"Voce del verbo restare". Filippo Cogliandro

cogliandrofilippodi Valeria Guarniera - Essere ambasciatore della ristorazione antiracket nel mondo significa avere cuore e professionalità. E Filippo Cogliandro – chef del ristorante gourmet L'Accademia, a Lazzaro (RC) – questa "carica" così importante se la merita tutta. Le esperienze di vita lo hanno portato ed essere l'uomo che è oggi: sensibile e discreto, ma anche forte e coraggioso, ha deciso di ribellarsi dicendo no a chi gli chiedeva di pagare il pizzo.  E' un simbolo di legalità, Filippo, e un esempio di correttezza. E' un uomo del Sud, profondamente legato alle sue radici.  Ma è soprattutto  – e prima di tutto – uno chef che, innamorato del suo mestiere, parla attraverso i suoi piatti, raccontando una Calabria buona e saporita, che ha bisogno di essere valorizzata e apprezzata. Cuore e professionalità, dunque: due ingredienti che nella cucina di Filippo, e nella sua vita, non mancano mai.

La tua storia, fatta di coraggio e dignità, ha radici lontane: negli anni '80 il distributore di famiglia fu preso di mira dai criminali e tuo padre, suscitando grande clamore, denunciò e fece arrestare i suoi estorsori, schierandosi apertamente contro le cosche. Tuo padre, forte e coraggioso, esempio di onestà e concretezza: quanto hanno influito le sue scelte nella tua vita? Che ricordo hai di quegli anni?

"E' stato sicuramente un grande esempio. Qualcuno ancora oggi dice che quelli erano semplici criminali e che non c'è motivo di chiamarla mafia. Ma una persona che cerca di imporsi su un territorio, che cerca di avere potere sugli altri, se non è mafia, cos'è? E' un atteggiamento mafioso e quella che mio padre ha subìto era mafia a tutti gli effetti. Ricordo benissimo quegli anni, ero molto giovane. Mio padre ci insegnava a vivere la società di allora: non avevamo – pur lavorando tutti, indistintamente, sull'area di servizio – quello che si può definire stipendio (la cosiddetta paghetta). Provava a insegnarci il valore del denaro e ci dava la possibilità di prendere ciò che ci serviva, in una vera e propria formazione mentale continua in cui il non ostentare era sicuramente il primo insegnamento. Mio padre era una persona molto umile e mia madre una persona fantastica che ha lasciato il segno in chi l'ha conosciuta. Ci hanno insegnato a metterci sullo stesso livello degli altri, a prescindere dai soldi o dalla posizione sociale. Quella spiacevole situazione, che ha sconvolto all'epoca le nostre vite, è stata fondamentale per la crescita di tutti noi. Tutto iniziò da una rapina fatta sull'area di servizio: mio padre riconobbe il rapinatore e lo fece arrestare. Da lì una serie di problematiche e – in una sorta di reazione a catena – un susseguirsi di eventi spiacevoli: la macchina incendiata, il portone sparato, le taniche di benzina al distributore pronte per far scoppiare un incendio. Fino a quando mio padre venne gambizzato. Fu un colpo fortissimo per tutti noi: non ci aspettavamo che la situazione avrebbe portato a questo. Noi – guidati dall'incoscienza della giovane età – volevamo rispondere a quel gesto vile. Ma mio padre diceva "vedrete che adesso ci lasceranno in pace" e così è stato: ci lasciarono in pace, in una sorta di rivendicazione del fatto che erano loro, comunque, i più forti e che spettava a loro decidere di volersi fermare, lasciando un segno indelebile "

Poi, molti anni dopo – come in una sorta di maledizione – anche tu hai dovuto fare i conti con chi pretendeva che pagassi il pizzo. Come hai vissuto quei momenti? Che rapporto hai con la paura?

"Si, è toccato anche a me e non lo avevo assolutamente messo in conto. Avevo – qualche anno prima – preso questo locale spinto dai miei ex alunni, entusiasmato dall'idea di farlo rinascere. I miei primi collaboratori furono proprio i miei ex alunni. Quella del 2008 fu davvero una gran bella stagione estiva. Poi, mio padre morì nel mese di ottobre e a dicembre ebbi i primi contatti da persone che, comunque, frequentavano il ristorante. Mi diedero un appuntamento e – con un discorso abbastanza diretto – mi dissero che stavano rientrando nel territorio e che avrebbero avuto la possibilità di darmi tutta la protezione che mi serviva. In cambio avrei dovuto pagare, sottolineando molto gentilmente che lo avrei dovuto fare senza crearmi problemi: quello che potevo, quando potevo: «quando si viene a mangiare qui c'è un pensierino per i cugini». Ho avuto molta paura, però la decisione fu facile e immediata. La presenza dei miei figli è sicuramente stata uno stimolo in più: non mi sarei mai perdonato per non aver lottato e oggi mi sento apposto: ho cercato veramente di fare qualcosa per loro"

