"Voce del verbo restare". Mimmo Gangemi

gangemimimmo recentedi Valeria Guarniera - Quella che emerge dalle pagine dei suoi romanzi è una Calabria vera, vissuta nelle sue contraddizioni, fatta di sfumature e di storie da raccontare. Mimmo Gangemi, ingegnere con l'impulso irrefrenabile per la scrittura, dalle sue origini trae ispirazione. A Santa Cristina d'Aspromonte – paese in cui è nato e dove ha trascorso gli anni della sua giovinezza – ha imparato che la Calabria è una terra bellissima e difficile, in cui convivono speranza e rassegnazione, difficile da raccontare e così piena di colori e sfumature da non poter racchiudere in una definizione. Nelle sue storie luoghi e personaggi che raccontano una terra semplice e coraggiosa, animata da una voglia di riscatto che la spinge a cercare la "Merica", simbolo di rinascita. Ma anche meschina, che vive di scorciatoie e che deve fare i conti con una presenza ingombrante che la tiene ferma. Ma della sua Calabria Mimmo Gangemi è innamorato, nonostante tutto. Perché a prevalere sono comunque le note positive: "valori che qua rimangono e che altrove si sono persi: la solidarietà, l'accoglienza, l'allegria, il piacere della vita"

Ingegnere con un impulso irrefrenabile: quello della scrittura.  Il suo primo romanzo – "Un anno in Aspromonte" – l'ha scritto di nascosto da tutti. "Avvertivo una sensazione di pudore, di timidezza"  – ha detto. Poi, il desiderio di voler assecondare quella strada e la volontà di farlo leggere e pubblicare. Quelli intorno a lei, erano a conoscenza di questa sua passione? Ha sempre saputo di avere questo talento oppure anche lei ne è rimasto sorpreso?

"Io per primo ne sono rimasto sorpreso. Scrivere, per me, è stato uno stacco da questa professione che mi prendeva troppo, nel senso che lavoravo a ritmi esagerati. Ho sentito la necessità di staccare e ho ceduto a questo impulso di scrivere. L'ho fatto di nascosto, con pudore e timidezza, rubando un po' di tempo alla professione. Tempo rubato che, col passare degli anni, cresceva sempre di più finchè, dopo vent'anni, la scrittura ha prevalso sul mestiere di ingegnere che, comunque, continuo a fare"

Al centro dei suoi romanzi la Calabria, che vive attraverso vizi e virtù dei suoi personaggi. Santa Cristina D'Aspromonte – paese in cui è nato e ha vissuto la sua infanzia – quanto ha influito sui suoi romanzi? Che ricordo ha di quegli anni?

"Ha influito tantissimo. Io sono molto legato al mio paese d'origine e continuo ad andarci. Credo che sia il posto che ha più influenzato i miei romanzi. Là mi sono forgiato, ci ho vissuto fino all'età di  33 anni. La 'ndrangheta di cui parlo in alcuni libri nasce dai ricordi e da quello che ho accumulato dentro in quegli anni. Gli anni più importanti sono quelli della formazione: sono cresciuto in un piccolo paesino dell'Aspromonte, e l'ho vissuto in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni. Le mie radici vengono fuori nei miei romanzi"

"La signora di Ellis Island" è un suo romanzo di grande successo.  In quelle pagine c'è la storia della sua famiglia: del nonno Giuseppe partito  per la "Merica" terra della speranza e della gloria, e approdato, insieme ad altri disperati, ad  Ellis Island nella speranza di ricevere il visto. La leggenda di famiglia tramanda che il nonno, malato, riuscì a passare grazie alla misteriosa apparizione di una donna che lo condusse al di là della frontiera. Leggenda e realtà si mischiano e danno vita ad un racconto pieno di emozioni forti. Come nasce questo romanzo?

"Credevo che la storia umile di una famiglia contadina – una storia di riscatto –  non potesse interessare il lettore. Poi, lentamente, è maturata dentro di me l'idea che invece proprio perché  si trattava della storia degli ultimi, di una storia simile a tante altre, potesse colpire il pubblico: è una storia che appartiene un po' a tutti, tante famiglie hanno vissuto l'esperienza dell'immigrazione. Ho iniziato a scriverlo quasi come un dovere verso la famiglia, poi la fantasia ha preso la mano, ha prevalso e ho capito che ne poteva venire fuori un romanzo corposo. E' autobiografico in parte, la parte dell'America è molto inventata. Quella che racconto è solo parzialmente la storia della mia famiglia, la prima metà – quella sull'immigrazione, che forse è quella che colpisce di più l'immaginario e appassiona di più – è molto costruita. E' vero che mio nonno andò in America, però noi non conosciamo nulla della sua vita di quel periodo. C'erano due argomenti di cui lui non parlava mai: la sua esperienze durante la prima guerra mondiale e il periodo dell'America, perché probabilmente contenevano ricordi troppo dolorosi"

Una terra, la nostra, dalle mille sfaccettature. Ne "la signora di Ellis Island" emerge la positività di una famiglia  composta da gente normale, umile, volenterosa che coraggiosamente cerca una strada migliore restando comunque legata alla propria terra. Alla base una grande dignità e l'ambizione –costruttiva – di migliorarsi. Quella forza che spingeva la povera gente ad andare avanti, fa ancora parte del nostro dna? Cerchiamo ancora la "Merica"?

