Reggio al bivio. Peppe Marra: “Riprendersi territorio. Pessimista su ripartenza"

marrapeppedi Simone Carullo - Peppe Marra è un ex consigliere della circoscrizione di Gallico e attivista del Centro Sociale Cartella. Un osservatorio privilegiato, quand'anche di nicchia, per spiare problemi ed esigenze di Reggio ed interpretare da sinistra - cioè da un punto prospettico assolutamente altro rispetto al pensiero dominante in città – la realtà storico-sociale che stiamo vivendo, nonché il percorso che ci porterà al "crocevia" delle elezioni comunali. Estremo bastione, barricata di resistenza, il Csoa Cartella è una realtà viva, nonostante le ferite ancora aperte provocate dall'incendio doloso del maggio del 2012, che attraverso la cultura e la lotta prova a mantenere in vita idee ed ideali di sinistra - genuini e talvolta utopici - che Reggio sembra aver smarrito, o che comunque non trovano altra rappresentanza politica che non nell'attivismo e nella passione di pochi ardimentosi.

Voi come centro sociale rappresentate l'estremo baluardo del pensiero di sinistra in città, un pensiero che si può definire in via d'estinzione – in quanto anche i partiti rappresentativi della sinistra hanno annacquato i loro contenuti e si sono attestati su posizioni moderate -; un pensiero che comunque a Reggio Calabria, per questioni storiche e contingenti, risulta minoritario. Ma cos'è questo pensiero?

Non so se noi ci sentiamo l'estremo baluardo della sinistra, di certo siamo portatori di un pensiero alternativo anche rispetto a quella che viene definita la sinistra tradizionale: sia quella che è confluita nel cosiddetto centrosinistra, sia quella radicale. Un pensiero alternativo che prende le mosse da un posizione completamente diversa rispetto al cosiddetto modello neoliberista, che poi è quello che ci ha portato la crisi, ed anche rispetto alla crisi stessa. Da qui il nostro rifiuto a partecipare alla campagna elettorale, poiché espressione di una democrazia malata che è conseguenza di questo modello. Noi crediamo che ci sia bisogno di un cambiamento radicale, che necessita di un lavoro molto più profondo rispetto all'avere un consigliere comunale o un rappresentante istituzionale. C'è bisogno di lavorare sul territorio, nonostante sia molto difficile in una città come Reggio che sconta tutta una serie di problemi, a partire dalla disgregazione sociale.

Essere un attivista vuol dire anche impegnarsi nel sociale. Cos'è per te l'impegno e cosa vuol dire impegnarsi in una trincea come Reggio?

L'impegno per noi è una cosa quotidiana. Portare avanti un'esperienza come quella del centro sociale, a Reggio, in una città strapiena di contraddizioni che vive un grave disagio sociale, è un tentativo di sperimentare nuove forme di vite. Noi negli anni abbiamo tentato di condurre battaglie sulle vertenze ambientali e sulle vertenze legate alla privatizzazione dei servizi pubblici; certo, sono battaglie parziali, ma sono comunque aspetti della vita sociale che colpiscono trasversalmente e fanno particolarmente male ai più deboli. Tuttavia l'impegno non è solo un impegno politico, ma è provare a condividere uno spazio, a vivere insieme, ad autogestirsi; ragionare con i bambini che vengono a giocare, con gli anziani che si curano l'orticello cercando di combattere l'idea radicata che una cosa pubblica non è di nessuno. La cosa pubblica è di tutti, e quindi dovremmo cercare di farla rendere al meglio. Tuttavia, noi non crediamo affatto di avere tutte le risposte, non crediamo di essere infallibili, cerchiamo solo di seguire quella che noi pensiamo sia la via migliore.

Immigrazione e cultura. Rispettivamente un tema di stringente attualità, che ha sollevato un vespaio di polemiche tanto in città quanto a livello nazionale; ed un bel tema per riempirsi la bocca, in special modo in campagna elettorale.

La questione dei migranti è particolarmente di moda. C'è chi sta agitando lo spettro dell'immigrazione clandestina – non so se strumentalmente o proprio per ignoranza - facendo una confusione pericolosa tra chi viene in Italia in cerca di lavoro, cioè chi a causa di una legge razzista è considerato un clandestino, e chi invece fugge da una guerra, ed è quindi un richiedente asilo, con dei diritti ed uno status completamente diverso. Noi abbiamo tentato di affrontare la questione con i fatti: abbiamo aperto uno sportello per dare consulenza legale ai migranti, ci siamo occupati dei lavoratori sfruttati nei campi prima ancora che esplodesse la situazione di Rosarno, infine, dopo esserci scontrati con l'assurdità dell'attuale legge sull'immigrazione, abbiamo tentato di operare in maniera più pragmatica aprendo un corso di italiano per stranieri. Il problema va affrontato conoscendo la materia e non solo leggendo i roboanti titoli di giornali, o le dichiarazioni strumentali rilasciate da qualche politico in cerca di pubblicità; bisogna affrontarlo con consapevolezza e con una grande capacità di spiegarlo alla gente. Il tema della cultura è fondamentale. Noi tentiamo di dare spazio a tutte quelle forme culturali che vengono strozzate dal mercato della cultura; perché, ormai, come tutti gli aspetti della vita sono piegati alla legge del marcato, anche per la cultura è così: se non è business, se non riempie i teatri, se non riesce a garantire un certo livello economico non trova spazio. Per cui per noi è importante offrire visibilità ad artisti che non hanno un circuito.

Reggio al voto. Cosa ne pensi di questa campagna elettorale dai toni accesi e dai temi spenti?

