Legge elettorale calabrese: poche cose nuove, molte vecchie, quasi tutte incostituzionali

lascintilladi Alessio Rauti* - Ancora una volta il Consiglio regionale calabrese supera se stesso, regalandoci una perla di saggezza politica. Dopo tante attese, hanno visto la luce le sospirate modifiche della legge di elezione del Consiglio regionale e dello Statuto. È un bene? Forse sì e forse no.

Forse sì, perché tale passaggio costituiva il necessario approdo del braccio di ferro con il Governo centrale sul numero massimo di consiglieri. Un tempo erano 40. Poi, rivendicando la propria "autonomia", la Regione aveva pensato bene di regalarsene dieci in più. Senonché, in base alla recente legge statale di contenimento della spesa pubblica, alla Calabria ne spettavano ormai non più di 30. L'Assemblea calabrese aveva tentato quindi un compromesso, riducendoli a 40 con una modifica statutaria. Niente da fare: la Corte costituzionale ha bocciato - a giusta ragione - il temerario tentativo. Dura lex sed lex.

Così, con lungo ritardo - che ci costerà altissime decurtazioni dei finanziamenti destinati alla Regione - si è finalmente messo mano allo Statuto adeguandolo alle norme statali. Il numero dei consiglieri scende, perciò, a trenta. O forse no. Perché le ultime modifiche danno nuova vita ad un vecchio istituto, inizialmente previsto e poi abolito: la supplenza dei consiglieri nominati assessori. Il componente del Consiglio, chiamato a far parte della Giunta, rimane, per così dire, "congelato" nell'esercizio delle sue funzioni consiliari. Al suo posto subentrerà, si spera a costo zero, il primo dei non eletti della sua lista. Ma, all'occorrenza, si potrà procedere allo "scongelamento" del vecchio consigliere, mandando a casa il neo-subentrato. Si sa, però, che tra uno scongelamento e l'altro qualcosa di buono si perde. In questo modo, cresce nella sostanza il numero di consiglieri e si amplificano i poteri di "nomina" del Presidente, cui indirettamente spetterà pure stabilire chi dovrà risultare eletto a seguito della supplenza. Ovviamente: tutti contenti, tranne forse gli elettori. La supplenza "tradisce", infatti, la funzione della preferenza. Così, un elettore vede vincere il candidato che ha votato trovandosene tuttavia in Consiglio un altro, meno votato, al suo posto. E tale meccanismo rende, evidentemente, più difficile individuare i concreti responsabili della politica regionale, quasi come nel gioco delle tre carte, dove la "donna" ora si vede ed ora scompare. Del resto, un'alternativa c'era: l'incompatibilità fra le due cariche, che ugualmente consente a ciascuno - assessore e consigliere - di fare bene il proprio lavoro. Ma questa facile strada non è stata percorsa.

Non ci soffermiamo poi sulla disattenzione del legislatore calabrese alla giurisprudenza della Corte costituzionale, in base alla quale la norma della supplenza avrebbe dovuto essere introdotta nella legge elettorale e non nello Statuto. Questo è il meno. Come direbbe il principe de Curtis: quisquillie e pinzellacchere.

Singolare è il clima istituzionale in cui tali modifiche sono state approvate: un Presidente della Giunta sospeso e dimesso; una Giunta in fibrillazione, alla ricerca del placet giuridico per procedere a sostituzioni e nuove nomine degli organi fiduciari; un Consiglio ben consapevole - nella sostanza ma non nella forma - di essere oramai entrato nel c.d. regime di prorogatio, in cui la sua competenza dovrebbe considerarsi ridotta all'approvazione di atti indifferibili, urgenti e dovuti. A ben vedere: tutto l'opposto, almeno in teoria, di quello che richiederebbe il varo di riforme così delicate ed importanti.

