"Voce del verbo restare". Francesca Chirico

chiricofrancescaokdi Valeria Guarniera - Francesca Chirico, nata a Reggio Calabria, è giornalista e scrittrice. Redattore dell'archivio web multimediale stopndrangheta.it, per il quale si occupa di cronaca nera e giudiziaria, collabora con il mensile di analisi e documentazione "Narcomafie".  Pasionaria della memoria, delle parole ha fatto la sua ragione di vita. Oltre i luoghi comuni, la sua è una  Calabria piena di sfumature. E' piena di luci e ombre. Di certezze e di contraddizioni. E' una terra complessa, che non è giusto rinchiudere dentro determinati schemi. Una realtà in continua evoluzione, da vivere e da raccontare.

Tempo fa ti sei definita come "una cronista prestata alla narrativa: vado in giro – hai detto – e poi racconto storie che rispettino la verità e anche le emozioni di chi me le ha consegnate". Andare in giro significa camminare, chiedere, guardare negli occhi le persone e farsi sbattere, a volte, le porte in faccia. Nel cammino da cronista, qual è la difficoltà maggiore che hai incontrato? C'è stata qualche porta in faccia che ti ha fatto dubitare di ciò che stavi facendo? Hai mai pensato "ma chi me la fa fare?"

"Porte in faccia no. Forse ho avuto il dubbio, qualche volta, di non aver saputo bussare bene, di non aver trovato la chiave giusta per entrare. Ho avuto il dubbio di non aver trovato la chiave per raccontare cosa avevo trovato dietro quella porta. Chi me lo fa fare? Io non credo alle tendenze al martirio, credo che se facciamo quello che facciamo è perché ci dà forme di soddisfazione o, comunque, è una cosa che ci somiglia. Se continuo a farlo è perché continua a somigliarmi. Se riceviamo delle porte in faccia, secondo me,  è perché non abbiamo saputo bussare bene"

Mestiere, questo, che non prevede un cartellino da timbrare: nasce da una ricerca continua, da uno studio approfondito dei fatti e dalla voglia di raccontarli nella maniera più fedele possibile. Quando hai capito che questa era la strada che volevi prendere?

"Sono arrivata al giornalismo in maniera abbastanza atipica, anche piuttosto tardi. Ho studiato col sogno di fare l'archeologa. Esco dall'Università avendo perso questo sogno che, nel frattempo, si era scontrato con la realtà: quello che vedevo dell'archeologia vera non mi entusiasmava più. Arrivo all'insegnamento ma anche questo non mi convince. Ho sempre avuto – da lettrice onnivora – un rapporto costante, continuo con le parole. Non so precisamente quando è scattato questo rapporto col mestiere. In realtà ho sempre scritto brevi racconti. Ho anche avuto la mia fase poetica, fortunatamente finita – citando De Andrè – prima di diventare ridicola. («Lessi Croce, l'Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante» - De Andrè). Ho incrociato casualmente una redazione fatta di giovani reggini talentuosi pieni di passione che con difficoltà ad entusiasmo provavano a far bene il loro mestiere. E' stata quella stagione, quell'entusiasmo contagioso a farmi capire che la lettura delle mie parole il giorno dopo su un giornale era una delle emozioni più forti che io avessi provato"

In particolare ti occupi di cronaca nera e giudiziaria. Sei redattore dell'archivio web multimediale "stop ndrangheta.it"  e  collabori con il mensile di approfondimento "Narcomafie": come incide sulla tua vita questa scelta? Qualcuno lo definisce "giornalismo antimafia". Per te, cos'è?

