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Premio Sila '49: la presentazione di "Città sommersa" di Marta Barone

È Marta Barone, la terza autrice tra i finalisti 2020 a presentare il suo Città Sommersa, che fornisce una visione inedita sui movimenti di estrema sinistra degli anni '70. Ma il libro non si esaurisce in questo, e parte dal protagonista, il padre dell'autrice, Leonardo Barone, militante del movimento, per prendere tutta un'altra direzione, molto più intima, personale eppure universale. Città Sommersa racconta una parte della nostra storia, quella dei movimenti, delle lotte, dell'impegno, in tutte le loro contraddizioni, con il buono che viene facilmente sovrastato dalla violenza, i leader carismatici ma deleteri che oscurano i militanti ingenuamente e disperatamente fedeli alla linea. "Città Sommersa è anche molto altro, qualcosa che possiamo capire, per esperienza personale, tutti. È una straordinaria riflessione prima di tutto sulla mancanza, e poi sugli altri, sul nostro rapporto con loro e su quanto di loro sappiamo davvero – spiega Gemma Cestari, introducendo l'incontro – Tanto più qualcuno ci è vicino, tanto più ci è estraneo. Come questo padre, nel libro di Barone, così vicino, familiare, eppure sconosciuto in quella porzione della sua vita, certo non marginale, che ha sacrificato all'ideologia e all'impegno politico."

"L.B., come tu chiami tuo padre nella finzione letteraria, è stato un uomo atipico per il suo tempo, un uomo dalle tante vite – esordisce Francesco Graziadio, che ha dialogato con l'autrice – un medico, un operaio, un militante. Come lo vivevano gli altri del suo tempo? Era diverso dal resto dei suoi coetanei, compagni di movimento oppure no?" "Posso dire che è stato un uomo molto amato e molto compreso dai suoi contemporanei. A noi adesso sembra totalmente assurdo – precisa Marta Barone – ma all'epoca anche queste scelte così estreme, quasi monacali, questa totale dedizione a una causa erano giustificate da un momento storico davvero particolare, in cui si credeva alla possibilità di una rivoluzione imminente. Insomma erano sentimenti forti, che generavano comportamenti estremi ma che contestualizzati non erano così assurdi come ci appaiono oggi. Poi c'è stata la delusione, anche violenta per chi ci aveva creduto. Come dico nel libro, L.B. – ironizza l'autrice – era totalmente fedele alla linea, solo che la linea non lo ricambiava". "La tua ricerca sulla figura di tuo padre ti ha condotto a fare molte scoperte, alcune anche difficili da accettare – ha continuato Francesco Graziadio – ti sei mai chiesta cosa sarebbe successo se avessi trovato qualcosa di veramente brutto sul suo conto?" "No, mai. Mio padre non era un violento, era un passionale, un irascibile, ma non un violento. La sua assoluzione, infatti, non mi ha mai stupita, perché la sua purezza d'animo è stata per me sempre evidente, indubitabile." "Servire il popolo è stato un grande dramma, ma anche un momento di grande solidarietà e impegno. I piccoli facevano il bene eppure hanno pagato il prezzo il più alto – ha concluso la scrittrice – mentre nella memoria collettiva sono rimaste solo le violenze".