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Il patrimonio confiscato alle mafie vada in un fondo speciale per il sostegno alle aziende colpite dagli effetti della pandemia

unnamed 1di Gianfranco Bonofiglio - Negli ultimi tempi è tornata alla ribalta la discussione su come utilizzare al meglio le ingenti risorse economiche derivanti dal sequestro e dalla confisca dei beni alle organizzazioni criminali. A gestire l'immenso patrimonio è l'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata attualmente diretta dal Prefetto Bruno Corda. Sull'argomento è stato recentemente pubblicato un bel libro scritto da Franco La Torre ( figlio dell'On Pio La Torre ucciso dalla mafia per la sua legge che istituiva il reato di associazione mafiosa e del sequestro dei beni), Domenico Morace e Elio Veltri dal titolo "L'Oro delle Mafie - il grande affare delle confische" edito da PiperFirst con prefazione di Attilio Bolzoni. Fiumi di denaro, ville e terreni, titoli di Stato, pacchetti azionari, obbligazioni, criptovalute, oro, diamanti, uranio.

Ricchezze faraoniche sequestrate ogni giorno alle mafie che troppo spesso rimangono incagliate nelle reti di uno Stato incapace di amministrarle. L'agenzia Nazionale per i Beni sequestrati e Confiscati, l'organismo che si occupa della gestione dei beni immobili e delle aziende sottoposte a sequestro e confisca, risulta infatti inefficiente. Così - si legge nel libro di La Torre, Morace e Veltri - molto di quanto recuperato torna in mano alla criminalità: una marea di soldi che se ben gestiti potrebbero risanare i conti del Paese". E tali tesi è confortata anche dalla pubblicazione di un recente Report a cura della "Fondazione Antonino Caponnetto" dove si valuta in ben 3.000 miliardi di euro il maxitesoro delle mafie. Basti accennare al fatto che il debito pubblico dell'Italia ammonta a 2.586 miliardi di euro. Ma nell'ambito di tali immensi patrimoni confiscati il denaro liquido, i soldi, dove finiscono, chi li gestisce?. La parte di denaro liquido confiscato è, per legge, gestito dal "Fondo Unico Giustizia".

Già nel 2014 in una inchiesta pubblicata da "La Repubblica" si evidenziava come ben 3 miliardi di euro confiscati alle mafie, invece di essere destinati al necessario e sempre auspicato potenziamento del comparto giustizia - sicurezza fossero stati dirottati agli assestamenti di bilancio. La gestione di tale fondo è attribuito ad Equitalia Giustizia che deve assicurare la gestione finanziaria delle risorse sequestrate rendendole produttive con l'utilizzo di operatori finanziari. Per legge solo il 30% di tale fondo può essere utilizzato mentre il resto affluisce definitivamente nell'apposito capitolo del bilancio dello Stato. La destinazione del 30% del fondo è stabilito annualmente ed entro il 30 aprile di ogni anno con apposito decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Tale destinazione è da suddividere, a sua volta, per un terzo al Ministero dell'Interno per la tutela della sicurezza pubblica, per un terzo al funzionamento degli uffici giudiziari e per il rimanente terzo si può con apposito decreto destinarlo agli stessi ministeri, quello dell'Interno e quello della Giustizia, in caso di urgenti necessità derivanti da circostanze eccezionali.

Ed è su questo ultimo punto che l'emittente televisiva Calabria News 24 ha lanciato l'appello affinché tale percentuale di fondo possa essere adibita a ristoro per la crisi patita per la pandemia ad imprese piccole e medie ricadenti in territori a forte presenza criminale come la Calabria dove le imprese non legate alla criminalità già patiscono tante difficoltà per poter sopravvivere.

Ci si augura che a tale appello possano aderire personalità importanti del mondo della lotta alle mafie e che possa determinare una rivisitazione di una complessa normativa che non utilizza nel modo dovuto quantità ingenti di denaro che potrebbero divenire in questo momento particolare e grave un valido supporto di aiuto anche per evitare che il supporto offerto dalla criminalità in termini di usura non si espanda come, invece, purtroppo sta avvenendo, per come più volte denunciato dal Procuratore Capo della Procura Antimafia di Catanzaro, dott. Nicola Gratteri.