"Io detesto le formule. Credo che ci sia solo il buono o il cattivo giornalismo. Esattamente come la definizione di «preti antimafia», è una definizione che non ha senso. Ho cominciato  come tutti – all'inizio, nella gavetta – occupandomi di spettacoli e convegni. Poi, del tutto casualmente, per una serie di circostanze, vengo «sbattuta» senza alcuna preparazione di fronte al mio primo omicidio di 'Ndrangheta. Da lì ho continuato comprendendo che se vuoi veramente guardare le cose da vicino per  raccontarle in profondità e spiegare le problematiche, in questo nostro territorio devi anche – e forse soprattutto – raccontare determinate cose. Non è una scelta fatta per mettersi la medaglietta dell'informazione antimafia, è semplicemente un modo di interpretare il proprio mestiere"

"Io parlo" è il tuo ultimo libro. Parla delle donne che hanno infranto quel silenzio preteso dalle cosche e assegnato loro dalla tradizione. Sono le donne che in Calabria hanno reagito con la forza eversiva della parola alla violenza e al dolore sfidando la 'ndrangheta. Il tuo libro ripercorre gli ultimi 30 anni di storia criminale calabrese. Niente giri di parole, frasi fatte o luoghi comuni: "Io parlo" raccoglie e ricostruisce queste storie attraverso un cammino documentatissimo che sfocia in una narrazione priva di alterazioni della realtà. Cosa ti ha spinta a portare avanti questo lavoro?

"Intanto la mia personale insofferenza nei confronti del silenzio imposto, che io ho sempre mal tollerato. E forse la consapevolezza da donna che ci siano ancora delle sacche sociali e culturali in cui il silenzio è ancora imposto soprattutto alle donne. Ma soprattutto la consapevolezza – non da donna, ma da giornalista – che la parola della donna, soprattutto in questa nostra società più abituata al silenzio, ha un valore doppiamente dirompente rispetto a quella dell'uomo. Ho provato a raccontare un cammino di parole che vengono spesso dimenticate, come se il silenzio dovesse sempre cancellare tutto. Invece queste parole sono state pronunciate e ricordarle, secondo me, era assolutamente importante per farle uscire dalle aule dei tribunali e dalle carte giudiziarie. Se a queste parole vogliamo dare un valore sociale bisogna farle diventare patrimonio di tutti".

Le donne di cui parli hanno combattuto paura e pudore e raccolto, non in egual misura – ci tieni a specificarlo -  disprezzo e solidarietà. In Calabria – scrivi – la donna che parla lancia una doppia sfida: punta l'indice contro i "nemici" ma anche verso un mondo che tace. Diventa, insomma, un atto d'accusa ambulante che disturba sul piano criminale e imbarazza su quello sociale. Imbarazzo: le donne che parlano sono pazze, depresse, instabili.  Vanno isolate. Non sono attendibili. Questo meccanismo di delegittimazione, è ancora in piedi? Quali i muri ancora da abbattere? Oggi le donne calabresi, piangono ancora chiuse in casa?

"Sembra che qualunque dibattito sulla Calabria debba avere sempre delle caratteristiche manichee, per cui è tutto buono o è tutto cattivo. Credo che uno sguardo minimamente onesto intellettualmente non può che ammettere che ancora in Calabria ci sono donne che piangono chiuse in casa e il fatto che esistano queste sacche sociali, legate a dei contesti precisi, nella maggior parte dei casi contesti criminali. Ci dovremmo interrogare tutti. Non assolve il fatto che io a Reggio Calabria sono cresciuta libera di poter fare quello che voglio, perché so che a Rosarno una persona come Cetta Cacciola non ha potuto farlo. E il fatto che lei sia cresciuta in un contesto di 'Ndrangheta non mi deve portare ad un'indifferenza nei confronti del suo destino. Spesso ragioniamo in questi termini: "sono fatti loro, le donne di 'Ndrangheta, crescono nel loro mondo». Io credo che si tratti di esseri umani che non vanno considerati persi nel loro destino solo per il cognome che portano. Ci sono dei muri da abbattere, delle stanze in cui entrare e paradossalmente sono proprio le donne che stanno aprendo le porte di quelle stanze. A Rosarno ci sono storie importanti di donne che hanno aperto delle porte e io ho l'impressione che la società – chi stava fuori e chi poteva entrare – non ha fatto abbastanza. Anzi, probabilmente non ha fatto niente. Sono storie che ci devono interrogare. Non ci possiamo permettere di lavarci la coscienza dicendo «sono 'ndranghetisti, vivono così". Sono storie della nostra terra e devono portare ad un'assunzione di responsabilità"

