"Voce del verbo restare". Alessandro Carere

carere alessandrodi Valeria Guarniera - Impegno, determinazione, umiltà e consapevolezza: potrebbe essere questa la definizione della parola "talento". Ne è convinto Alessandro Carere, giovane promessa e orgoglio calabrese. Classe 1980, la musica è la sua scelta di vita. Diplomato a 16 anni col massimo dei voti presso il Conservatorio F. Cilea di Reggio Calabria, poi corsi di perfezionamento, viaggi e concorsi lo hanno consacrato un talento nel suo campo: primo flauto presso l'orchestra del teatro Francesco Cilea, fondatore, direttore artistico  e insegnante dell'Accademia Flautistica di Reggio Calabria, è continuamente in sfida con se stesso, alla ricerca della perfezione. Giovane e determinato, forte di tutti i successi ottenuti ma consapevole che la strada è ancora lunga e la vita è piena di sorprese. Una certezza: il flauto, di cui non riesce a fare a meno. E una speranza: che anche questa terra possa crescere e che gli possa dare, nel tempo, la giusta motivazione per restare

Da giovanissimo hai intrapreso la strada della musica e, a soli 16 anni, hai conseguito il diploma di flauto con il massimo dei voti presso il Conservatorio "F.Cilea" di Reggio Calabria. Com'è nata questa passione?

"Non è partita da me: mio fratello già suonava la chitarra quindi l'idea era quella di farmi suonare uno strumento che lo potesse affiancare. Hanno scelto per me ma da subito io e il mio strumento siamo diventati inseparabili: ho iniziato a suonare e non ho più smesso. Ho avuto nel corso degli anni qualche ripensamento e ho anche lasciato qualche lavoro importante ma poi più di dieci giorni senza suonare non sono mai stato"

Una passione che richiede impegno, devozione e determinazione. Una vita, la tua – seppur giovanissimo -  vissuta tra gli spartiti e le infinite ore passate a suonare per perfezionare la tecnica. Cosa ti ha spinto ad andare avanti?

"Fare il musicista è una scelta di vita. Non è un lavoro, non è una passione, non è un hobby: è un miscuglio di cose messe insieme. E' una scelta di vita che prende tantissimo tempo: non fai che suonare e quando non stai suonando stai pensando a come suonare meglio; quando hai fatto una buona esecuzione ti accorgi che la vuoi migliorare. Alla fine ci si dedica interamente a questo e anche le esperienze di vita si trasformano in quello che esprimi suonando. A spingermi ad andare avanti la gratificazione, perché è vero che si fanno tantissimi sacrifici però quell'applauso – che riconosce il tuo lavoro – sicuramente ti dà la spinta necessaria. Spesso suonare diventa anche una sfida con se stessi, una continua ricerca della perfezione. Certo, la perfezione non esiste – e soprattutto la musica, non è un'arte perfetta – però tentare di raggiungerla ti permette di crescere professionalmente e umanamente: riuscire a vincere una sfida con lo strumento significa vincere una sfida con te stesso e tutto questo ti dà una grande forza di volontà e determinazione nell'affrontare la vita"

Il tuo lavoro ha portato a risultati importanti: innumerevoli concorsi vinti e riconoscimenti di stima e merito da parte di grandi maestri. C'è qualcuno a cui senti di dover dire grazie?

"Sicuramente devo ringraziare i miei insegnanti, primo fra tutti Bruno Cavallo che è stato il primo flauto della Scala. Lo ringrazio perché non è stato buono con me: mi ha sbattuto in faccia la realtà, come poche persone fanno. E' stata dura resistere, però grazie a lui sono diventato un professionista. Tutto parte dalla consapevolezza:  soprattutto qui viviamo in una situazione in cui tutti sono fin troppo elevati e la mediocrità è diventato l'alto livello. Quando però si và fuori – come ho potuto constatare nei vari concorsi a cui ho partecipato – la competizione diventa alta. E quando poi si entra nel mondo del lavoro, soprattutto ad una certa età, o vali davvero o non c'è niente da fare: se sei primo flauto in orchestra, non c'è raccomandazione che tiene: devi suonare e lo devi fare bene. Certo, ti possono tenere anche se suoni male perché c'è il favoritismo. Ma è sotto gli occhi e le orecchie di tutti. Il problema è che ognuno dovrebbe avere una dignità morale e artistica tale da dire cosa fare e cosa no, come farlo e come lo si sta facendo. L'umiltà e la voglia di migliorarsi, nel nostro lavoro, sono componenti del talento musicale: l'intelligenza e la capacità di capire i propri limiti fa parte dell'essere un talento perché se non ci si pone questi problemi difficilmente si può migliorare"

Nella tua carriera professionale, c'è una tappa che reputi fondamentale?

