"Voce del verbo restare". Mimmo Nasone

nasonemimmodi Valeria Guarniera - Mimmo Nasone, classe 1954, è uno dei volti di "Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie" e un importante punto di riferimento per chi crede che un cambiamento sia davvero possibile. Una vita segnata dall'incontro con don Italo Calabrò che – attraverso i suoi insegnamenti – lo ha aiutato a diventare l'uomo che è diventato oggi. E' deciso e intransigente nella sua lotta alla mafia e ai giovani – i veri artefici di un cambiamento possibile -  parla di coraggio e di speranza. Con coraggio e passione si è schierato, sa benissimo da che parte stare e – innamorato della sua terra – ha deciso di fare fino in fondo la propria parte

La tua vita è stata segnata da una serie di incontri. Quello che, forse, ti ha indirizzato verso una strada ben precisa è stato l'incontro con don Italo Calabrò. Nel 1968 don Calabrò, coinvolgendo un gruppo di ragazzi, fonda la Piccola Opera Papa Giovanni. Poi  comunità di accoglienza, centri di riabilitazione, gruppi di volontariato da lui voluti e animati. Sempre con l'aiuto dei suoi ragazzi, nasce il centro comunitario Agape e il centro diurno polivalente per disabili "Tripepi Mariotti". Tu eri tra quei giovani che, insieme a lui, hanno piantato un seme che continua a dare i suoi frutti.  Don Italo probabilmente ti ha cambiato la vita. Che ricordo hai di quegli anni? Chi era per te don Italo Calabrò?

"Ho conosciuto don Italo a scuole, era il mio insegnante di religione. Quando l'ho incontrato facevo il terzo superiore all'Istituto Industriale Panella di Reggio Calabria. Avevo 16 anni, ero un po' in crisi e insoddisfatto. Le mie giornate erano piene ma avevo comunque una certa inquietudine nel cuore. Quello della religione era un insegnamento che non avevamo mai preso troppo sul serio, non per colpa degli insegnanti. Eravamo abbastanza scalmanati e pensavamo di poter continuare con lo stesso atteggiamento anche nei confronti del nuovo professore. Fummo, invece, letteralmente rapiti dalla sua personalità e dalla sua capacità di ascoltarci e di mettersi al nostro livello, riuscendo – cosa straordinaria per dei ragazzi del Panella – addirittura a farci appassionare a certe letture. Ricordo il primo libro che mi regalò, si chiamava "Lettera ad una professoressa" di don Milani e poi "L'apostolo dei lebbrosi", di Raoul Follereau. Furono due libri che mi aiutarono ad intravedere una forma di luce rispetto alle mie inquietudini. In qualche maniera don italo stava riuscendo a farci innamorare della cultura e a farci aprire lo sguardo non solo alle nostre povertà locali, ma anche a quello che accadeva nel mondo, frutto di ingiustizia. Ad un certo punto, don Italo, iniziò a parlarci della storia dell'ospedale psichiatrico -  una realtà che noi tutti conoscevamo dall'esterno (sapevamo che c'era, che era lì) ma che ci spaventava un po' – e ci diede appuntamento, un pomeriggio, per andare insieme a lui a visitarlo. Era il 1970. Entrammo e per primo visitammo il reparto dei più gravi, non dimenticherò mai la scena che si presentò davanti ai nostri occhi: enormi cameroni in cui i malati stavano nudi, qualcuno allettato. Qualcuno legato. Un odore talmente forte che ci travolse letteralmente e ci fece indietreggiare. Pavimenti viscidi per la sporcizia. Banchi di marmo freddo e bagni in condizioni indicibili. Ricordo lo sguardo di uno di loro, Agostino, legato al letto e don Italo che, avvicinatosi a lui, gli diede un cioccolatino con un gesto dolcissimo, come se fosse un'ostia e la felicità in quel momento nei suoi occhi, lui che comunicava soltanto con lo sguardo in quel momento sembrava dire "sono felice". Decisi che quello era il percorso da seguire e quello fu il giorno in cui la mia vita iniziò a cambiare"

Restiamo negli anni della tua gioventù. Da ragazzo sei stato in seminario per diventare prete. Poi ti sei innamorato di quella che poi è diventata tua moglie. L'ennesimo incontro importante: la donna della tua vita proprio quando pensavi di intraprendere un'altra direzione. Due strade, due vocazioni: prete da una parte e marito e padre di famiglia dall'altra. Questi due ruoli, cos'hanno in comune? Hai subito capito qual'era la vera vocazione che intendevi seguire?