Così, dopo un lungo rinvio, l'Assemblea regionale prende atto delle dimissioni del Presidente Scopelliti, non prima però di aver messo al sicuro l'approvazione delle modifiche alla legge elettorale e, in seconda lettura, delle corrispondenti correzioni dello Statuto. In realtà, il Consiglio avrebbe potuto adottare tali correzioni pure ritenendosi formalmente in regime di prorogatio, trattandosi di atti dovuti. Ma ciò poteva dirsi, unicamente, per adeguare il numero dei consiglieri al nuovo massimale fissato dalla legge statale. È effettivamente avvenuto? Forse sì e forse no.

Forse sì: in effetti, lo si è già detto, gli scranni scendono a trenta: lo ribadisce anche la legge elettorale. Forse no: con una scelta davvero spiazzante, il Consiglio regionale non solo non abolisce le norme sui c.d. seggi aggiuntivi, ma le consolida ulteriormente. Di che si tratta? Il sistema elettorale già prevede, com'è noto, l'assegnazione di un premio di maggioranza. Se nelle elezioni i partiti collegati al Presidente ottengono almeno il 50% dei seggi attraverso la quota proporzionale, allora la legge consente loro di avere un altro 10% a titolo di premio. Se invece quella soglia non viene raggiunta, hanno diritto ad un premio intero (raddoppiato: 20%). In questo secondo caso è altamente probabile che si ottenga complessivamente una maggioranza adeguata di seggi consiliari. Probabile, ma non sicuro, specie a fronte dell'erosione del bipolarismo e della crescita di terze forze (si pensi al M5S). In caso di necessità, c'è sempre stata tuttavia la possibilità di "rompere il vetro", aumentando il numero complessivo di consiglieri fino a garantire alla coalizione presidenziale almeno il 55% dei seggi, o addirittura il 60% laddove il Presidente abbia ottenuto più del 40% dei voti validamente espressi dagli elettori nella competizione maggioritaria. Si tratta dunque di un premio di stabilità - la governabilità è un'altra cosa - che assicura la conquista di una maggioranza (funzionando, dunque, come meccanismo majority assuring).

Certo, i seggi "aggiuntivi" non sono stati inventati in Calabria. Si tratta un istituto mutuato del vecchio modello transitorio introdotto per le Regioni dalla legge costituzionale n. 1/1999, sul quale la nostra Regione ha interamente costruito il proprio sistema elettorale, tranne qualche eccezione. Ma sicuramente siamo gli unici ad aver messo mano alla legge elettorale, dopo le nuove norme statali sul numero massimo di consiglieri, come se tale limite non vi fosse, addirittura rendendo più forte la garanzia dei seggi finali: sempre e comunque il 60%, a prescindere dalla "performance" del Presidente. Palese e davvero sorprendente rimane, dunque, la violazione della legge statale, ma anche dello stesso Statuto, il cui art. 15 – fissando il tetto dei 30 membri – non consente più un siffatto innalzamento (un discorso a parte meriterebbero le disposizioni transitorie e finali).

Che dire? È comprensibile che la riduzione dei consiglieri produca reazioni a catena. E questa è forse la più evidente. In un Consiglio di ormai trenta componenti (oltre il Presidente), il "solo" 55% è poco più di 16 seggi (17 se si arrotonda in eccesso), davvero poco per costituire una maggioranza solida. Basterebbe la defaillance di tre consiglieri "transfughi" per consegnare all'opposizione l'arma della mozione di sfiducia, ribaltandosi i rapporti di forza (16 opposizione; 14+1 maggioranza). Ove poi i consiglieri di opposizione non volessero dar corso all'estremo rimedio - anche per non far saltare, comprensibilmente, le proprie poltrone - si aprirebbe la strada ad uno stato di impasse, in cui il Presidente dovrebbe, al più, raccattare maggioranze su singoli disegni di legge. Si avvicinerebbe, dunque, alla figura di un Re (... elettivo!) che regna ma non governa. Comunque sia, la medesima esigenza poteva benissimo essere realizzata in altro modo, mentre la sua riproposizione conferma la famelica bramosia di posti e posticini, anche contro lo stesso parere dell'Ufficio legislativo del Consiglio. Ma, del resto, perché limitare la libertà di azione dei consiglieri, autoproclamatisi, nei fatti, detentori della classica summa legibusque soluta potestas, degna d'altri tempi e d'altri sovrani? Spiace dirlo, ma la presunta democrazia maggioritaria non ha in nulla cambiato l'arroganza della classe politica, avvezza ai calcoli strategici e insofferente ai limiti costituzionali. Anzi, probabilmente l'elezione diretta del Presidente e la contestuale formazione di una maggioranza a suo sostegno in Consiglio rafforzano il convincimento - endemico e più che mai pericoloso - che ogni nefandezza politica possa essere purificata dal lavacro battesimale del voto, qui tollit peccata mundi.

