Storie e Memorie
 

Angeli in divisa, lo straordinario impegno della Croce Rossa nella Locride: "Fare del bene è una dipendenza"

crocerossa-finestradi Mariateresa Ripolo - Protetti da mascherine, visiere, guanti monouso, bandane per i capelli. Strati su strati per evitare di entrare in contatto con il Covid-19, ma non solo. Sono irriconoscibili quando, bardati nelle loro tute anticontaminazione, sono tra i primi ad accogliere donne, uomini, bambini che, dopo giorni estenuanti in mare aperto, mettono finalmente piede sulla terraferma. «Cerchiamo di sorridergli con gli occhi, per fargli capire che sono al sicuro, ora che i contatti fisici devono essere limitati». «Mettiamo la mano al petto e battiamo sul cuore, in questo modo cerchiamo di esprimergli la nostra vicinanza». Un linguaggio universale che non ha bisogno di interpreti.

Angeli in divisa: il simbolo della Croce Rossa sul braccio e nel cuore.

Sono i volontari della Croce Rossa-Comitato Riviera dei Gelsomini.

Dopo un'altra giornata di intenso lavoro, mentre sono ancora impegnati ad organizzare le lezioni online per i nuovi iscritti e a sistemare i generi alimentari da distribuire alle famiglie più bisognose della Locride, ci accolgono nella loro sede di Siderno. «E' un bene confiscato e, dunque, dal grande valore simbolico. - ci spiega la presidente Concetta Gioffrè - Da qui, oggi, noi lavoriamo per cercare di alleviare le sofferenze di tanta gente meno fortunata».

Il gruppo è composto da donne e uomini di ogni età. Studenti, giovani laureati, infermieri, medici, insegnanti, imprenditori, appartenenti alle forze dell'ordine, mamme e papà, pensionati. L'ultraottantenne Zio Gianni (così lo chiamano tutti) è il veterano del gruppo, la dimostrazione del fatto che il simbolo della Croce Rossa si indossa ogni giorno con la divisa e resta impresso sul cuore per tutta la vita.

Si dicono "dipendenti dalla Croce Rossa", perché per loro fare del bene è un bisogno, una vera e propria dipendenza, ci raccontano: «Il sorriso e la gratitudine di chi riceve il nostro aiuto, è per noi la ricompensa più grande».

Sempre in prima linea durante gli sbarchi.

I volontari del Comitato Riviera dei Gelsomini operano su 33 paesi nella Locride, da Samo a Placanica, e sono operativi ventiquattro ore al giorno. «Anche quando sappiamo che il giorno dopo ognuno di noi dovrà alzarsi per svolgere il proprio lavoro, non ci tiriamo indietro. Se ci chiamano in piena notte - raccontano ai nostri microfoni - in pochissimo tempo, anche meno di un'ora, dobbiamo essere operativi».

E di notti senza chiudere occhio ce ne sono state diverse, soprattutto nell'ultimo periodo. I numerosi sbarchi (più di venti in due mesi), specialmente nel porto di Roccella Jonica, li hanno tenuti svegli anche per dodici ore di fila.

Organizzazione e umanità sono gli elementi che contraddistinguono questi volontari. È chirurgica la precisione con cui si muovono durante uno sbarco, organizzati in gruppi, ognuno con il proprio compito: tutto calcolato per evitare qualsiasi tipo di contaminazione, ma dall'altra parte, in egual misura, c'è sempre l'intento di non far mancare il calore umano ai migranti che vengono soccorsi e che, dopo tante sofferenze, capiscono di essere finalmente al sicuro: «Appena arrivano, ci cercano con gli occhi, sanno che di noi si possono fidare».

Il loro è un lavoro di squadra, studiato nei dettagli e che è maturato nel tempo, attraverso innumerevoli esperienze. Attivi da 2005, di strada ne hanno fatta tanta, per arrivare ad essere oggi un punto di riferimento importantissimo nella Locride per famiglie e amministratori.

Impegnati nel sostegno di chi ha bisogno e nella lotta al Covid-19.

«La pandemia - ci racconta la presidente Gioffrè - ha accentuato problematiche già presenti in questo territorio, il nostro impegno nell'ultimo anno è stato maggiore». Con le ambulanze che hanno in dotazione (munite anche di terapia intensiva) e che hanno messo a disposizione dell'ospedale per trasportare i medici ad effettuare i tamponi a domicilio, hanno dato un grandissimo contributo all'intera Locride per la lotta al Coronavirus. E con i loro mezzi trasportano anche i malati che hanno bisogno di essere curati fuori regione e che non possono permettersi di arrivare autonomamente in strutture sanitarie più attrezzate, a Roma o Milano, ad esempio: «Ci contattano tantissime persone - ci spiega il vicepresidente Domenico Panetta - ogni volta dobbiamo valutare bene se il viaggio è fattibile o meno. A volte si parla di viaggi di moltissime ore e spesso i malati che ci chiedono aiuto hanno bisogno di essere monitorati costantemente da medici. La loro sicurezza è la priorità per noi».

Un lavoro costante e silenzioso.

In giro ogni giorno per distribuire farmaci, alimenti, beni di prima necessità. Nel periodo natalizio hanno distribuito anche regali ai più piccoli: «Sono tantissime le donazioni di ogni genere che ci arrivano quotidianamente, la Locride manifesta ogni giorno la propria generosità». Così come è accaduto dopo l'ultimo sbarco di migranti a Locri, quando alla richiesta di aiuto del sindaco, hanno risposto decine di persone che hanno donato cibo e indumenti: «Erano talmente tanti che abbiamo dovuto dire basta, è la dimostrazione del fatto che fare del bene crea una sorta di dipendenza».

«Cosa vi spinge a fare quello che fate ogni giorno?», gli chiediamo.

La risposta arriva immediatamente.

«Ci troviamo costantemente a contatto con la sofferenza delle persone, - ci spiegano - spesso non è facile per noi sopportare di vedere tanto dolore, ma quando ci dicono che siamo i loro "angeli" o ci ringraziano perché siamo riusciti ad alleviare un po' di quelle sofferenze, per noi non c'è ricompensa più grande». Sorridono e si vede dagli occhi, nonostante le mascherine coprano metà del loro volto.

Sulla finestra della loro sede la scritta: "Un'Italia che aiuta".

Fuori di lì il Mondo soffre, ma la sensazione è che con loro nei paraggi sia decisamente un posto migliore.