E poi ci sono le donne che non si ribellano. Che accettano i meccanismi di quel mondo oscuro. La 'ndrangheta ha codici precisi, rituali che restano inalterati nel tempo. Ad ogni carica corrisponde un ruolo ben preciso. Per le donne è previsto, in alcuni casi, il titolo di "sorella d'omertà". Qual'è oggi, nei rigidi meccanismi della 'ndrangheta, il ruolo della donna?

"Molti parlano di una forma di emancipazione femminile, raccontando questo ruolo in maniera forse un po' troppo romantica con cronache in cui si sottolinea la figura di quest'affascinante «boss in gonnella». Io non credo che si tratti veramente di un'emancipazione. Indubbiamente la 'Ndrangheta e le cosche non possono restare completamente impermeabili: quello che si è mosso fuori, nella società, in qualche maniera, con più difficoltà, si è mosso anche dentro. Ma i ruoli più operativi che le donne sembrano avere all'interno delle cosche rispetto al passato non sono il frutto di un'emancipazione del ruolo femminile: quelle donne rispondono comunque ad un sistema che è maschile, che ha delle regole che sono state decise dagli uomini e hanno talmente assimilato quel sistema maschile che sono più uomini degli uomini e si fanno strumento per perpetrare queste regole maschili alle altre donne. Diventano strumenti di sottomissione di figlie e nipoti. Sono più libere operativamente ma non sono emancipate come donne, piuttosto come figure di 'ndranghetiste"

Prima di tutto, anche tu sei una  "femmina calabrese". Anche tu hai parlato. Hai raccontato. Hai riportato alla luce documenti, storie e fatti. Hai fatto nomi e cognomi. Hai alzato quel tappeto che nascondeva troppa polvere.  In questo tuo "parlare" hai incontrato qualche difficoltà? C'è stato qualche bavaglio che, a forza, hai dovuto togliere?

"Credo che alcuni fastidi e malesseri li si metta sempre in conto. Però non parlerei assolutamente di bavagli, piuttosto di «prevedibili reazioni» di un mondo che per proliferare ha bisogno del silenzio complice. Ho ricevuto delle «garbatissime lamentele» qualche anno fa per alcuni articoli. Come archivio stop ndrangheta sapevamo benissimo che l'aspetto più dirompente del progetto sarebbe stata la pubblicazione degli atti giudiziari resi accessibili a tutti. Questa cosa in effetti ci ha creato – e continua a farlo – una serie di problemi: lamentele, minacce di querele. Io la considero una reazione del tutto prevedibile. Si và avanti senza tendenze al martirio, senza ambizioni di eroismo semplicemente provando a fare il proprio mestiere"

Quello che viene fuori dal tuo lavoro è un grande amore per la tua terra. "Arrovescio", il tuo primo romanzo, racconta di uno sciopero al contrario: nel 1950, duecento Badolatesi, si fanno operai per costruire la strada per la montagna, sempre auspicata e mai realizzata. Osteggiata dai proprietari perché sarebbe dovuta passare per i loro possedimenti. I Badolatesi, invece di incrociare le braccia, imbracciano pale e picconi. Tutto il paese prende parte all'impresa. Tu stessa hai detto "racconto questa storia per recuperare alla memoria ciò che siamo stati e ciò di cui noi calabresi siamo capaci" . Cosa siamo stati? E cosa siamo oggi?

