"Voce del verbo restare". Maria Carmela Longo

longomariacarmeladi Valeria Guarniera - Direttrice del Carcere di San Pietro di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, ha le idee chiare ed una solarità che la spinge ad entusiasmarsi per il lavoro che porta avanti. Ma anche un carattere forte e deciso, che la aiuta ad affrontare le difficoltà di un lavoro pieno di responsabilità. Un percorso iniziato  quasi per caso , che l'ha portata lontano da casa per poi farla  tornare spinta da un forte attaccamento  alle sue radici, che ama profondamente, ma che a volte percepisce come catene dalle quali, comunque, non è sicura di volersi liberare

Quale è stato il percorso che l'ha portata a decidere di voler intraprendere questa carriera?

"Quello che mi ha portato a svolgere questo lavoro è stato un percorso che definirei casuale. Appena laureata mi feci convincere a presentare domanda per questo concorso, ignoravo completamente questa dimensione, né mi interessava conoscerla.  Ho partecipato al concorso per accompagnare un' amica e anche – devo ammetterlo – spinta dalla voglia di fare una breve vacanza a Roma. E' successo che ho superato lo scritto. A quel punto, approfittando dell'occasione, mi sono messa a studiare per l'orale, senza pensare alla concreta possibilità di intraprendere questo lavoro. Una volta superato l'orale – arrivato il momento della scelta della sede – il desiderio era quello di andare via da Reggio Calabria e indicai la Lombardia. Ancora prima delle dinamiche del tipo di lavoro, che disconoscevo completamente: la spinta principale era quella di andare via. Fui mandata in Lombardia, dove rimasi per qualche anno, girando molti istituti della Regione. Poi una situazione personale mi portò a scegliere di tornare: non mi sentivo più la persona solare e sorridente che sono, ero diventata una persona triste, pur essendomi inserita bene nel contesto. Scoprii che la causa della mia depressione era l'ambiente che mi circondava: notavo la difficoltà nel creare relazioni come le intendiamo noi, spontanee, genuine. Avevo relazioni in quanto direttore del carcere, non in quanto persona. Un'altra causa del mio malessere era il clima: non sopportavo più quelle giornate grigie. Tutto questo associato ad una situazione spiacevole che, in quel periodo, ho vissuto: durante le ferie entrarono i ladri in casa con modalità discutibili, nel senso che i vicini avrebbero dovuto sentire. In realtà nessuno si è preoccupato.  Mi resi conto della solitudine: lì ognuno conduce la propria vita. Nel frattempo si era liberato un posto in Calabria e in pochi giorni feci la domanda e tornai giù, a casa.. mi mancava il mare. Da punto di vista professionale a Como mi trovavo bene, l'ambiente era molto stimolante. Però credo che se una persona non è in pace con se stessa, se non ha un proprio equilibrio non può svolgere bene il proprio lavoro, qualunque sia"

Un mestiere, il suo, che da molti è considerato "maschile". Durante la sua carriera, ha dovuto fare i conti con questo pregiudizio?

"Le difficoltà ci sono state e sono state notevoli, anche perché più di vent'anni fa – quando presi servizio – eravamo le prime donne e nel mio concorso eravamo in maggioranza donne. Quindi eravamo le prime ad entrare con funzioni direttive, a capo di una struttura in un contesto esclusivamente maschile. Il pregiudizio legato al sesso, per cui "sei donna e in questo campo non capisci niente", aggravato dall'ulteriore dato oggettivo, per cui "in più non hai esperienza, sei ignorante del mestiere" dava vita ad una miscela esplosiva. Io però sono stata estremamente fortunata perché nell'istituto dove fui assegnata ebbi la fortuna di trovare un direttore che mi affiancò e che – guarda caso – era una donna, una grande donna: Francesca Fabrizi. E, proprio perché c'era questo direttore donna, tutto il personale maschile  era già preparato a convivere con una figura femminile e a ricevere ordini e disposizioni da una donna. Era, a prescindere da tutto,  comunque un ottimo personale,disponibile e pronto a condividere anche l'esperienza professionale mettendola a disposizione dell'ultimo arrivato, quale ero io. C'era un ottimo comandante di reparto che mi prese per mano e mi guidò passo passo . Non ho subìto nessuna penalizzazione per essere donna, tra l'altro, alle prime armi"

E qui, in Calabria – e al Sud in generale – c'è ancora qualche difficoltà nell'accettare che una donna ricopra ruoli di responsabilità?