"La signora di Ellis Island racconta una storia di riscatto che è stata comune a molte famiglie in Calabria. Credo che la strada dell'immigrazione l'abbiano percorsa i calabresi migliori, quelli che volevano mutare un destino che sembrava immutabile e che si ripeteva uguale da generazioni. Non so se le nuove generazioni abbiano dentro di loro la stessa voglia di riscatto, tendo ad essere pessimista al riguardo e tendo a credere che non sia esattamente così. Questa terra ha avuto la grande disgrazia dell'immigrazione delle intelligenze che l'ha impoverita molto. Ho l'impressione che chi rimane si sia troppo assuefatto al degrado siamo talmente abituati al peggio che neppure protestiamo: l'Italia fa passare per straordinario quello che altrove è ordinario e noi lo accettiamo in modo supino. Ho l'impressione che quella voglia di riscatto che apparteneva ai nostri nonni non sia così forte adesso come era forte allora. Siamo rassegnati"

Altri romanzi, altri personaggi: ne "Il Giudice meschino" emergono le figure di Don Mico Rota, mafioso vecchio stampo; Giorgio Maremmi, giudice incorruttibile; Alberto Lenzi, magistrato scansafatiche e il suo amico aristocratico, Lucio Cianci Faraone. Solo alcuni dei personaggi che caratterizzano i suoi racconti e che, guardandoci intorno, ritroviamo con una certa facilità. Ad ispirarla la realtà che la circonda. Requisito fondamentale per i suoi racconti? Riuscirebbe a prenderne le distanze?

"Il genere "noir" è uno sfogo particolare del mio animo, appartiene alle mie corde ma comunque lo vivo come un momento di evasione, di cui ho bisogno perché me lo chiede l'animo, anche per staccare da quelle storie più impegnate che è come se mi svuotassero. Sono romanzi di fantasia ma comunque verosimili: racconto storie che non si sono verificate ma che potrebbero verificarsi, sono credibili. Sono, di fatto, da un lato agganciate alla cronaca, dall'altro agganciate ad una realtà possibile e realizzabile. Descrivono uno spaccato di vita in un paesino dell'Aspromonte con tutte le sue problematiche e la rassegnazione di cui parlavo prima. Mi ispira tutto: traggo linfa dalla mia vita vissuta, dal mio quotidiano, dal mio mestiere di ingegnere. Mi guardo attorno, colgo sensazioni e impressioni che poi trasferisco nei libri ciò che più mi colpisce. Osservo e annoto tutto. Gesti, sguardi. La quotidianità è una fonte inesauribile per chi fa questo mestiere"

Se al centro dei suoi romanzi c'è la Calabria, sullo sfondo – inevitabilmente – c'è la 'ndrangheta. E la 'ndrangheta – spesso lo sottolinea lei stesso – è figlia dell'Onorata Società, quell'organizzazione che lei, proprio per le sue origini, ha potuto vedere da vicino. Che differenza c'è tra l'una e l'altra? E come uscire da questo pantano che ci tiene fermi?

"Questa è una domanda pericolosa che mi fanno spesso, sulla quale ho suscitato anche delle polemiche. Addirittura in una trasmissione televisiva mi fu tolta la parola perché dissi una verità sacrosanta: che è vero che la 'ndrangheta è figlia dell'Onorata Società ma è altrettanto vero che sono due cose profondamente diverse, pur derivando l'una dall'altra. Ovviamente non voglio dire che assolvo l'Onorata Società, però qualcuno mi dovrebbe spiegare perché da ragazzino, in un paesino dell'Aspromonte,  io e la mia generazione – pur appartenendo ad una famiglia che nulla aveva a che fare con la 'ndrangheta e che anzi rifuggiva da queste idee  – vedevamo come eroi certi personaggi importanti dell'Onorata Società di quei tempi. La mia risposta, molto superficiale, è che in certe aree della Calabria mancasse totalmente lo Stato e che la gente qualunque – sentendo la necessità di un'autorità superiore a cui rivolgersi – in assenza dello Stato si rivolgeva all'anti-stato, che era l'Onorata Società, per risolvere i problemi giornalieri che potevano portare a tragedie più grosse. Fermo restando che ovviamente considero l'Onorata Società un male che ha generato un male ancora peggiore, tendo a distinguere le due cose. Siamo passati dal tifo, che era l'una, al colera, che è l'altra"

Il suo "giudice meschino", romanzo di grande successo, diventa fiction. Interprete d'eccezione -  nel ruolo del protagonista, il giudice Alberto Lenzi – l'attore Luca Zingaretti. Una produzione girata interamente in Calabria che – per molti – rappresenta una grande opportunità di sviluppo economico e una vetrina importante per mostrare le bellezze del territorio. E' realmente così? Sapremo sfruttare questa vetrina?