"Siamo stati – e siamo ancora – una terra complessa, che non permette di essere sintetizzata in formule, con sprazzi di luce dove meno te l'aspetteresti, che ti sorprendono proprio mentre sei nel pieno dello sconforto. Una terra smemorata, con tendenze all'auto afflizione, al piagnisteo. Ma anche un po' narcisa, nel senso che è talmente ossessionata dall'immagine che gli altri hanno che non si preoccupa di quello che è veramente. E' una vera e propria fissazione per come gli altri ci raccontano: è come se ci distraessimo e considerassimo salvifico il racconto di noi senza preoccuparci del fatto che dovremmo lavorare su noi stessi. Tengo molto alla memoria.  Ci sono due modi per raccontare le cose belle che sono e che sono state. Uno è finalizzato all'elaborazione interiore, cioè: io ricordo di che cosa sono stato capace e da ciò prendo forza e coraggio per essere ancora capace di quei gesti di dignità. E poi c'è il racconto che è semplicemente decorativo, assolutamente sterile"

La storia però, purtroppo, finisce male: i proprietari terrieri cancellarono la strada buttandovi terra e ricostruendo gli steccati delle loro terre. Allora a che serve lottare?  Oggi, chi sono i "proprietari" che ostacolano il lavoro dei calabresi onesti? E' così facile distinguere tra chi è onesto e chi non lo è?

"A quell'epoca era molto più facile. C'era una struttura sociale che rendeva semplicissima un'analisi della situazione e soprattutto la scelta su da che parte stare. Si stava dalla parte dei rovesciati o dalla parte di chi non voleva la strada. Questa chiara distribuzione dei ruoli non c'è più. In questo momento è molto più difficile sia analizzare e capire la realtà sia prendere posizione. Forse, però, in Calabria è ancora semplice capire chi è che impedisce strade in salita verso la crescita e il progresso. Và detto che  il tavolo attorno a cui si decide lo status quo non è occupato solo da 'ndranghetisti, per cui dobbiamo essere molto più profondi e lucidi nell'analisi dei nostri nemici"

Tra le varie presentazioni, porti in giro il tuo libro e racconti – anche oltre i confini della Calabria – queste storie, provando a lanciare un messaggio, comunque, positivo. Però i pregiudizi e i luoghi comuni nei confronti della Calabria sono tanti. Come spieghi la Calabria a chi non la conosce? E cosa rispondi a chi, forse avendola dimenticata o venendo da situazioni difficili, la copre di fango?

"Provo a far capire che dietro queste visioni di terra selvaggia e irredimibile c'è un lunghissimo percorso culturale e sociale che nasce in epoca post unitaria e probabilmente anche prima. Nell'immaginario nazionale la Calabria è ancora rimasta quella terra che per i Savoia era abitata esclusivamente da briganti. Una popolazione selvaggia che non era possibile ricondurre alla civiltà. Questo è il contesto culturale nel quale nasce il pregiudizio. Racconto la Calabria come una terra complessa, con luci e ombre. Provo a non semplificare. Non sono una tour operator, per cui non mi sento obbligata a raccontare la mia terra come il Paradiso. Però ne racconto orgogliosamente le stagioni di resistenza, le figure piene di dignità arrabbiandomi profondamente per il fatto che tutte queste luci non siano riuscite ad andare oltre i confini regionali. Provo a scardinare questa visione monolitica: cerco di instillare il dubbio, raccontando che c'è altro. C'è una sorta di rivoluzione culturale che sta avvenendo se – cosa impensabile fino a poco tempo fa – dei cittadini, in Calabria, decidono di entrare in un'aula di tribunale a sostegno delle vittime. Raccontarlo forse è il primo passo per uscire dai pregiudizi"

In conclusione: resto in Calabria, perché?

"Non mi piace la contrapposizione tra chi è rimasto e chi è andato via, come se rimanere fosse necessariamente giusto. Credo che il primo dovere che abbiamo come essere umani è nei confronti di noi stessi e delle nostre ispirazioni. Per cui se riteniamo che queste aspirazioni ci portano altrove, abbiamo tutto il diritto di andare. Le mie aspirazioni personali sono legate a questa terra e al suo racconto. Ho molta paura che andando altrove potrei perdere le parole"