"Dopo il diploma cercavo di capire cosa volessi fare della mia vita. Mi ero completamente innamorato di don Italo, del suo modo eccezionale di essere prete e gli dissi che volevo diventare sacerdote. Ero giovanissimo e, seguendo i consigli, feci un anno di attesa vivendo una forte esperienza di condivisione: nell'estate del '73 – insieme ad altri ragazzi – aprimmo la prima comunità per bambini senza famiglia a Pilati di Melito Porto Salvo. La mia vocazione era forte e nel '74 entrai in seminario, dopo cinque anni diventai prete e subito fui parroco di Palizzi. Proprio in quegli anni don italo – andato in pensione – mi affidò le sue classi dicendomi «adesso tocca a te». Anche nel ruolo di insegnante di religione, cercai di seguire il suo esempio. In quegli anni, insieme alla Caritas – e a tutte le realtà che in quel periodo nascevano -  mi dedicai all'accoglienza dei primi malati che, con la legge 180, uscivano dal manicomio. Nell' '87 la mia vita cambiò nuovamente, ma la strada che avevo intrapreso rimase quella. Mi innamorai e – dopo un periodo travagliato per l'inconciliabilità dei due ruoli – decisi di sposarmi. Don Italo, in quel momento, mi disse: "l'importante è che resti cristiano"".

Anni di volontariato e di associazionismo impegnato, a portare avanti gli insegnamenti di don Italo: "amate tutti coloro che incontrate sulla vostra strada. Nessuno escluso, mai". Ed oggi, come allora, il suo insegnamento è affidato alle giovani generazioni. Tanti i ragazzi che, portando avanti le sue idee, si impegnano ad essere operatori di pace e di solidarietà. Tra voi, giovani di allora, e i ragazzi di oggi, speranza del futuro: che differenza c'è? Cosa spingeva voi? E cosa spinge loro?

"Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare don Italo che – attraverso l'incontro con i poveri e con realtà fino ad allora a noi sconosciute – ci sconvolse la vita. Non ci lasciava mai ai pensieri astratti, ci affidava le reali e concrete situazioni di povertà. In qualche modo  cerchiamo di dare continuità a quell'insegnamento però i ragazzi, forse, oggi non hanno un contatto così forte con le testimonianze radicali che avevamo noi. La fatica è riuscire a dare degli esempi ai ragazzi, cercando di dare non solo delle prospettive teoriche ma testimonianze che li spingano a decidere di fare delle scelte"

Torniamo agli incontri che hanno lasciato il segno. Quello con don Ciotti è, senza dubbio, uno di quelli. Come nasce l'idea di aderire a Libera?

"Quando decisi di sposarmi don Ciotti mi accolse un anno a Torino al Gruppo Abele. Lavorando un anno a stretto contatto con lui, con i malati di aids e gli alcolisti, ebbi modo di conoscerlo e di apprezzarlo profondamente per il lavoro che faceva in giro, per la strada con i tossicodipendenti, i barboni e con tutte le persone che facevano fatica ad andare avanti. Proprio mentre ero a Torino, don Ciotti accolse due ragazzi della faida di Cittanova. Lui disconosceva quel mondo e da quel momento  iniziò a comprenderlo. Percepiva dalle parole di don Italo – con cui aveva frequenti contatti – l'aria che in quegli anni si respirava: le guerre di mafia, il disagio, l'orrore dei  morti ammazzati, il tentativo di smuovere le coscienze. Quando nel '92 (don Italo era morto da due anni ed io ero tornato a Reggio già da un po') ci furono le stragi in Sicilia don Ciotti capì che bisognava fare qualcosa e decise di avviare una rete di associazioni: "Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie", fondata su due pilastri che erano i beni confiscati e la memoria"

In questa terra, chi decide di partecipare attivamente, non può non schierarsi. E tu hai chiaramente deciso da che parte stare. Il tuo impegno con Libera non lascia dubbi: la strada che percorri è quella della legalità. Dici le cose. Ti esponi facendo, se necessario, nomi e cognomi. Per questo hai ricevuto  lettere anonime contenenti minacce di morte. Tu – da uomo, marito e padre – come reagisci di fronte a questi atti vili?

"Sono atti vili che tendono a fare scoraggiare chi, in qualche modo, lavora per il cambiamento della propria città in positivo: chi desidera che ci sia lavoro per i giovani, opportunità per tutti, che le scuole funzionino, che chi è in difficoltà abbia i giusti servizi, che lo stato sociale sia un diritto e tutto questo a qualcuno che vive per fare il male – in primis gli 'ndranghetisti, ma non solo loro – è chiaro che dà fastidio. Siccome noi più che fare azioni di facciata cerchiamo di andare all'origine dei problemi, facendo anche le opportune denunce, diamo fastidio. Ma non cadiamo nel tranello e non ci scoraggiamo"

In più situazioni  hai detto che i mafiosi sono stati così bravi da far passare l'idea devastante che loro siano meglio dello Stato. C'è l'idea – hai detto – che la mafia riesca a sostituirsi allo Stato nella risoluzione dei problemi. In questa constatazione amara, quanto c'è di vero? I cittadini hanno perso la fiducia nelle Istituzioni?

