesse diventare definitiva. In particolare, il giudice col verdetto di stasera ha anche ordinato la confisca di circa 225 milioni di euro, che erano già stati sequestrati nel 2023 dal gip Tommaso Perna. Somma che la Procura ritiene il “profitto del reato associativo”, ossia del “sistema mafioso lombardo”. In più, è stata disposta la confisca di circa 218 milioni di euro riconducibili ai fratelli Abilone, in particolare come presunti crediti Iva fittizi. E ancora confische di altre somme per circa 10 milioni. Il giudice ha anche riconosciuto risarcimenti, da quantificarsi in sede civile, per le parti civili, tra cui il Comune di Milano, quello di Varese, la Regione Lombardia, la Città metropolitana di Milano, ma anche due associazioni come Libera e WikiMafia. E provvisionali immediatamente esecutive da 10mila euro per ciascuna delle parti civili.
Il gup a dicembre, su richiesta dei pm, aveva deciso di acquisire agli atti anche i nuovi verbali di un altro pentito, Francesco Bellusci, 38 anni e oggi condannato a 4 anni e 6 mesi con l’attenuante, parte di uno dei clan del cosiddetto “consorzio”, ossia la “locale di Legnano-Lonate Pozzolo”, tra Milano e Varese. E che si era aggiunto, anche lui confermando il presunto patto tra affiliati alle tre mafie, a William Alfonso Cerbo, detto “Scarface” e oggi condannato a 5 anni, pure lui con l’attenuante della collaborazione. E a Saverio Pintaudi della cosca Iamonte, che aveva già parlato prima che il procedimento arrivasse davanti al gup. I pm avevano chiesto a novembre 75 condanne in totale, tra cui 20 anni per Filippo Crea e per Giuseppe Fidanzati, per un totale di circa 570 anni di reclusione, e tre assoluzioni. A Milano, avevano spiegato i pm nella loro requisitoria, c’è un “contesto mafioso” simile a quello calabrese, “né più né meno della Calabria”. Pm che oggi hanno depositato altre 600 pagine di una memoria per ricostruire tutte le indagini. “Posso dire di essermi trovato in mezzo alla nascita di questo sistema”, ha spiegato a verbale Cerbo, che nell’associazione mafiosa avrebbe portato avanti soprattutto bancarotte e truffe, in sei verbali, tra settembre e ottobre, e in un lungo memoriale. Lo ha chiamato “nuovo sistema” o “sistema lombardo” e sarebbe stato attivo tra Milano e Varese, con legami anche col mandamento di Castelvetrano (Trapani), quello di Matteo Messina Denaro. A Viola e Cerreti, nel corso del procedimento, è anche stata rafforzata la scorta per le minacce ricevute.
Per il capo di imputazione con cui i pm hanno contestato le cosiddetta “Alleanza” tra esponenti delle tre mafie per fare business in Lombardia, il gup Mancini ha inflitto condanne che vanno dai 10 anni e 6 mesi ai 16 anni di reclusione. Tra queste ci sono, oltre ai 16 anni per Massimo Rosi, 14 anni e 4 mesi per Bernardo Pace, 12 anni per Michele Pace e 11 anni e 4 mesi per Domenico Pace, ritenuti esponenti del mandamento della provincia di Trapani. E poi 14 anni per Filippo Crea, legato alle cosche calabresi, e per Giuseppe Fidanzati, vicino alle famiglie palermitane di Cosa Nostra, 13 anni per Giovanni Abilone, di Castelvetrano, e per Pietro Mazzotta, in quota al gruppo della camorra dei Senese. Tra le persone mandate a giudizio e per le quali il dibattimento si aprirà il prossimo 19 marzo, davanti alla ottava sezione penale del Tribunale, ci sono Paolo Aurelio Errante Parrino e Gioacchino Amico, il primo ritenuto referente in Lombardia degli uomini di Matteo Messina Denaro, nonché parente del boss morto nel 2023, e il secondo operativo, secondo l’accusa, sempre per il clan dei Senese. Il giudice ha impiegato oltre un’ora per la lettura del dispositivo nell’aula bunker del carcere di Opera alla presenza anche di alcuni imputati.