"Denunciare conviene – lo hai detto tu stesso – è un investimento dedicato alla propria dignità e libertà". E' però un gesto che a volte non viene compreso e chi lo fa – purtroppo – spesso viene isolato. In quell'estate che tu hai definito tragica – il tuo locale ha risentito di questa tua presa di posizione e la gente non entrava più.  Ad abbandonarti, lasciandoti solo, anche chi aveva i mezzi per aiutarti: "non potevo pagare gli stipendi, né i contributi – hai raccontato – le banche mi avevano chiuso le porte. La Prefettura aiuta i pentiti, ma le vittime di mafia sono lasciate sole". Spiegati meglio: denunciare conviene realmente?

"Ci fu un'azione immediata da parte della Procura che all'epoca mi lasciò un po' perplesso. C'è una parte di Calabria che ha paura, che non vede tutelata la persona che ha denunciato, pertanto decide di non frequentare chi si espone. I problemi sono stati tanti e ancora faccio i conti con una situazione che pian piano comunque migliora. Però lo ribadisco: denunciare conviene, assolutamente. Lo rifarei immediatamente, senza pensarci. Quello che però sto cercando di far capire è che c'è qualcosa nel sistema che andrebbe migliorato. Lo Stato ha sicuramente creato delle leggi di sostenimento e di aiuto alle vittime. Ma sono leggi che in realtà non agevolano chi ha deciso di compiere un'azione così importante, prima di tutto per se stesso: io non mi sento assolutamente un eroe, né voglio esserlo. Io mi sento un cittadino che ha fatto il suo dovere e che, prima di tutto, lo ha fatto prima di tutto per se stesso, per la famiglia e di conseguenza per la società. Se ho denunciato l'ho fatto per me, per i miei figli e per il mio territorio perché io voglio stare nella mia terra: non voglio essere costretto ad andare fuori. Non era mai successo che un commerciante denunciasse ancora prima di iniziare a pagare: di solito, purtroppo, si arriva alla denuncia quando la situazione diventa insostenibile e il pericolo anche per la propria vita diventa evidente. All'inizio si tende a cedere. Il mio è un caso assolutamente unico. Quello che cerco di mettere in evidenza, sforzandomi di farlo comprendere anche alle Istituzioni, è che ci sono evidentemente delle falle. Ho passato dei momenti difficilissimi, in cui non riuscivo a pagare i fornitori, gli stipendi e i contributi. I miei ragazzi sono stati eccezionali, si sono messi da parte – continuando a lavorare con me – dicendomi di pensare alle spese più urgenti e di togliermi i pensieri con le banche. Le banche non aiutano: credo che lo Stato dovrebbe imporre loro, attraverso una legge, un'apertura alle vittime. In quel periodo abbiamo vissuto nello sconforto totale. Nel frattempo  ero stato escluso dalla Prefettura dagli aiuti economici, per un mio ritardo nella richiesta del risarcimento: ciò significa che chi è vittima deve presentare la domanda entro la chiusura del primo grado. Ho pensato di presentarla alla fine del processo (visto che c'è anche il rischio di dover restituire i soldi nel caso in cui la sentenza giudichi innocente chi ha tentato di estorcermi il denaro) perché, purtroppo, queste cose non si sa mai come vanno a finire: oggi abbiamo personaggi importanti che fanno enormi danni e vengono riconosciuti innocenti. La legge è fatta male e lo Stato deve essere più credibile nell'aiutare le vittime di mafia"

Le cose poi sono lentamente migliorate. Chi ti ha aiutato a superare un periodo così difficile?

Prima di tutto devo ringraziare i miei ragazzi, sono le prime persone in assoluto che meritano questo mio grande grazie  per tutto quello che sono riusciti a fare nell'attività, per il sostegno che mi hanno dato. Poi la mia famiglia, mia moglie ha avuto una grande pazienza a sopportare questa situazione. I miei fratelli che hanno da subito appoggiato la mia decisione. Un grazie và alla Procura, ricordo il Comandante Ferdinando Mazzacuva della Guardia di Finanza, una persona di una sensibilità unica che mi ha seguito e che ha mostrato una grande sensibilità. Sicuramente devo ringraziare Libera e don Ciotti che dopo 15 giorni dalla mia denuncia, mi telefonò da Parigi facendomi sentire la sua presenza. Ricordo che feci un sospiro: non ero solo. Anche le altre associazioni mi hanno dato un grande appoggio. La grandezza d'animo di Claudio la Camera, che mi ha portato anche fuori a fare importanti esperienze di legalità, mettendo in luce anche la mia professionalità. Un aiuto fondamentale l'ho avuto dal sindaco di Motta San Giovanni e da tutto il Comune, che si è impegnato con me e con l'attività dandomi un aiuto fondamentale. Tra l'altro il Comune di Motta  è stato l'unico – o uno dei pochi – a costituirsi parte civile in un processo di mafia, dando un segnale fortissimo di legalità. (E apro una parentesi per dire che in sede d'appello né io, né il Comune di Motta e né la Provincia ci siamo potuti costituire parte civile perché non è arrivata nessuna comunicazione dal Tribunale di Reggio Calabria sulla presentazione d'appello che era stata fatta: agli atti non c'è nessuna lettera indirizzata a noi. La cancelleria si è giustificata dicendo che se ne erano dimenticati).