"Purtroppo sì. C'è una diffusione di questa mentalità con la capacità dei mafiosi di far passare il messaggio che «loro sono a disposizione» e l'incapacità dello Stato di essere presente in un modo più credibile. C'è tanto di positivo in quello che fa lo Stato: il lavoro delle forze dell'ordine, della magistratura. Però l'intervento arriva sempre dopo, nella fase della repressione, che è importantissima, ma non basta. Manca qualcosa: lo Stato non riesce a mettere le persone nelle condizioni di fare la scelta giusta. La situazione è difficile e la gente disperata – non trovando aiuto da parte di chi glielo dovrebbe dare – rischia di fare la scelta sbagliata, di andare a bussare alla porta di persone sbagliate – per esempio nel campo dell'usura – per chiedere favori perché le banche se non hai soldi non ti danno niente. C'è tutto un sistema perverso che non incoraggia la scelta giusta ma che è quasi una istigazione a delinquere da parte dello Stato. Uno Stato biscazziere che, pur di fare soldi, spinge i disperati a giocarsi quei pochi soldi che hanno nella speranza di vincere. Uno Stato che non ha le giuste priorità. Lo Stato è parzialmente Stato, nel senso che non fa fino in fondo il proprio dovere. Non voglio generalizzare, c'è però una responsabilità forte dei governi di questi anni che non hanno fatto il proprio dovere e che anzi, a volte, si sono trovati coinvolti in situazioni poco chiare"

Spesso  hai sottolineato che "il problema non è la 'ndrangheta. Il problema siamo noi – hai detto – insegnanti, adulti, genitori che non facciamo fino in fondo il nostro dovere". Cosa volevi dire? E cosa si può fare adesso?

"Ovviamente non basta puntare il dito contro le Istituzioni: il cambiamento deve iniziare dal nostro cambiamento. Ognuno deve fare la propria parte, c'è un sistema che và messo in discussione e noi siamo parte di quel sistema"

La Calabria ha mille sfaccettature. E' la terra di chi – stanco di subire – dice no al pizzo e attacca al suo locale il logo antiracket. E' la terra di chi si stringe – in un girotondo di solidarietà – attorno al capannone di quell'imprenditore che ha subìto minacce.  Ma è anche la terra di chi, vedendo quel logo, decide di non comprare in quel negozio. E ancora è la terra di chi, quel girotondo, si accontenta di guardarlo in televisione. L'impegno si scontra con la paura. L'indifferenza contrasta la solidarietà. Secondo te, qual è la parte che pesa di più?

"E' tutto racchiuso nell'esperienza che noi facciamo con "ReggioLiberaReggio, la libertà non ha pizzo"  dove abbiamo incontrato gli imprenditori che hanno denunciato e che stiamo accompagnando. In città abbiamo 51 imprese che aderiscono al logo ReggioLiberaReggio, sono certificate che non pagano il pizzo e questo è un segno di speranza. Purtroppo queste belle realtà, spesso, non vengono messe in evidenza e si continua a dire che qui non c'è niente da fare. Dire che non c'è niente è l'ennesimo regalo alle mafie. Ci sono questi imprenditori che – con tutte le difficoltà del caso – ci hanno messo la faccia. Non và bene dire che a Reggio nessuno denuncia: non è così. Il problema è dimostrare che chi denuncia, poi, è accompagnato adeguatamente dallo Stato  e purtroppo non sempre succede, perché c'è una burocrazia che a volte mette con le spalle al muro gli imprenditori che hanno denunciato. Bisogna, comunque, far capire a tutti gli imprenditori che non devono affidarsi né al racket né all'usura: anche le imprese più sane, se si affidano ai mafiosi, alla fine perdono tutto. E bisogna far capire allo Stato che l'imprenditore che denuncia non và abbandonato. Addirittura, a volte, il coraggio della denuncia li porta ad essere isolati e a diventare estranei al loro paese. Vengono considerati degli infami e la gente impaurita dai mafiosi decide di non andare più da quell'imprenditore. E, in particolare rispetto ai fatti reggini, c'è una responsabilità anche da parte della Chiesa che non prende le dovute distanze"

In conclusione: resto in Calabria. Perché?

"Ritengo che ognuno di noi debba fare la propria parte. Io ho deciso di restare qui e spendermi per il mio territorio cercando di trasmettere gli insegnamenti che ho ricevuto. E' il mio piccolo contributo per far sì che questa terra sia libera ed io sono ottimista: prima o poi le cose cambieranno. Il primo passo è credere nel cambiamento"

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