"Una svolta l'ho avuta quando ho deciso di non intraprendere carriere orchestrali fuori. C'era la possibilità di andare in Germania, fare il Conservatorio Superiore e poi intraprendere una carriera orchestrale all'estero. Quella è una tappa importante, perché ho scelto di rimanere. Scegliendo di rimanere, ho dovuto ingegnarmi per fare il musicista qui e per fortuna – avendo tutte le sfaccettature della professione (insegno flauto, sono direttore artistico, ho organizzato dei concorsi) ci sono riuscito. E questo mi ha portato a creare l' Accademia Flautistica"

Sei Direttore Artistico dell'Accademia Flautistica di Reggio Calabria, una scuola di alta formazione musicale che è considerata una vera eccellenza del Sud Italia e non solo, dove sei riuscito a portare maestri di fama internazionale.  Raccontaci questa esperienza.

"L'idea è nata da un'esigenza. Io sono stato fortunato ad avere l'appoggio – oltre che morale anche economico – dei miei genitori che, finchè ce n'è stato bisogno, mi hanno sostenuto nei viaggi che facevo per studiare. Non tutti però hanno questa fortuna. L'obiettivo, quindi, era quello di creare qui un'accademia di tutto rispetto che permettesse di coltivare il proprio talento senza doversi necessariamente spostare. Ne è venuta fuori una scuola che attualmente è un punto di riferimento per il Sud Italia. Questo sarà un anno importante perché abbiamo il corso annuale del primo Flauto della Scala che verrà una volta al mese e sarà a disposizione di tutti i flautisti del Sud. Da Roma in giù non c'è un'altra accademia così, in grado di portare questi nomi con questa frequenza. Chiaramente tutto questo senza finanziamenti pubblici: facciamo quello che possiamo e questo ci gratifica molto"

Insegni a tanti giovani che hanno la tua stessa passione. Ti chiedo: hanno anche la tua determinazione?

"Io insegno a tutte le fasce d'età, dal bambino che soffia sul flauto per la prima volta al professionista che fa già i concerti. La determinazione ce l'hanno, soprattutto i più piccoli. Il problema è che, man mano che crescono, non vedendo una prospettiva, questa determinazione viene meno. Spesso si inizia a suonare perché è ci si sente portati, c'è il talento, poi però subentra il problema del lavoro e gli stimoli vengono meno: si comincia a pensare di dover andare fuori, perché qui non c'è uno sbocco. Difficilmente si presenta la possibilità di insegnare e non c'è neanche un'associazione concertistica. Non c'è sinergia tra Conservatorio e Teatro: in tutti i Conservatori d'Italia, l'insegnamento dei bienni viene affidato alle prime parti dell'orchestra della città e questo consente di dare un'offerta formativa sicuramente importante. Il consiglio che dò loro è di essere determinati, di partire dal concetto che le cose bisogna farle non per quello che viene ma per quello che si sente. Sono convinto che chi investe in qualcosa che lo appassiona e in cui crede, alla fine riesce. Se si lavora prima o poi i risultati arrivano "

C'è  quindi la convinzione che per emergere in campo artistico si debba necessariamente andare via perché questa città non offre tante possibilità. E' così? quali sono le maggiori carenze?

"Io non credo che si debba per forza andare via. Il mestiere di musicista è sostanzialmente artigianato: bisogna andare da chi lo sa fare e rubargli il mestiere. C'è da dire però che vivere in un territorio che è stimolante, sicuramente è fondamentale. In tutto il mio corso di studi a Reggio Calabria avrò sentito due concerti dal vivo di flauto, in dieci anni e il Teatro è stato sempre chiuso. E' chiaro che un ragazzo di Milano vive una realtà differente, più stimolante e ricca da questo punto di vista. Non si investe sulla cultura e alla base di tutti i problemi c'è proprio questo. E' dalla cultura che bisogna ripartire"

C'è una crisi del teatro? Le attuali amministrazioni, secondo te, danno la giusta importanza alla cultura?

"Il teatro non c'è, di fatto. C'è la struttura, esiste l'immobile ma non c'è una formazione. A Reggio Calabria non c'è il teatro. Ci sono stati dei tentativi, si è partiti bene però non basta. Un concerto, per quanto importante, è un concerto: non rappresenta un cambiamento. Per quanto possa essere bravo l'artista, per quanto possa aver contribuito, un concerto rimane un concerto. Una svolta importante sarebbe l'apertura di un Liceo o l'istituzione di un'orchestra stabile. L'impegno c'è da parte delle istituzioni. Il problema più grande è che non si dà ascolto a chi è del settore. Essere appassionati di musica non significa saper gestire tutto quello che c'è intorno. Se ci fosse più collaborazione – se gli addetti ai lavori e le loro proposte fossero tenuti in maggiore considerazione – si potrebbero trovare le giuste soluzioni"

In conclusione, resto in Calabria. Perché?

"Ho ancora tanta strada da fare ed è una domanda che a volte mi faccio anch'io. Sono troppo giovane per rispondere, lo farò fra qualche anno. Intanto resto, il perché lo scoprirò per strada"

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