"Voce del verbo restare". Nicola Gratteri

gratteri nicoladi Valeria Guarniera - Nicola Gratteri non ha bisogno di tante presentazioni. Procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha fatto del suo lavoro una scelta di vita. Nasce nel 1958 a Gerace, bellissimo paese dell'entroterra calabrese. Dopo la maturità scientifica, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Catania e, in seguito alla laurea, entra in magistratura. Impegnato in prima linea contro la 'Ndrangheta,vive sotto scorta dal 1989. Sempre di fretta, ma comunque disponibile. Dà del voi, da buon calabrese. Nel suo ufficio, tra i tanti attestati di riconoscimento e i quadretti regalati dagli alunni che ha incontrato, il disordine di una vita impegnata. Nel suo sguardo sincero, la determinazione che lo fa andare avanti. Nei suoi gesti, la semplicità di un uomo del Sud. Nelle sue parole, l'attaccamento alla sua terra. "Le radici sono tutto". E lui, tra i tanti viaggi e riconoscimenti, da quelle radici sembra proprio non volersi staccare.

Nato e cresciuto a Gerace, nel cuore della Calabria, ha potuto conoscere da vicino le dinamiche della 'Ndrangheta. Lei stesso ha affermato che il suo vantaggio è essere cresciuto tra i figli dei boss: "Da piccolo – ha detto – giocavo a calcio con le stesse persone che, molti anni dopo, ho fatto arrestare e condannare all'ergastolo". Che ricordo ha di quegli anni?

Ho avuto modo di conoscere quelle dinamiche sin dai tempi della scuola. E di quegli anni ho tanti ricordi. Mi torna in mente il mio compagno di banco. Era un ragazzo taciturno. Gli avevano ammazzato il padre in un agguato di mafia. Molti anni dopo entrò nello stesso giro e fece la stessa fine. Non è facile, se nasci in determinati contesti, riuscire a venirne fuori. In classe con me c'era anche la figlia di un noto capobastone. Un compagno di giochi, invece, me lo sono trovato di fronte in un'aula di tribunale. Di lui ricordo la generosità. Era un ragazzo semplice, anche lui figlio di contadini. Da grande cominciò a frequentare certi ambienti. La polizia gli trovò in casa un arsenale. Come Pubblico Ministero chiesi e ottenni la sua condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, detenzione di armi e munizioni da guerra. Ci siamo guardati negli occhi e, senza parlare, ci siamo detti tante cose. Poi le nostre strade si sono nuovamente divise.

Fondamentale, per chi nasce in contesti più fortunati, il ruolo della famiglia: imparare i principi della legalità attraverso l'esempio dei genitori è di fondamentale importanza. Il ruolo dei suoi genitori, in questo, quanta importanza ha avuto?

Le radici sono tutto. Dai miei genitori ho imparato, guardandoli vivere e osservando le loro azioni, l'importanza del sacrificio,  dell'onestà e dell'amore verso il prossimo. Da mio padre ho preso la rettitudine, ma anche la sobrietà dei sentimenti. Era un uomo taciturno, parlava con gli occhi. E a me – che da bambino ero piuttosto vispo – bastava un suo sguardo a rimettermi in riga. La generosità gli apparteneva. Aveva un appezzamento di terreno dove coltivava di tutto. E ogni anno ammazzava due maiali: uno per la famiglia e un altro per i poveri. Quando poi acquistò il negozio di generi alimentari, diventò più triste: odiava stare fermo dietro un bancone. A Gerace quasi tutti acquistavano con la "libretta" a credito e pagavano una volta l'anno, con i soldi ricavati dalla vendita delle bestie alla fiera della Madonna del Carmine, a luglio:  «poveretti, devono mangiare pure loro», diceva per giustificare i ritardi nei pagamenti. Mia madre era simile a mio padre, molto discreta nella manifestazione dei sentimenti. Ma sapeva regalare dolcezza ed era molto affettuosa. Era, comunque, molto forte. Pesava le persone con lo sguardo e i suoi giudizi erano cassazione. Grazie a loro ho imparato il valore del lavoro: da piccolo ogni estate andavo a imparare un mestiere. Ho fatto il calzolaio, il meccanico, il panettiere e il manovale. Ai miei devo molto, soprattutto ora che non ci sono più,  non finirò mai di ringraziarli.

Famiglia e scuola sono la base per combattere e debellare lo strapotere delle mafie. Da questa convinzione il suo impegno, costante, nella diffusione di messaggi di legalità. A questo obbiettivo puntano le sue pubblicazioni, le conferenze in giro per le scuole, gli insegnamenti all'università. I giovani, specialmente quelli calabresi, hanno la sensazione di essere stati prima abbandonati e poi dimenticati. Gli esempi negativi sembrano prevalere su quelli positivi. Ciò li può spingere a cercare delle scorciatoie, favorire certi ambienti. Come spiega loro che stare dall'altra parte non conviene?