Di fronte al tuo ristorante c'è una bellissima spiaggia che ha, probabilmente, un valore aggiunto: è la prima spiaggia di Libera. Com'è nata l'idea?

"Ricordo che don Ciotti, nell'aprile del 2012, venne a cena qui. Uscimmo a parlare un po' e a guardare il mare e la luna (che quella sera, ricordo, era bellissima) e lui vide questa spiaggia che pian piano stava rinascendo. Mi chiese se a portare quella sabbia erano stati i camion ed io risposi che era stato il Padreterno che ha fatto venir fuori questa spiaggia e che la natura stava riconsegnando a questo meraviglioso litorale quello che già c'era. Gli spiegai che la mia intenzione era quella di fare una spiaggia libera, che noi avremmo provveduto a mantenere pulita e che avrebbe garantito ai bagnanti – senza alcun costo – alcuni servizi, dando la possibilità alla gente di mettere i propri ombrelloni liberamente. Don Ciotti, entusiasta, allora mi disse: "bene, allora faremo la spiaggia di Libera".

Impegno antimafia, sicuramente, ma anche buona cucina e un'ospitalità tutta calabrese. Recentemente ti sei aggiudicato il secondo posto nella sezione Ristoranti Gourmet, nell'ambito del Premio Nazionale "Ospitalità Italiana 2013". Il lavoro e i sacrifici, dunque, vengono sempre premiati?

"Si, parliamo di legalità. Ma non ci dimentichiamo che, prima di tutto, sono uno chef. Abbiamo vinto questo premio e siamo riconosciuti come eccellenza gastronomica calabrese. Noi vogliamo rimanere su questo territorio e rimanere non significa solo fare la lotta alla 'ndrangheta, ma essere professionali e lavorare bene. Cerco di fare apprezzare ai miei clienti una buona cucina che viene anche dall'utilizzo dei prodotti del territorio. Spingo molto sulla mia cucina:sono riuscito a coinvolgere, fuori Reggio Calabria, blogger e giornalisti con cui comincerò un percorso in giro per le città dove la legalità ha un ruolo fondamentale ma la cucina avrà il predominio. Parlerò attraverso i miei piatti.  Per me è importante parlare di legalità, ma è giusto farlo attraverso la mia professionalità. Cucinare è la cosa che più mi entusiasma. Una cucina è come un'orchestra: c'è il direttore – che è lo chef – che dirige. E la musica che viene fuori è bellissima, nasce dalla collaborazione di tutti e ti fa star bene e ti senti così carico di tutta questa musicalità che la stanchezza non ti ferma"

La Calabria è una terra bellissima e malata, che a volte resta adagiata sui suoi mali però, forse, qualcosa si sta muovendo: il tuo locale và bene e la spiaggia è sempre affollata. Venire da te – che sei stato nominato ambasciatore onorario della ristorazione antiracket nel mondo -  significa anche decidere da che parte stare. Pensi che ci sia una reale voglia di rinascita?

"C'è sicuramente una voglia di rinascita. Fino a qualche anno fa se ne parlava molto di meno e alcuni termini addirittura non venivano quasi utilizzati: 'ndrangheta, pizzo, racket erano dei veri e propri tabù. Adesso se ne parla e non c'è più paura di dire le cose come sono. La Calabria ha voglia di rinascere"

In conclusione: resto in Calabria, perché?

"Perché le radici sono così profonde che non mi fanno sollevare i piedi per uscirne fuori. Sono assolutamente radicato nel territorio e tutte le volte che mi capita di andare fuori sento la voglia di tornare. Non cambierei Lazzaro con nessun altro posto. Per la storia che abbiamo avuto e per quello che stiamo facendo  credo che dobbiamo sentirci orgogliosi di essere parte integrante di questa terra. Non ci manca nulla: dobbiamo riprenderci il nostro territorio"

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