"Non credo, abbiamo superato abbondantemente i pregiudizi. Proprio in Calabria le donne, per mancanza di altre opportunità lavorative, sono quelle che vanno più avanti con gli studi. Quindi, molti incarichi direttivi e dirigenziali, in effetti, sono ricoperti da donne. Anzi, ricordo un episodio di quando vivevo nel "moderno Nord" di un giornalista che – cercando il direttore del carcere per un'intervista – vedendo me restò a dir poco sconvolto per aver visto una donna"

In un mestiere come il suo, quanto conta il lato umano? Che rapporto ha con i detenuti?

"Non ho mai avuto difficoltà nel rapportarmi a loro, anche perché mi è stato insegnato – appunto, dalla direttrice che mi ha accompagnata nei primi passi – che prima di considerarli detenuti, li avrei dovuti considerare persone. Tant'è che una mia regola fondamentale è quella di evitare di sapere per quale reato sono dentro. Magari lo so in linea generale, giusto perché leggo la notizia o vedo le carte; però il reato che hanno commesso non mi riguarda. Sono persone a cui io sono chiamata a dare risposte, a organizzare la vita, a risolvere problemi e anche ad ascoltarli. Ed è stato  questo abito mentale che mi è stato consegnato e che ho fatto mio a  far si che non incontrassi mai nessun tipo di difficoltà. In questo senso devo dire che l'essere donna è un valore aggiunto, in un doppio senso: prima di tutto per la sensibilità femminile, l'attenzione, la capacità di ascolto, di comprensione e di risoluzione dei problemi che, secondo me, appartiene all'universo femminile. L'altro aspetto, altrettanto importante, e che registro maggiormente qui al Sud, è che comunque l'uomo ha rispetto della donna e questo principio è ancora più forte per i detenuti: il detenuto calabrese ha grande rispetto per l'istituzione donna"

Recentemente ha affermato che il carcere di San Pietro è il più difficile d'Italia. Si spieghi meglio

"Certamente è un carcere inserito in una reaktà difficile, con molte prpblematche. C'è un problema di sovraffollamento, ma non è questa l'unica condizione a determinare le criticità, non fosse altro perché è comune a tutti gli istituti penitenziari italiani. Quindi le condizioni particolari sono altre. Intanto le pessime condizioni della struttura: gli ultimi dieci anni li ho passati  a fare l'ingegnere, l'architetto e quasi il muratore per realizzare una struttura accettabile, dove si possa vivere in maniera decorosa e stiamo per terminare la ristrutturazione completa di tutta la struttura. Era dunque una struttura vecchia, fatiscente e comunque piccola per il contesto della città: 250 posti – questa sarebbe la capienza massima -  per una città come Reggio Calabria è assolutamente insufficiente. Tutto ciò comporta nella quotidianità dover costantemente movimentare i detenuti in un via vai continuo che, proprio per i numeri, non è semplice (dovendo valutare tante circostanze). A questo si aggiunga  – proprio perché Reggio Calabria ha questa connotazione di grandi operazioni di polizia che si traducono poi in celebrazioni di processi – l'impegno di tutto il personale, soprattutto della polizia penitenziaria, di garantire la presenza dei detenuti nei processi. Abbiamo avuto momenti di grande sofferenza per non essere in grado – a causa delle poche risorse a disposizione – di far fronte a tutte le richieste di traduzioni. C'è una grave carenza di personale e anche questa non è una condizione solo della nostra città però qui può avere delle ripercussioni notevoli. Devo dire che dopo anni di lavoro siamo comunque riusciti a garantire un certo equilibrio e stabilità. A spiegare le difficoltà è il sovraffollamento legato alla carenza di personale e di risorse economiche: aumentano i detenuti, diminuisce il personale e diminuiscono i fondi a disposizione e far quadrare il bilancio è un'impresa"

Recentemente ha detto che "bisogna offrire situazioni preventive alla sofferenza umana e non intervenire solo dopo la commissione dei reati". Fondamentale, quindi, il ruolo della prevenzione e, nella fase successiva, della rieducazione...