Parlare con i giovani è gratificante. Si ha la sensazione di piantare dei semi, nella speranza che diano dei buoni frutti.  E' come lavorare la terra.  Parlo con loro molto spesso, all'Università o in giro per le scuole.  Cerco di fargli capire che quel mondo è pieno di perdenti e che anche nella 'ndrangheta ci sono le corsie preferenziali. Se non sei figlio di boss, resti un picciotto. E dopo una decina di viaggi per trasportare cocaina a Milano ti puoi permettere una notte di donne e champagne. Qualche soldo un più. Qualche giro su una bella macchina. Ma prima o poi ti arrestano. Tu in carcere e tua moglie a casa da sola con i figli a prendere antidepressivi. Lo Stato dovrebbe investire maggiori risorse per promuovere la cultura della legalità.

A proposito di donne che restano sole: c'è un paese in provincia di Reggio Calabria in cui, lo ha affermato lei, si registra il più alto consumo di psicofarmaci in Italia. Li prendono giovani donne con i mariti in carcere: non possono lavorare, non possono uscire, sono controllate a vista dai parenti dei mariti. Sono tutte depresse o disturbate. Qual è oggi, nei rigidi meccanismi della 'ndrangheta, il ruolo della donna? Cosa significa essere "sorella d'omertà"?

Le donne inizialmente erano vittime, poi sono diventate anche complici. Ora in alcuni casi sono protagoniste. C'è chi svolge compiti di supplenza, sostituendo il padre o il marito alla guida del clan e c'è chi sceglie di collaborare con la giustizia. La 'ndrangheta è un'organizzazione che si adegua al cambiamento dei tempi. Nella 'ndrangheta ci sono state donne che in passato sono diventate sorelle d'omertà, cioè donne affidabili nate e cresciute in famiglie di 'ndrangheta. Essendo la struttura della mafia calabrese basata sul vincolo di sangue, è facile comprendere quanto la donna sia funzionale alle logiche di gruppo e di potere. Spesso le donne sono oggetto di politica matrimoniale, devono garantire la reputazione dei maschi e trasmettono i valori della 'ndrangheta.

Torniamo a lei: dopo la maturità scientifica, la Facoltà di Giurisprudenza. La scelta del corso di studi, allora come oggi, è già di per se una scommessa sul proprio futuro. In quella scelta, c'era già la certezza di voler fare il magistrato?

Ho avuto sempre in mente di fare qualcosa per la mia terra. Decisi di studiare legge grazie all'esempio di mio zio Antonino, avvocato civilista molto apprezzato, esempio di grande cultura: conosceva i classici e recitava a memoria le tragedie di Shakespeare. Purtroppo si ammalò di tumore e venne a mancare.  Negli ultimi mesi della sua vita capitava spesso di dormire in casa sua: la sera mi fermavo davanti al suo letto, lo ascoltavo per ore e rimanevo incantato dai suoi ragionamenti. Capii che dovevo cambiare vita. Cominciai a studiare e – in 4 anni, in cui non feci altro -  mi laureai. In seguito mi è subito balenata l'idea di fare il concorso in magistratura, ma me la sono tenuta per me. Ho frequentato per un po' lo studio che era stato di mio zio. E poi ho cominciato a prepararmi. Due anni, senza tregua, inchiodato a una sedia. Nessuno sapeva che cosa stessi facendo. Mi venivano in mente le parole di mia madre ossessionata dall'idea di non fare brutta figura. Quante volte le ho sentito dire le stesse parole: «non bisogna fare brutta figura, perché altrimenti la gente parla. E noi non dobbiamo dare nell'occhio». Ho superato lo scritto, arrivando diciassettesimo su dodici mila candidati e poi ho superato l'orale. Anche in quell'occasione con mio padre ci siamo parlati con gli occhi. Mia madre invece mi ha dato una pacca sulle spalle e mi ha detto: «non dimenticare mai chi sei e da dove vieni».

La magistratura, comunque, è prima di tutto una scelta di vita. E' un mestiere che ha molte implicazioni a livello personale e svolgerlo in una terra in cui i tentacoli della criminalità sono forti è una scelta importante. Si è mai pentito della scelta che ha fatto?

Quando fu il momento di scegliere la sede, decisi di restare in Calabria, dove sono nato, pur sapendo di andare incontro a molte privazioni. Amo questa terra e  nelle mie intenzioni  c'era la volontà di contribuire a risolvere i problemi da cui è afflitta.  Sono rimasto accanto alle mie radici per costruire il futuro, il mio e quello della mia famiglia. Non mi sono mai pentito della scelta di entrare in magistratura, anche se i momenti difficili non sono mancati.

Dal 1989  - in seguito ad un'indagine che la portò, per la prima, volta a scontrarsi con quel mondo marcio -  vive sotto scorta, continuamente accompagnato dai suoi angeli custodi, giovani ragazzi che le guardano le spalle. Che rapporto ha con loro?

Un rapporto di fiducia, ma anche di apprezzamento. Trascorro molto tempo con loro.

Come possiamo definire oggi la 'ndrangheta?