"Io spero di si, ma è una speranza. Certo, se rifletto sul personaggio di Montalbano tratto dai libri di Camilleri, devo dire che quella parte di Sicilia ne ha tratto, sicuramente, grande giovamento: il turismo è notevolmente aumentato e quei luoghi sono sicuramente più conosciuti e apprezzati. Per trarre dei buoni frutti da questa esperienza, dovremmo riuscire ad affrancarci da certe brutture presenti nel nostro territorio provando ad andare oltre il degrado. Questa è un'occasione che può sollevarci ma che – se non sfruttata correttamente – può anche affossarci. L'idea è quella di costruire uno strumento – la fiction - che sia anche promozione di una terra che merita turismo e che non ce l'ha. Però dobbiamo anche salvaguardarci da noi stessi, presentarci in un modo dignitoso e creare le condizioni tali che possano portare il telespettatore ad ammirare quei luoghi. Dobbiamo impegnarci per mostrare il nostro lato migliore"

Qual è – nel passaggio dalle pagine del libro al piccolo schermo – la difficoltà che si incontra per mantenersi fedeli al racconto? I personaggi che vedremo in tv saranno quelli a cui il lettore si è affezionato?

"C'è sempre differenza tra il libro e la sceneggiatura perché ci sono esigenze televisive che richiedono variazioni sul tema. Certo, io sto lottando perché il giudice meschino sia effettivamente un giudice meschino. E' sicuramente complicato creare un personaggio meschino, come quello del racconto, e renderlo simpatico nello stesso tempo: l'obiettivo è far appassionare il telespettatore ai personaggi e non è facile: il mio giudice è un personaggio ricco, con una personalità piena di sfumature. Ho grande fiducia nel regista, Carlo Carlei, e credo che ci siano tutte le premesse per riuscirci. L'obiettivo – e ci tengo molto – è riuscire a mantenere l'animo del personaggio"

La Calabria ha indubbiamente tanti problemi. Ma è anche piegata dai preconcetti. "Quando una cosa succede in Calabria è sempre molto peggio – ha detto recentemente – giova far pesare a questa terra vergogne superiori a quelle che in realtà ha". Noi calabresi, siamo vittime di questo meccanismo? O a volte lo alimentiamo gettando fango su ciò che abbiamo?

"Entrambe le cose. Noi ci mettiamo sicuramente del nostro per apparire più brutti di come in realtà siamo. Però credo che venga sparso sulla Calabria del fango immeritato. Certi avvenimenti, quando si verificano qui, vengono attribuiti all'animo brutto del calabrese e vengono scostati dagli episodi simili che avvengono nel resto d'Italia. C'è la tendenza a fare della Calabria una terra di selvaggi e chi dice il contrario viene messo in secondo piano. Spesso ci diamo addosso da soli: non c'è niente di peggio di chi sputa sulla sua terra. I meridionali che diventano leghisti sono i peggiori nemici della nostra terra. Chi rinnega le origini non mi piace assolutamente. Chi si adegua alla terra che lo ospita rinnegando quella di provenienza non è degno di rispetto"

Riprendo ancora le sue parole: "A me dispiace che i giovani talenti spesso debbano emigrare – ha detto – la fuga dei nostri giovani è un impoverimento da fermare a tutti i costi". Purtroppo però la buona volontà di chi vuole restare non basta. Bisogna fare i conti con gli ostacoli che un territorio ancora molto arretrato pone davanti. Sembra che qui sia tutto più difficile. Dove trovare le giuste motivazioni per rimanere?

"Capisco che restare sia difficile perché questa terra non offre le condizioni per migliorarsi, per venir fuori dall'anonimato. Io stesso sono dovuto idealmente partire e tornare qui vincitore. Mimmo Gangemi era Mimmo Gangemi anche quando non pubblicava per la grande casa editrice. A consacrarti – purtroppo – deve sempre essere il Nord. La Calabria è una terra difficile in cui bisogna attendere che siano gli altri (fuori dalla Calabria) a decretare che hai talento ed  è sempre colonia degli altri. Le nostre intelligenze se ne vanno perché qui non trovano niente e spesso eccellono. Qualcuno resta ma per emergere deve faticare il doppio, andandosene riesce a sviluppare meglio il talento e le capacità che ha. Forse è per quel senso di sconfitta che ci portiamo addosso, per cui qui – a volte – non si prova neanche ad emergere. Questa terra, poi, è anche molto ingrata e non valorizza i propri tesori: se non ti riconoscono fuori qui non sei nessuno"

In conclusione: resto in Calabria, perché?

"Resto orgogliosamente in Calabria, per scelta. La vita, certo, ha posto le condizioni perché io potessi restare però è stata anche una scelta consapevole. Sono tanto attaccato e innamorato di questa terra che egoisticamente – forse sbagliando – ho messo le condizioni perché anche i miei figli potessero restare. L'ho fatto con piacere perché è vero che questa terra ha tante brutture però se sui due piatti della bilancia mettiamo da un lato le negatività e dall'altro le positività credo che a pesare di più siano le note positive, valori che qua rimangono e che altrove si sono persi: la solidarietà, l'accoglienza, l'allegria, il piacere della vita. Anche la bellezza dei luoghi, la nostra è una terra bellissima"

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