"Siamo abituati a lavorare sulla quotidianità, senza andare alla ricerca di macrosoluzioni risolvendo i problemi di volta in volta. E' giusto che chi ha commesso un reato sconti la sua condanna, ma lo deve fare in ambienti decorosi con il giusto riconoscimento di quello che per legge gli spetta: un vitto adeguato; adeguati colloqui con i familiari ecc.. sono tutti servizi che devono essere resi e che comportano un impegno che non è limitato alle sei ore lavorative ordinarie, è un impegno che non ha interruzioni. Per chi è già stato giudicato prevenzione significa rieducazione: bisogna lavorare sulle coscienze, sull'io del singolo perché cambi stile di vita. Ogni detenuto costa allo Stato giornalmente 130 euro: moltiplichiamo per 365 giorni e per 67 mila detenuti. Allora mi chiedo: a chi conviene a queste condizioni tenere chiusa una persona che, una volta scontata la sua condanna, uscirà, senza essere stata  rieducata? Noi ci ritroveremmo fuori una persona peggiore che probabilmente commetterebbe altri reati più gravi. Una tale logica non conviene in termini economici e non conviene per la stessa sicurezza nostra. Allora è giusto investire anche risorse economiche per creare diverse condizioni personali, strutturali, sociali. Perché se è vero che c'è una parte di persone che fa una scelta consapevole di vita criminale (per le quali è comunque previsto un regime rigido e rigoroso) la maggioranza dei detenuti nelle carceri italiane è gente che ha commesso un reato o in un momento di follia, o perché avente problemi di altra natura (per es. i tossicodipendenti) o disperati che non sanno come andare avanti o chi per necessità (senza volerli giustificare in alcun modo) ha bussato alle porte sbagliate. E c'è poi, negli ultimi anni, un'altra grande categoria che è costituita dagli stranieri: un terzo dei detenuti delle carceri italiane è costituito da stranieri. E un terzo è anche l'equivalente di sovraffollamento nazionale. Non voglio essere fraintesa: non è razzismo, dico solo che bisognerebbe attuare una politica per gli stranieri. Lo stesso discorso vale per i tossicodipendenti: queste persone hanno bisogno di essere prima curate. O meglio, curate e custodite nello stesso tempo. La stessa cosa anche per le persone con problemi psichiatrici: stanno per chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari e questo sarà un altro problema che si riverserà in tutti gli istituti penitenziari. Se la situazione fin'ora non è implosa è grazie alla disponibilità e professionalità del personale della polizia penitenziaria. Una delle soluzioni potrebbe essere far scontare ai detenuti stranieri la condanna nei loro paesi d'origine; i tossicodipendenti in comunità adeguate con le aziende sanitarie che si fanno carico della loro cura e riabilitazione. Tenere, poi, il soggetto con problematiche psichiatriche chiuso in carcere, non curarlo adeguatamente, significa non risolvere assolutamente il problema. Ci dovrebbe essere un'assunzione di responsabilità da parte di tutte le componenti del sistema, non và bene scaricare tutto sul carcere. Così si potrebbe attuare meglio la funzione rieducativa della pena: si parla di trattamento rieducativo personalizzato perché per ognuno c'è un percorso specifico"

Ma questo percorso rieducativo dà effettivamente i suoi frutti?

"Tentare una rieducazione ed il reinserimento nella società  vale sempre e comunque la pena perché mai nessun uomo dovrebbe essere abbandonato al suo destino. La testimonianza – che non avviene con le parole ma con i fatti – di un soggetto recuperato vale molto di più di tutto il lavoro che si può fare per gli altri detenuti. Serve anche da deterrente. Ho visto situazioni positive di cambiamento, però una volta usciti di qui perdo il contatto con loro. magari li incontro per strada, ma non so se effettivamente quel cambiamento continui. L'impressione, il più delle volte, è positiva. A volte mi chiedo chi me la fa fare: è un lavoro che mi coinvolge e prende gran parte del mio tempo. Mi serve da stimolo la convinzione a cui molti giungono, e cioè che si può cambiare. Cosa poi ci sia realmente nell'animo della persona noi non lo possiamo sapere. Io tendo ad essere fiduciosa"

In conclusione: resto in Calabria, perché?

"Devo ammettere che spesso penso di andare via, più che altro perché ho paura per il futuro di mio figlio: sappiamo benissimo che questa terra purtroppo non offre molto. Poi però resto "fregata", perché mi basta un successo, una gratificazione per credere che comunque ne valga la pena. C'è un legame inspiegabile che mi tiene attaccata alla mia terra, avvinghiata come se fossi legata con delle catene. Ma poi basta una bella giornata di sole per ricascarci di nuovo. Ed eccomi ancora qui: non saprei stare senza questo mare"