E' un'organizzazione duttile e rigida allo stesso tempo. Fedele alla tradizione: ha rituali, precetti, norme, principi che si tramandano, uguali, nel tempo. E che restano il tratto distintivo dei locali, gli organismi territoriali su cui si articola la 'ndrangheta, sparsi per il mondo. Veri e propri distaccamenti di quel nucleo centrale che detta le regole. Un'organizzazione che,  pur continuando ad avere la testa nel cuore dell'Aspromonte, è presente in tutto il mondo.   E' sensibile alle novità, con grandi entrature nel mondo degli affari e della politica. Fa affari in tutto il mondo.  Ma è anche l'organizzazione più dura che si conosca. Qualcosa che distrugge i princìpi della democrazia e del libero mercato. Quella meno permeabile, perché il fenomeno del pentismo è quasi pari a zero.

La Calabria è una terra piena di contraddizioni: il confine tra legalità e illegalità a volte è labile. Spesso c'è diffidenza nei confronti di chi, come lei, decide di schierarsi apertamente. Ciò, purtroppo, a volte si ripercuote sulla famiglia. qual è, se c'è, il prezzo da pagare?

Devo molto alla mia famiglia, si è sobbarcata silenziosamente il peso della mia condizione. Non ci sono prezzi da pagare, uno sceglie di vivere in un determinato modo e ne accetta le conseguenze, le privazioni, le difficoltà. Vivere diversamente sarebbe impossibile e, pertanto, coerentemente andiamo avanti.

Per chiunque andare al cinema o in palestra è del tutto normale. Lei, al contrario, queste libertà non può prendersele. Cosa le manca di più di quella che molti considerano banale quotidianità?

Per i profili di sicurezza, la mia vita privata è fortemente condizionata dal lavoro che faccio. Negli ultimi vent'anni non sono mai entrato in un cinema, né ho potuto seguire una partita di calcio allo stadio o fare una passeggiata sul corso. Appena posso coltivo la terra. La passione per l'agricoltura l'ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l'abbiamo sempre coltivata. E' il mio momento di libertà.

Giovanni Falcone, in "Cose di cosa nostra" dice che «in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». Le chiedo: si è mai sentito solo? Dove trova la forza di andare avanti?

Quello che svolgo io è un mestiere solitario. Trascorro molte ore da solo, tra le carte. Ma non mi sono mai sentito solo. C'è tanta gente che crede in me e in chi, come me, fa quotidianamente il proprio lavoro. E questo è uno dei motivi per cui vale la pena andare avanti.  Ciò mi dà forza: il consenso che sento attorno a me rafforza il mio senso di responsabilità e mi spinge a non mollare mai. La scelta di campo l'ho fatta tanti anni fa: volevo fare il magistrato per mettermi al servizio della collettività, ed è quello che ho fatto, consapevolmente.

Proviamo a uscire dai confini della Calabria. Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha istituito una Task Force del Governo contro la criminalità. Lei ne fa parte. Ed è un incarico – ci ha tenuto a specificarlo – gratuito. E, poco prima, aveva affermato "sono sempre stato il consulente gratuito di tutti. Il mio cellulare è stato contattato da tutti su ogni cosa. Poi ognuno ha fatto quello che ha voluto". Le chiedo: come sconfiggere davvero questo cancro della società? Quale dovrebbe essere il ruolo della politica in questa lotta?

Certamente non possiamo arrenderci, è contro la nostra natura. Quello che colpisce è l'inerzia e l'assoluta mancanza di indignazione di parte della società civile, che sembra aver paura di svegliarsi da questo rassicurante torpore.  Ci sarebbe tanto da fare, ma nessuno ascolta. Solo i giovani reagiscono, ma da soli non possono fare tutto. La politica finge, sembra che questo modo di vivere stia bene a tutti. Ogni tanto ci scappa il morto e per un pò se ne parla. Ma poi, tutto torna come prima. E a gridare restano in pochi, quelli che non si rassegnano, quelli che sono consapevoli che qualcosa ancora si potrebbe fare. Bisognerebbe seguire i ragionamenti di Sciascia. Mettere il naso negli affari delle cosche, avvalersi di collaborazioni intelligenti che mettano in campo  gente esperta nella contabilità, sequestrare e confiscare i beni illegalmente conseguiti. Migliorare l'attuale legislazione antimafia. Non è un problema di destra o di sinistra. Prima di tutto, dovremmo recuperare il senso dello Stato. La mafia non è un male solo del Sud: esiste un'emergenza che riguarda tutto il paese.

Un mestiere complicato il suo che, forse, genera diffidenza. Nell'ambito del suo lavoro, di chi si fida ciecamente?

Faccio molta attenzione, non parlo mai delle inchieste in corso con gente che non ha compiti operativi. Sono diffidente per natura. Mi fido delle persone che dimostrano di meritare la mia fiducia. Ho tanti collaboratori che mi seguono con onestà e coerenza. I successi sono sempre il risultato di un lavoro di gruppo.

In conclusione le chiedo: resto in Calabria, perché?

Amo il mio lavoro e spero di poter continuare a fare qualcosa per la terra in cui sono nato e cresciuto. Alcuni amici sono stato costretti ad emigrare e non è stato facile. Io potevo andare a lavorare in sedi più tranquille e ho scelto di restare in Calabria. Non mi sono mai pentito di quella scelta.

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