La campagna elettorale non è un periodo del calendario politico che ci interessa particolarmente. Noi crediamo nella democrazia diretta, la qual cosa purtroppo ormai è diventata solo uno slogan, peraltro fin troppo abusato. Noi scontiamo un allontanamento da parte della cittadinanza rispetto alla vita politica. Il voto, com'è concepito in Italia, non è altro che una delega data in mano ad un uomo che ha fatto della politica una professione. Lo spazio della vita politica è saturato dai partiti. Se la politica tornasse a favorire le assemblee di quartiere, le assemblee popolari, la possibilità che le discussioni tornino in piazza, non come pettegolezzo fatto su una panchina, ma come vero e proprio momento di confronto, avrebbe anche più senso parlare di un consiglio di rappresentanti. Attualmente esistono solo consigli di delegati ... delegati poi non si sa da chi, perché la popolazione difficilmente si riconosce nei politici. Quello che mi sento di denunciare rispetto a questa campagna elettorale è una certa distrazione: noi forse ci stiamo dimenticando che Reggio fa parte dell'Italia e l'Italia dell'Europa. I comuni si stanno trasformando e si stanno riducendo ad essere gli esecutori della politica nazionale, figlia della politica dell'austerity europea. La discussione politica che oggi sta avendo luogo in città trascura questo aspetto, parla d'altro, dimentica che Reggio è gravata da un debito estremamente grande e ciò nonostante dovrà subire l'austerity nazionale, nonché quella europea, e non dice come intende comportarsi in merito a questa questione.

Terminato questo periodo di fermento per le elezioni, quali sono secondo te i problemi più urgenti che la nuova amministrazione dovrà affrontare, e cosa serve a Reggio per diventare una città a misura d'uomo?

Serve che il comune di Reggio torni ad essere il comune dei cittadini e non, come dicevo, il mero esecutore delle politiche nazionali ed europee. Serve un grosso impegno politico ed una forte assunzione di responsabilità. I problemi però sono tanti. La prima cosa che va fatta è un'operazione verità sul debito, quello che comunemente viene chiamato audit del debito. Si è parlato tanto della questione, però va capito che il debito pubblico è qualcosa di strutturale: c'è una parte di debito che è dovuto alla riduzione dei finanziamenti da parte dello Stato, al peggioramento delle politiche nazionali; un'altra parte del debito è invece dovuto al Modello Reggio: alle clientele, alle infiltrazioni, alla malagestione delle società miste. Alla luce di questo, credo che il debito non possa essere pagato dai reggini, come purtroppo hanno tentato di fare i commissari. In secondo luogo bisognerà parlare di servizi: noi siamo per la gestione pubblica dei servizi, una gestione che rimanga senza fini di lucro ed interamente in mano all'amministrazione comunale. Anche guardando ad esperienze passate, molte amministrazioni, in fasi di difficoltà economica come quella che sta attraversando la nostra città, come prima cosa hanno provveduto a reinternalizzare i servizi. Questo significa abbattimento di costi e garanzia di nuovi posti di lavoro. E il primo servizio fondamentale che va reinternalizzato è la gestione dei rifiuti. Noi abbiamo visto e vediamo le nostre strade strapiene di spazzatura, secondo me non è una cosa accidentale. A mio avviso, e mi assumo le responsabilità del caso, si tratta di una situazione studiata: si crea l'emergenza per far accettare ai cittadini qualcosa che in situazioni di normalità non accetterebbero. Detto questo, restituendo al Comune la gestione dei rifiuti si potrebbe parlare di rifiuti come risorse, i quali sono davvero delle risorse che però adesso sono in mano alla 'ndrangheta. Si potrebbe infine proporre il modello di raccolta differenziata porta a porta, un modello che richiede una grande quantità di manodopera, ma al contempo potrebbe auto reggersi proprio perché farebbe tesoro di quei rifiuti.

Reggio al bivio. Il ritorno della politica a Palazzo San Giorgio, la scelta alla quale ogni cittadino viene chiamato, rappresentano un momento storico cruciale per la città, rappresentano un vero e proprio crocevia: la possibilità cioè di oltrepassare le macerie del Modello Reggio ed imboccare una nuova strada. Ecco, cosa dovrebbe fare la città per scegliere la strada giusta?

Io sono molto pessimista circa una ripartenza immediata della città, indipendentemente dalla coalizione che vincerà le elezioni e a prescindere da chi sarà il sindaco. Quindi io mi auguro proprio che non siamo ad un bivio. Naturalmente spero nella ripresa di Reggio, ma credo sia un percorso un po' più lungo rispetto ad una scadenza elettorale. Serve in primo luogo una presa di consapevolezza da parte dei cittadini. C'è poi la necessità di costruire qualcosa che vada al di là dalle elezioni e che abbia come obiettivo il bene della città, fermo restando che dal nostro punto di vista costruire qualcosa per la città vuol dire riappropriarsi del territorio, dei servizi, non svendere il patrimonio pubblico, ma provare a creare tutta una serie di forme di reddito a partire dalle cooperative di gestione. Si parla sempre di turismo, ebbene io penso davvero che vi sia la possibilità di costruire del turismo attorno alla nostra città, ma che non sia il turismo mordi e fuggi della Costa ad esempio, bensì un turismo a trecentosessanta gradi, che nasca dalla reale valorizzazione del territorio, della storia della città, dei paesaggi naturali, del mare e della montagna. Un patrimonio che altrove avrebbe ben altro tipo di valorizzazione. Ecco, il concetto stesso di valorizzazione va rivisto.