Lo dimostra anche la questione delle soglie di sbarramento. Il nuovo testo di legge è scritto davvero male. Non si sa se per deliberata oscurità, per imperdonabile leggerezza o, forse, per entrambe. È facile prevedere che le recenti modifiche saranno all'origine di parecchi contenziosi dinanzi al giudice amministrativo. Per quanto ci riguarda, riteniamo che l'unica interpretazione accettabile induce a ritenere necessario, per l'accesso al riparto dei seggi, almeno il 15% sia per le coalizioni che per i gruppi di liste circoscrizionali (partiti) non coalizzate o ricomprese in una coalizione che non raggiunge la propria soglia. Tale sbarramento molto alto scende, invece, al 4% per i gruppi di liste ricomprese in coalizioni "forti". L'obiettivo è fin troppo evidente: tagliare alla radice i rami delle terze forze e spingere i gruppi di liste "in cerca d'autore" a coalizzarsi con macro-formazioni capaci di ripararle dall'altissima soglia di sbarramento, in modo da consolidare quel bipolarismo eterogeneo e "coatto" che in Italia ha caratterizzato l'avvento del maggioritario sin dalla svolta del 1993.

Siamo lontani anni luce dai "comandamenti" dettati dalla Corte nella storica sentenza n. 1 di quest'anno, con la quale è stato abolito il premio di maggioranza del c.d. Porcellum ed introdotto il voto di preferenza. Il principio di eguaglianza del voto - anche quello in uscita (ovvero riguardante la fase di trasformazione dei voti in seggi) - non tollera il vizio di manifesta irragionevolezza della disciplina elettorale e non consente una "distorsione" eccessiva. La normativa calabrese invece: a) continua a riproporre un premio di maggioranza di cui sono già state denunciate criticità e seri problemi; b) ripropone e consolida la disciplina sui seggi aggiuntivi, che amplificano la distorsione già prodotta dal primo premio; c) introduce una clausola di sbarramento eccessivamente alta, che funge ancor di più da lente di ingrandimento della distorsione e produce una irragionevole ed eccessiva disparità di trattamento fra i diversi gruppi di liste.

Molte altre cose potrebbero dirsi: ad esempio, sull'accorpamento delle circoscrizioni, sull'abolizione del voto disgiunto (che, a quanto pare, comporta ora per l'elettore anche l'impossibilità di votare per il solo Presidente), sulla nuova procedura di indizione delle elezioni e sulla pervicacia nel non voler adottare effettive misure di riequilibrio fra i generi: maschi e femmine. Ma possiamo accontentarci di questo: a distanza di 15 anni dall'entrata in vigore del modello transitorio, il legislatore calabrese non è stato in grado - a differenza di quanto accaduto in altre Regioni - di approvare una legge elettorale semplicemente compatibile con la Costituzione e, se possibile, con le indicazioni fornite dalla Corte costituzionale, per non parlare dei consigli offerti dalla dottrina.

Oggi come ieri, invece, si naviga a vista. Ma, oggi più di ieri, le carte nautiche (costituzioni e indicazioni dei tribunali costituzionali) servono ancora a non smarrirsi. Invece di impararlo, una volta per tutte, sembra che i nostri politici – in un irrazionale cupio dissolvi – abbiano scelto di perdersi e perdere. Poco male perdere loro, ma purtroppo con loro si stanno perdendo e perdono anche tutti i calabresi ...

*Docente di Diritto pubblico, Università Mediterranea di Reggio Calabria - http://www.lascintilla.org/